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Benvenuti sul nostro blog, dove si ragiona intorno alla fotografia ... trovate informazioni su di noi nella pagina \"biografie\"
Antonio e Roberto Tartaglione

La luce per l’arte

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la fedele mira di riferimento Gretag-Macbeth, che viene sempre in giro con noi !

Qual’è la giusta luce per la riproduzione di opere d’arte tridimensionali ? Stiamo lavorando ad una campagna fotografica relativa a manufatti (sopratutto altari) del ‘600-‘700. L’altare barocco è una “macchina scenica” complessa che comprende scultura (in marmo, legno dipinto come marmo, legno dorato, stucco ecc.) pittura a olio (su tela o tavola), pavimentazione, volta ecc. Sono completamente integrati nell’architettura delle cappelle private in cui spesso sono stati eretti. Questa attività ci ha dato lo spunto per varie riflessioni relative alla fotografia di opere d’arte, specialmente tridimensionali, quali appunto le sculture o altari. Consideriamo sopratutto due aspetti: l’illuminazione e la scelta del punto di vista.

Illuminazione. In passato (circa 20 anni fa) abbiamo collaborato ad una campagna fotografica simile. All’epoca si lavorava in banco ottico (lastra 4″x5″ oppure 13×18) e la sensibilità delle pellicole era molto bassa (la pellicola ad esempio più usata per gli interni in luce artificiale era la Kodak 64T, che come dice il nome stesso aveva sensibilità 64ASA/19DIN). Il ricorso all’illuminazione artificiale era indispensabile: infatti la pellicola andava incontro al difetto di reciprocità con le lunghe esposizioni (cioè superata una durata di 4 o 8 secondi l’esposizione non aumenta più in maniera proporzionale all’aumento del tempo di esposizione. Anche il colore poteva subire slittamenti); i risultati erano soddisfacenti dal punto di vista tecnico ma a mio visto molto “innaturali” dal punto di vista iconografico. Infatti mi riesce difficile immaginare un fruitore del ‘700 che osservi un altare illuminato simmetricamente da 4 faretti (due per lato) orientati simmetricamente a 45°, secondo gli schemi classici dell’illuminazione per riproduzione di opere d’arte. Probabilmente adesso la sensibilità dei sensori fotografici di ultima generazione, combinati ovviamente alle lunghe esposizioni (cavaletto, e cavaletto pesante) ed alla possibilità di montare più riprese con diverse esposizioni (HDR) ci rende in grado di fronteggiare meglio la situazione, possiamo fotografare in luce ambiente restituendo tutta la magia della penombra di una cappella barocca oppure il trionfo di una volta, senza luci puntiformi, che generano riflessi anch’essi puntiformi, ed ombre nette, “tagliate”. Inoltre la produttiva è aumentata notevolmente, cioè si possono realizzare molte più inquadrature e dare al Photo Editor o allo studioso più possibilità di scelta in base all’impaginazione. Certo la fatica (fisica) di liberare gli altari, durante le riprese fotografiche, da oggetti estranei alla concezione del progetto originale (fiori, leggii, ecc.) resta, eccome !!

Ecco un esempio di situazione in cui, senza l’utilizzo della tecnologia digitale, ci saremmo trovati in grosse difficoltà: questa ripresa in pianta della cappela del SS. Sacramento nel Duomo di Brindisi presentava differenze di esposizione di oltre 5-6 stop ….

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esposizione chiara (x zone scure)

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espsoizione scura (per la cupola centrale – soggetto principale della foto)

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esposizione media (per la cupola a sinistra)

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montaggio delle tre esposizioni

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L’utilizzo di un buon treppiede consente di effettuare lunghe esposizioni senza rischi di mosso o di non messa a registro dei vari scatti. Consente anche di sollevarsi di 3-4 metri senza ricorrere all’utilizzo di trabatelli (questo è importatne per la scelta del punto di vista)

Ecco invece un altro esempio in cui la postproduzione ha reso l’immagine molto più leggibile e fruibile per lo studioso:

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ripresa originale in luce ambiente

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ripresa dopo una post-produzione destinata alla stampa B/N

Ovviamente non è detto che sia una strada più “facile”, perchè è richiesto un buon lavoro di correzione colore (la luce ambiente è per definizione sfuggente, prende dominanti e temperature colore che cambiano in base all’ora della giornata o ai luoghi della Chiesa). Come regolarsi ? diventa indispensabile il ricorso alle tecniche di Color Menagement (utilizzo delle mire di riferimento, creazione di profili colore ad hoc). Resta comunque il problema di uniformare poi il colore, il “look” fotografico delle varie cappelle all’interno della stessa chiesa. Penso che sia una strada, certo non “più facile”, che consente di avvicinarsi alla visione del fedele (il fruitore), ed al progetto degli artisti e delle maestranze che hanno lavorato per anni con pazienza e perizia alla realizzione di opere davvero uniche.

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il classico schema di illuminazione per originali bidimensionali (quadri)

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se potessi, vorrei illuminare l’interno di una grande chiesa con questi grandi palloni luminosi (vengono utilizzati nel cinema per illuminare grandi ambienti con luce morbida, generalmente la fonte di luce è 5000 K). I palloni sono della Leelium Balloons.

Il secondo elemento da considerare è il punto di vista, ne parlerò nel prossimo post.

La profondità di un’immagine

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un esempio di ridotta profondità di campo che aggiunge efficacia all’immagine. Ma cosa accadrebbe se scorrendo con il mouse sull’immagine potessimo mettere a fuoco anche altri elementi ? (Poggiardo, LE – Chiesa Matrice)

Prendo spunto da un bel “post della domenica”  di Luca Pianigiani (il suo Sunday Jumper è davvero una lettura interessante), per discutere di … fuoco e di mosso! La modificazioni del linguaggio fotografico prosegue senza sosta. Oggi sta per “crollare” un “caposaldo” che aveva bene o male resistito attraverso tutte le modificazioni degli ultimi anni: quello del controllo della profondità di campo e delle possibilità, attraverso l’ampliamento o la riduzione della stessa, nonchè della scelta del piano di messa a fuoco, di esprimere l’interpretazione del fotografo rispetto alla realtà. La possibilità di creare una selezione del piano nitido dell’immagine è davvero qualcosa che si discosta dalla visione dell’occhio umano, che invece mette a fuoco continuamente il soggetto che fissa. (un pò come la percezione della temperatura colore, che all’occhio sembra sempre corretta mentre invece nella registrazione su supporto analogico o digitale si evidenzia nelle sue differenze). E’ anche una componente del bagaglio di strumenti di Instagram, che consente di aggiungere una sfuocatura radiale o lineare all’immagine. Ora pare che anche questa componente fondamentale del linguaggio fotografico sia destinata a cambiare velocemente. Si era parlato un paio di anni fa di una camera (la Lytro) in grado di registrare un immagine con infiniti piani di fuoco, da scegliere in un secondo momento; in realtà è sempre rimasta a livello di un gadget costoso. Ora invece ci sono novità in uno degli ambiti più creativi della fotografia in questo momento, quella praticata da milioni di utenti con lo Smartphone. In questo settore c’è parecchio movimento. Si sta lavorando infatti alla possibilità di un fuoco multiplo, per permettere all’utente (fotografo) di scgeliere “a posteriori” su quale porzione dell’immagine fissare l’attenzione. Non solo, si potrà addiritttura lasciare questa scelta “aperta” e consentire all’utente finale (il fruitore dell’immagine) di navigare all’interno dei piani di messa a fuoco.  Pianigiani ci parla di due strade seguite dai produttori. La prima, (vedi qui sotto), è un sistema che permette di scattare contemporaneamente la stessa scena con 16 piani di messa a fuoco diversi. Un sistema quindi adatto anche a soggetti in movimento. E’ stato sviluppata dalla Pellican per la Nokia, che punta a diventare punto di riferimento qualitativo per le maccchine fotografiche integrate negli smarphone.

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la presentazione del sistema Pelican: a smart camera (apparecchio fotografico intelligente) for your smartphone (telefono intelligente)

La seconda strada è in realtà una semplice applicazione del fuoco multiplo, una tecnica già usata da anni dai fotografi professionisti, al mondo dello smartphone. Con questa App (che richiede l’utilizzo di uno stativo ed è perciò adatta solo ai soggetti fermi) si scattano molteplici fotografie (in momenti successivi) dello stesso soggetto. Queste foto non solo vengono poi montate insieme in una unica immagine ma, cosa davvero interessante, è possibile navigare nell’immagine spostando il punto di messa a fuoco. E’ possibile vedere un esempio qui sotto:

foto di Luca Pianigiani creata cin la App Twuistfocus

foto di Luca Pianigiani creata con la app Focus Twist (€ 1,79)

Veniamo al mosso, che può essere, se voluto, un altro elemento del linguaggio fotografico. (tra l’altro, al contrario della scelta del piano focale, è specifico della fotografia perchè nel cinema il mosso del singolo fotogramma è solo un fastidio visivo). Però spesso il mosso non è cercato ma è dovuto solo a motivi contingenti (esempio: mancanza di treppiede), e quindi non sarebbe male avere la possibilità di intervenire. Già un paio di anni fa avevamo pubblicato un post (De-Blur Filter) in cui si parlava di un mitico “de-blur” filter di Photoshop, cioè un filtro in grado di rimuovere il mosso (non lo sfuocato “ottico”) calcolando il movimento della camera e correggendolo. Anche la Adobe, due anni dopo il mitico filmato in cui annunciava il De-blur Filter, presenta oggi un filtro (shake-reduction) che sostanzialmente promette di fare la stessa cosa, non lavora cioè sul “fuoco” ma sul mosso non voluto, quello causato generalmente da un tempo di otturazione lento rispetto alla situazione. Per il momento è solo uno Sneak Peek, una soffiata, una indiscrezione …

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la “futura” schermata di Photoshop (CS 7 ??) con il filtro “shake reduction”

I confini del controllo del linguaggio fotografico si spostano continuamente, con decisioni che vengono da lontano, dal mondo delle imprese, dal mondo delle decisioni globali che noi conosciamo spesso in ritardo… ed è sempre più difficile tenere una propria rotta, usare gli strumenti piuttosto che lasciarsi portare dalle nuove opportunità che ci vengono continuamente offerte.

Postproduzione d’Autore

Una foto di Yuri Kozirev prima (in alto) e dopo la postproduzione di 10b

Una foto di Yuri Kozirev / Noor per il “Time” prima (in alto) e dopo la postproduzione di 10b (Libia 2011)

Francesco Zizola è il fondatore, con Claudio Palmisano, di 10b photography, una “casa di postproduzione digitale” che (tra tante altre attività) dà il look finale a moltissimi réportages d’Autore. Spesso si pensa alla postproduzione come creazione di “effetti speciali”. Invece secondo me bisogna considerarla come parte del processo di lavorazione del file RAW, mediante gli opportuni software, al fine di rendere il risultato finale più simile a quello che aveva in mente il fotografo al momento della ripresa. La visione è prima di tutto un processo mentale, poichè il sensore dell’apparecchio digitale è stupido, o meglio è un “grezzo”. Una delle traduzioni di “RAW ” (il formato che registra tutti i dati del sensore senza alcuna interpolazione da parte del microprocessore della fotocamera) è appunto “grezzo” oppure “crudo” contrapposto a cucinato. Negli esempi che vi sottopongo, tratti da un bell’articolo del BJP, la post-produzione di Claudio Palmisano è dovuta basarsi, per motivi logistici relativi alla trasmissione dei files dalle zone di guerra in Libia nel 2011, sul formato JPG. Probabilmente partendo dal file RAW si sarebbe potuto interpretare ancora meglio la situazione. In ogni caso non si tratta di “manipolazione” della realtà nel senso che non viene rimosso, sostituito o modificato neanche un pixel. Si agisce solo sui parametri dell’immagine che ne determinano l’aspetto finale, quali contrasto, luminosità colore ecc.. (sul loro sito si può leggere la loro dichiariazione etica, in cui chiariscono i principi che seguono durante la postproduzione)
L’autore – Yuri Kuzirev – trasmetteva gli scatti dalla Libia a Claudio Palmisano di 10b che li postproduceva e poi caricava direttamente sul server del “Time” per la pubblicazione. C’è in questo caso una completa fiducia tra il fotografo e il suo “stampatore” (uso questo termine un pò anacronistico ma secondo me il senso è quello)… mi viene in mente il rapporto – veramente esemplare – tra il grande Luigi Ghirri e la persona che ha sempre stampato le sue foto a colori, Arrigo Ghi a Modena.

foto di Yuri Kozirev / Noor per Times

foto di Yuri Kozirev / Noor per Time (Libia 2011), prima e dopo la postproduzione di 10b.

Il lavoro della postproduzione “d’Autore” è evidente anche guardando uno degli ultimissimi lavori di Francesco Zizola, (una bella serie di ritratti degli eletti del Movimento 5 stelle, realizzato per il quotidiano olandese De Volkskrant), di cui pubblico un paio di esempi più sotto. Le foto sono realizzate in studio con luce diretta, abbastanza dura, a volte se ne scorgel’ombra sotto le sopracciglia. Il microcontrasto è molto spinto, si percepiscono i pori della pelle, le imperfezioni che in genere si nascondono con il trucco oppure la postproduzione “tradizionale” del ritratto, specialmente in quello femminile. (i ritratti sono stati pubblicati su Internazionale N° 991 del 15/03/2013)

Francesco Zizola, ritratto di Stefano Vignaroli, deputato del movimento 5 Stelle.

Francesco Zizola, ritratto di Stefano Vignaroli, deputato del Movimento 5 stelle. (marzo 2013)

Francesco Zizola, ritratto di Roberta Lombardi, 39 anni, eletta allacamera dei deputati

Francesco Zizola, ritratto di Roberta Lombardi, 39 anni, eletta alla
Camera dei Deputati per il Movimento 5 stelle (marzo 2013)

Lo sguardo di Lynch

Pensando alla recente conversazione su Paris Photo 2012 di Antonio Tartaglione (“Al mercato dell’arte” – chi fosse interessato può scaricare un  PDF  con tutte le slides della presentazione) presso il Museo della Fotografia del Politecnico di Bari mi è sembrato interessante il fatto che la direzione della manifestazione abbia pensato di invitare un “non addetto ai lavori” – David Lynch – per creare un percorso che potesse orientare il visitatore tra gli oltre 1000 fotografi esposti in circa 120 gallerie. Il regista inglese è stato invitato a selezionare 99 opere fra quelle presenti al Gran Palais. Questa selezione è stata presentata sia in un catalogo che mediante una piantina alternativa a quella ufficiale, con il percorso di Lynch evidenziato in giallo. Inoltre sotto ogni foto selezionata è stata apposta la “firma” del regista. Questa è un’ intervista tratta da “Le Monde” del 16 Novembre e raccolta da Claire  Guillotte. “Il regista David Lynch, che è anche scultore, fotografo e grande appassionato di incisioni, invita i visitatori a seguirlo per una passeggiata personale attraverso le immagini di Paris Photo. Ha scelto 99 fotografie fra tutte quelle presentate dalle gallerie e le ha riunite in un volume edito da Steidl (Paris Photo vu par David Lynch) Come nei suoi films, queste immagini raccontano storie particolari e inquietanti. Un bordello vuoto illuminato da luci scintillanti, di Katharina Bosse, una famiglia di gitani fotografata attraverso gli anni da Mathieu Pernot, un notturno misterioso e magico di Olivier Metzger, infine una foto anonima dove un gruppo di persone sembra riunito per non si sa quale evento misterioso.

Mathieu Pernot, Roumanie, 1998; foto selezionata da Lynch

Ma il regista, raggiunto al telefono a Los Angeles, è tutt’altro che di umore cupo.

D: Come è giunto alla fotografia?
R: Dopo il mio film, Velluto Blu, un’ azienda mi ha regalato una macchina fotografica. In cambio dovevo inviargli una mia fotografia, realizzata con l’ apparecchio. Ero molto eccitato perché all’ epoca avevo la cucina invasa dalle formiche. Ho realizzato una piccola testa umana con del formaggio, del tacchino e una cera usata nel cinema per gli effetti speciali, Mortician wax. Per quattro giorni ho fotografato le formiche che si arrampicavano sulla testa e la divoravano. Era veramente stupendo! Gli ho inviato una di queste immagini e sono stato preso dal virus della fotografia.

D: Cosa fotografa?
R: Mi piace fotografare nudi, femminili, sono affascinato dalla varietà infinita del corpo umano: è sorprendente e quasi magico vedere come ogni donna sia diversa. Mi piace molto l’ approccio di Diane Arbus che sapeva svelare sempre qualcosa di sconosciuto nei suoi modelli. Io faccio molti primi piani, finchè il corpo diventa quasi un’ astrazione. Fotografo anche fabbriche abbandonate, quando la natura riprende possesso di questi luoghi.

D: Che differenza ci sono fra i suoi films e le sue fotografie?
R: Ogni inquadratura cinematografica è una fotografia, vi si applicano le stesse regole; la composizione, la luce – ci sono veramente forti affinità, anche se  un’ immagine in movimento si guarda in maniera diversa. Ho iniziato a dipingere, per me la pittura è l’ attività più intima, privata al mondo. Si è soli. Il cinema è al contrario un lavoro “pubblico”, si lavora in squadra. Fra le due c’ è la fotografia.

D: Come ha selezionato le immagini per Paris Photo?
R: Ne ho viste migliaia e ho scelto le più forti, quelle che mi saltavano agli occhi. Ho poi via via ridotto la selezione fino mantenerne 99. non so veramente se hanno qualcosa in comune. Non c’ è n’è una che preferisco ma nel libro, ma ne volume si legano facilmente le une alle altre. Direi che se ne potrebbe fare un film, sembrano tutte raccontare una storia, dove, come in una scena, sono in attesa che accada qualcosa. Mi piacciono le immagini dove sta per succedere qualcosa.

D: Come fa a gestire tutte le sue attività la fotografia, l’incisione, il cinema?
R: Approfitto dei miei viaggi, andrò presto in Polonia per il festival “Cameraimmagine” (dal 24 Novembre al 1 Dicembre) per una retrospettiva a Bydgoszcz. Per questa occasione apriranno per me tre fabbriche dismesse, chiuse al pubblico. A Parigi andrò per preparare delle incisioni presso la stamperia d’arte IDEM a Montparnasse.
E’ un posto incredibile, mi piacerebbe fotografare in Francia, non so dove potrei trovare fabbriche abbandonate…

D: Forse a Nord?
R: Si. Pensa che ci siano anche delle donne nude?”

la foto di David Lynch sotto un'opera selezionata

la firma di David Lynch sotto un’opera selezionata

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L’opera di Coplans selezionata

Una nuova democrazia visiva ?

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a sinistra una ripresa con iPhone 5 e l’a App Hipstamatic; a destra le stessa foto filtrata e condivisa con Instagram

Qualche riflessione su Instagram. Da quando uso questo strumento (con grandissimo interesse e divertimento, insieme all’altro, popolarissimo, Hipstamatic) mi sono spesso chiesto in che direzione si muova il trattamento dell’immagine, in che senso si possa dire che questo tipo di applicazioni fondi – o contribuisca a fondare insieme ad altri fattori – una estetica “sociale” della foto; oserei dire (volendo essere critico a tutti i costi) una estetica dove il contenuto è sempre meno importante. Però riflettendo sul contesto in cui questo tipo di Apps vengono usate (cfr J.M. Colberg) si può pensare a diverse potenzialità, diversi risultati in base al contesto di riferimenti culturali e personali dell’utilizzatore. Infatti se un utente superficiale rischia semplicemente di spettacolarizzare la banalità (ed in giro ci sono tanti esempi), un fotografo consapevole dei propri mezzi può usare questi strumenti per ottenere risultati interessanti in maniera più veloce e prevedibile rispetto a quelli consentiti dal flusso di lavoro tradizionale. Può inoltre condividere (o meglio “pubblicare” nel senso letterale di rendere pubblico) le foto in maniera quasi istantanea. L’uso immediato dei filtri (nel caso di Instagram) o delle varie combinazioni obbiettivo/pellicola/flash (nel caso di Hipstamatic) consente anche di superare le limitazioni tecniche che ovviamente ci sono (tra tutte cito la scarsa resa in condizioni di bassa luminosità oppure la mancanza della possibilità di acquisire le informazioni in formato RAW). In un bel saggio Nathan Jurgesson, tra l’altro, sottolinea come  questo trend sia stato reso possibile dalla crescita dell’uso dei telefoni cellulari. Jurgesson elenca tre differenze fondamentali rispetto alla precedente fotografia con macchine digitali “point and shoot” (quelle completamente automatiche, che forse hanno sempre meno ragione di essere) : “(1) il tuo smartphone è sempre con te, probabilmente anche durante il sonno, rispetto anche alla più maneggevole delle digitali; (2) l’apparecchio fotografico nello smartphone esiste come componente di un potentissimo ecosistema hardware/software comprensivo di una serie di applicazioni. (3) lo smartphone è tipicamente connesso ad internet  più spesso e meglio  di quanto lo fossero i precedenti apparecchi fotografici. Così le foto che riprendi saranno probabilmente più “sociali” (in opposizione al solo consumo personale) perchè l’apprecchio fotografico è sempre con te nelle varie situazioni e, cosa ancora più importante, l’apparecchio è connesso con il web ed esiste all’interno di una serie di applicazioni che sono in grado di caricarne il contenuto sui vari social media. Al di là del suo essere sociale, la app rende molto più facile l’applicazione di diversi filtri rispetto all’utilizzo di macchine fotografiche completamente automatiche oppure ai software di editing fotografico utilizzabili sul computer.”

Dal punto di vista delle possibilità creative per i fotografi un parere molto positivo viene proposto dal Journal de la Photographie di oggi, nell’editoriale di Jonas Cuénin; l’autore prende spunto da un evento recente: il Time Magazine (editore di LIFE) ha inviato nello scorso novembre 5 fotografi per documentare il percorso e le conseguenze dell’uragano Sandy, dando come direttiva di utilizzare soltanto smartphhones (in particolre gli Iphones) e di trattare e condividere le foto attraverso il sito Instagram. Il risultato è stato un successo: l’account Instagram del giornale ha avuto 12.000 visite in due giorni mentre il 13% di tutto il traffico del Lightbox del giornale è stato costituito da visite alle foto in questione. Un altro punto di vista molto istruttivo (citato sempre nello stesso editoriale) è quella di James Estrin, redattore capo del blog LENS del New York  Times “Ha importanza che tipo di apprecchio Damon Winter abbia utilizzato per realizzare queste immagini composte in maniera superba ? non penso. Sono le immagini che sono importanti. Quando posso, evito di parlare di attrezzatura fotografica. E’ il fotografo che realizza la foto, non la sua attrezzatura. Non penso che molti si preoccupino  del tipo di macchina da scrivere utilizzata da Hemingway per scrivere i suoi testi !”

Concludo con questo frase in apertura di un articolo del 13 dicembre scorso su Lightbox del Time: “Il dieci per cento di tutte le foto prodotte nell’intera storia della fotografia sono state scattate quest’anno ! Una cifra impressionante. Più che mai nel passato, anche grazie alla tecnologia degli smarphones, il mondo ha avuto a che fare con la fotografia e con la comunicazione attraverso le immagini”.

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a sinistra la foto originale presa con Iphone5, a destra la foto pubblicata con Instagram: in questo caso avrei preferito un taglio non quadrato

Omaggio agli anni ’50

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Freddie Quell (Joaquin Phenix) nella sua breve esperienza di fotografo ritrattista in un centro commerciale … mi piace il contrasto tra il sorriso sul volto e l’oscurità degli occhi …

L’ultimo film di Thomas Paul Anderson, The Master, mi ha stimolato qualche osservazione. E’ ambientato nel 1950, e tra i vari elementi di ambientazione (costumi, scenografia, fotografia) c’è la scelta di tonalità che richiamano le prime pellicole a colori (il kodachrome in particolare). Tutto il film è un omaggio alla fotografia di grande formato, sia nel trattamento del soggetto (il protagonista si ritrova per un breve periodo a fare il fotografo ritrattista), sia nelle scelte tecniche, come vedremo.  Sicuramente una delle prime cose che si notano è la particolare intensità dei primi piani, funzionali  ad evidenziare il tormentato rapporto tra i due protagonisti Freddie Quell (Joaquin Phoenix) e Lancaster Dodd, il Maestro (James Seymour Hoffman).  Occupandomi di ritratto ho trovato coraggiosa la scelta di ricorrere spesso ad una illuminazione dall’alto, senza alcuno schiarimento frontale o laterale. Il fatto è ancora più notevole considerando che il film è girato senza alcun risparmio di risorse, addirittura in formato “extralarge” con pellicola 65 mm (anche se alcune riprese sono girate in 35 mm per motivi di manegevolezza della cinepresa). Purtroppo in Italia non so quanti cinema siano dotati di proiettori 70 mm, comunque, anche visionandola nelle normali sale cinematografiche dotate di proiettore 35mm il risultato è una fotografia ricca di dettaglio, ma sempre asciutta, che addirittura vuole richiamare la luce ambiente. Nel film sono state usate tutte le risorse di illuminazione a disposizione di un direttore di fotografia, dalle luci a scarica (da 18 KW in giù) ai Kinoflo (tubi neon), dai Led a striscia alle lampade di scena (i practicals, cioè luci realmente presenti sulla scena e che vengono inquadrate, in cui si sostiuiscono i bulbi originali con altri più potenti). In particolare le lampade di scena sono usate per la sequenza in qui Freddie Dell lavora come fotografo ritrattista, lo si vede armeggiare con i Photoflood intorno al malcapitato soggetto ! Ancora una volta un esplicito omaggio alla fotografia degli anni 50, al ritratto in studio in cui si ricorreva a luci tagliate che disegnano il volto. Un tipo di illuminazione che non aveva paura dei contrasti marcati e delle zone d’ombra. Un pò come la fotografia di Mihai Malaimare Jr, giovane direttore di fotografia rumeno che si è trovato a dirigere un film in pellicola e con un grosso budget dopo varie esperienze in digitale. In una bell’articolo dell’American Cinematographer il Direttore ricorda: “Qualche mese prima di incontrare Paul (Anderson, il regista) avevo comprato una Crown Graphic degli anni ’40. Al mio secondo incontro con Paul l’ho portata con me ed ho pensato che sarebbe stata una grande macchina da usare per Freddie nei Grandi magazzini. Tutto si è messo a posto da solo… comporre le inquadrature come se fossero ritratti su pellicola a lastra e poi legare questo nella nostra storia”. Questo omaggio alla fotografia anni ’50 di grande formato prosegue nel racconto del direttore di fotografia che descrive anche come, per alcune riprese, abbiano addiruttura usato un suo obbiettivo Hasselblad (85 mm) dei primi anni ’60 con la montatura adattata all’attacco C della cinepresa (35mm in questo caso).

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Freddie Quell usa la Crown Graphic 4″ x 5″ di Malamaire… in alto a destra un Photoflood, tipica lampada da studio del periodo

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giusto per confronto: una foto del 1952 su Kodachrome 35mm (grazie al sito: http://www.shorpy.com/node/14492 vedere anche il nostro vecchio post)

Un altro elemento che ha contribuito alla ricchezza della fotografia è l’utilizzo (in controtendenza rispetto a quanto si fa adesso ed a quanto aveva fatto fino ad ora lo stesso Malaimare) di pellicole a bassa sensibilità (addirittura hanno usato per gli esterni una daylight da 50 ISO !!).. mi ha colpito il contrasto con l’altro film di cui ho parlato di recente (di ruggine e di ossa) in cui invece l’uso di una telecamera digitale settata a 800 ISO ha consentito al direttore di fotografia di girare con liveli di illuminazione molto bassi. Qui al contrario il set era riccamente illuminato ma la fotografia è risultata a volte “povera” in senso positivo, cioè essenziale.

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primo piano di Seymour Hoffmann

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primo piano di Joaquin Phoenix

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l’uso dei led a striscia per illuminare le riprese sul ponte della nave. I leds erano raccolti in pannelli dotati di calamite che potevano vessere senza difficoltà attacati alle strutture metalliche della nave

Una delle scene che Malamare ricorda con piacere è questa che vedete sotto, originariamente rimossa dal piano di produzione e poi all’ultimo momento reinserita dal regista. Ricorda il direttore di fotografia “Abbiamo dovuto illuminare realmente velocemente alla fine di una lunga giornata. Ho usato solo due luci, un 2000 Blonde open face (NDR una luce molto povera, senza lente di fresnel davanti) fuori dalla finestra (ovviamente gelatinato NDR) e poi un dedo light da 100 watts (una piccola luce fresnel molto direzionabile … è visibile l’effetto sul profilo dell’attore sdraiato, lo stacca impercettibilemnte dal buio retrostante) su Joaquin (Phoenix) per tirarlo un pò su. Il pigiama di Amy era molto riflettente, abbiamo avuto un bello schiarimento … E’ strano pensare come uno può illuminare una scena con sole due luci e farla sembrare molto “stilizzata” e poi invece utilizzare 20 punti luce e cercare di farli sembrare luce ambiente.” Bella questa osservazione, illumina un pò il senso del lavoro sull’immagine che viene compiuto dietro le quinte.

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la scena illuminata con sole due luci così come descritta sopra…

Mihai Mlamare tiene a ricordare sul suo sito che rimane sempre uno “still photographer”, cioè un fotografo (contrapposto al “cinematographer” cioè il direttore di fotografia). Qui sotto una foto dal suo album “rumeno”:

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dal sito di Malaimare: http://www.malaimarejr.com/

Viaggiare con la luce

Vera Lutter, Zeppelin Friedrichshafen, I: August 10–13, 1999, unique silver gelatin print, 55 x 81”. Courtesy of the artist and Gagosian Gallery, New York.

Vera Lutter, Zeppelin Friedrichshafen, I : 10-13 agosto 1999, stampa alla gelatina d’argento, copia unica, cm 140 x 200. Copyright dell’artista e della Gagosian Gallery, New York.

Qualche volta penso alle foto che sono create con metodi non convenzionali, senza macchina fotografica intesa in senso classico. Ho creato un “board” su Pinterest dove chi fosse interessato può spillare foto che rientrino nel tema. Di recente ho avuto modo di vedere alcune stampe a tiratura unica di Vera Lutter, nello stand della Gagosian Gallery durante ParisPhoto 2012… sono una impressionante riflessione sull’uso “estremista” della fotografia analogica. La Lutter usa camere oscure giganti (affitta spesso dei containers) e fotografa attraverso un foro stenopeico, direttamente sulla carta B/N, ottenendo quindi immagini negative e rovesciate perchè non utilizza il classico processo negativo/positivo. Cercando notizie sull’artista ho trovato questa bella intervista di Peter Wollen all’artista sul sito “The Bomb” di cui traduco qualche passo:

PW come scegli i soggetti da fotografare ? ci sono grattacieli, porti, moli, ponti e tutto ciò che li accompagna.. ci sono fabbriche … queste categorie sembrano dominare

VL i siti industriali mi interessano enormememente, sia quelli pienamenti operativi (…) sia quelli che hanno già passato i loro anni migliori e stanno crollando a pezzi o andando in decadenza, entrando in una seconda vita. La decadenza segna comunque un nuovo sviluppo. (…) Nonostante il gran parlare che si fa sulla globalizzazione, sono interessata al fatto che la gente e le merci vengano mosse da una parte all’altra in maniera fisica, massiccia e direi anche maldestra. Così ho esplorato i mezzi di trasporto – navi, treni, Zeppelins, oleodotti, aereoplani – (…) mettendo in relazione il trasferimento delle merci con quell della luce nella macchina fotografica. Il vuoto consente lo scambio e/o il trasferimento. Spazi vuoti caricano la gente e la portano da qualche parte. Il vuoto nella camera oscura consente alla luce di entrare e trasferirsi. Così mi interessa studiare queste cose per mezzo della camera oscura. E, per coincidenza, adesso utilizzo spesso dei containers, che affitto

PW come macchina fotografica ?

VL si, come all’inizio occupavo una stanza e la trasfromavo in camera oscura per fotografare l’architettura

PW se il soggetto è grande anche la macchina fotografica dev’essere grande? O non è così semplice ?

VL non è così semplice: cambiando la lunghezza focale, che nel mio caso è la distanza tra il foro stenopeico e la carta sensibile, posso variare le dimensioni dell’immagine. L’industria fotografica fabbrica la carta in rotoli di una certa larghezza, ed io metto insieme le strisce per raggiungere una dimensione che coincida con la mia idea.

PW Quanto misurano i fogli ?

VL sono larghi 56 pollici (circa 142 cm) e variano tra 90 e 110 pollici di lunghezza (tra 230 e 280 centimetri). se metto tre strisce una accanto all’altro fanno quasi 5 metri di larghezza. E’ diventata per me una misura standard. Un container può a malapena accogliere un immagine di questa misura.

(…)

PWAdesso parliamo un attimo del movimento. Guardando le immagini, non sono sicuro se tutto sembra fermo perchè tutto ciò che fotografavi era immobile, oppure le cose si muovevano ed erano immobilizzate dallo scatto ?

VL Il movimento è in relazione alla quantità di luce nell’ambiente che sto fotografando. Il movimento si registra o come una strisciata oppure come immagine fantasma. Per esempio, ho fotografato alcuni Zeppelin dentro un hangar dove avevano di recente ripreso a costruirli. E’ stata anche la prima volta che ho usato un container come camera oscura. Ho piazzato il container nell’hangar, fatto qualche test ed ho capito che il mio tempo di esposizione sarebbe stato 4 giorni. Lo Zeppelin era ancora in prova ed un giorno, mentre stavo esponendo, l’Azienda decise di tirarlo fuori per una prova di volo. Durante i 4 giorni di esposizione lo Zeppelin ha volato per due giorni, mentre per due giorni è rimasto parcheggiato di fronte alla mia camera oscura. Era buio dentro il capannone, e per questo le cose si registravano lentamente. Il risultato è stato questa incredibile immagine del dirigibile translucido, perchè è per metà dirigibile e per metà sfondo (è la foto all’inizio di qusto post NDR).

La sua ultima mostra è stata a Nîmes (Francia), Carré d’Art (il Museo di Arte Contemporanea) nel settembre 2012.

Vera Lutter, 545 8th Avenue, looking North: February 10, 1994, unique silver gelatin print, 66 x 42”. Courtesy of the artist and Gagosian Gallery, New York.

Vera Lutter, 545 8th Avenue, looking North: 10 febbraio 1994 – stampa alla gelatina d’argento, copia unica, cm 105 x 165. Copyright dell’artista e della Gagosian Gallery, New York.

Fuori tempo

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Henri Cartier-Bresson – Hyeres

Isabelle Le Minh – dalla serie “trop tôt, trop tard”

L’esplorazione (un’intera giornata !) di Paris-Photo 2012 è stata per me una vera miniera di stimoli e riflessioni. Una autrice francese mi ha colpito subito, all’inizio della visita, il 18 novembre scorso. Isabelle Le Minh (classe 1965) si potrebbe definire una artista concettuale. Nella serie esposta dalla Galleria Cristophe Gaillard (Trop tôt, trop tard” – after Henry Cartier-Bresson – 2008) ha lavorato su alcuni testi classici della fotografie, le immagini di Cartier Bresson, destrutturandone la componente temporale: infatti il famoso “istante decisivo” viene cancellato da un paziente lavoro di fotoritocco. Il progetto è stato sostenuto dalla fondazione HCB che tutela il patrimonio iconografico dell’autore. Le immagini sono state presentate come stampe Fine Art (in francese: stampe agli inchiostri pigmentati), formato A2 su carta baritata, tiratura e presso non esposti. Scrive Le Minh: ” Henri Cartier bresson è stato un modello per molti che si avvicinavano alla fotografia verso la fine degli anni ’80, per i quali il rispetto di alcune regole quali l’ “istante decisivo”, la composizione bilanciata e il bordo nero sulla stampa (prova che la foto non era stata “re-inquadrata”) erano garanzie di riuscita dell’immagine. Dal momento che Photoshop consente, con l’utilizzo di alcuni strumenti (ad esempio “toppa” oppure “pennello correttivo” NDR), di recuperare molte imperfezioni e di ricomporre l’immagine secondo le proprie preferenze, potrebbe sembrare obsoleto approcciare la fotografia seguendo questo tipo di regole. Quasi per fornirne una dimostrazione al contrario ho pensato di cancellare tutto ciò che attesta il “momento decisivo” da una selezione di sue fotografie. Ho anche scelto una presentazione il più possibile simile a quella della stampa originale. (…) . Instaurando un nuovo rapporto con il tempo, il risultato mostra una lettura inedita delle sue opere: mette in evidenza una scelta di configurazioni topografiche legate alla scelta di punti di vista molto particolari (così si spiegano anche le masse enormi formate dalle ombre) e sottolinea la geometria della composizione. Si racconta così anche qualcosa dell’universo del fotografo, si può immaginare il suo errare alla ricerca di un luogo ideale dove appostarsi in attesa del momento propizio ad azionare l’otturatore. L’universo di Cartier-Bresson così ricostruito sprigiona, mi sembra, una strana sensazione di solitudine”. Dopo aver visto la “destrutturazione” sono tornato a guardare le foto di Henri Cartier-Bresson (talmente note che alla fine non si guardano neanche più con attenzione) con occhi completametne diversi. Mi sembra un bel caso di uso del Photoshop con finalità di studio. Arte concettuale che ci spiazza, ci porta a considerare un pre-testo fotografico che viene ricostruito grazie alla tecnologia digitale.

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a sinistra la foto originale di HCB, a destra la destrutturazione operata da Isabelle Le Minh rimuovendo l’istante decisivo

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Paris Photo 2012

Basta che paghino

foto di Zack Arias

… traduco questo interessante post dal blog del fotografo americano Zack Arias; in questo testo Arias dà dei consigli ad un giovane fotografo che non sa “come parlare di soldi” ad un potenziale Cliente. Ovviamente si parla di una realtà distante (gli Stati Unitit) ma trovo che molte osservazioni si potrebbero tranquillamente riferire anche alla nostra realtà…Un’altra doverosa premessa è che questo tipo di ragionamento è ovviamente nell’interesse del fotografo, ma anche di quello del Cliente che spesso si illude di risparmiare ma alla fine non ottiene delle fotografie funzionali alle sue esigenze di comunicazione.

“Domanda: Un parrucchiere mi ha chiesto di fare qualche foto e di dargli i files per poterli stampare ed appendere . Non ha menzionato il fatto di dovermi pagare…. come dovrei fare ? dovrei curare la stampa io stesso oppure dargli i files ? Vorrei il tuo parere …

Risposta: ti piace ciò che vedi ? allora paga. Se vuoi essere pagato solleva subito l’argomento: “mi piacerebbe davvero lavorare per te! qual’è il tuo budget ?”. Questo introduce subito l’argomento. L’approccio migliore è cominciare a fare altre domande… Quante persone devo fotografare… i modelli saranno ingaggiati dal cliente o dal fotografo ? Le riprese avverranno nel negozio oppure bisogna trovare un altro posto ? Hanno già un laboratorio di fiducia oppure te ne dovrai occupare tu ? Useranno queste foto anche sui social networks ? che tipo di look hanno in mente ? sarà necessaria attrezzatura supplementare a noleggio  oppure assistenti ? sarà un lavoro “una botta e via” oppure un progetto che andrà avanti nel tempo ? hanno già chi si occupi del trucco ? e la scelta ed il reperimento degli abiti ? Con questo fuoco di sbarramento delle domande  mostrerai che conosci l’argomento e probabilmente solleverai dei punti ai quali loro non avevano mai pensato di avere necessità di approfondire… Qualche volta la gente pensa: “vieni, fai le foto ed appendile ….” questo vuol dire solo prevedere due steps di un prcesso. Fare le foto. Appenderle. Ma tu ed io sappiamo che c’è molto di più di questo. Ad esempio: 1 concordare preventivo ed anticipo  / 2 fatturare l’anticipo / 3 programmare / 4 trovare i modelli / 5 prenotare i modelli / 6 riprogrammare le riprese in base alla disponibilità dei modelli / 7 trovare prenotare trucco ed hair stylist (in questo caso forse solo il trucco ) / 8 trovare un assitente / 9 ingaggiare l’asssitente / pensare allo spazio dove scattare (eventualemnte prevedere spostamento di arredo) / 10 Pulire l’attrezzatura, caricare le batterie / 11 noleggiare attrezzatura se ncessario / 12 arrivare puntuale allo shooting / 13 portare a termine lo shooting / 14 rimettere a posto / 15 smontare l’attrezzatura e riportarla in studio / 16 restituire il noleggiato / 17 Selezione e postproduzione / 18 modifica della selezione in base alle richieste del cliente / 19 stampe di prova / 20 ottenere approvazione delle stampe di prova / 21 ordinare le stampe definitve / 22 fare la fattura al Cliente / 23 montare-allestire le stampe / 24 appenderle nella sede del Cliente / 25 inviare i files definitive al Cliente.  Sicuramente sto dimenticando qualcosa ma non ho ancora preso un sufficente numero di tazze di caffè. Come vedete in tutti questi passaggi lo “scatto” è al numero 13. Il proprietario vuole uno scatto (#13) e vuole appenderlo al muro (#24). Gratis ? Voglio dire, io non sono per principio contro il lavorare gratis, sopratutto all’inizio,  ma sono anche favorevole all’educare il Cliente circa la quantità di lavoro che è necessario. Quando inizi a fare tutte quelle domande loro cominciano a capire che ci sarà molto più lavoro, non solo per te ma anche per loro … Inizia subito questa discussione, non ti girare nel letto a chiederti come essere pagato dopo che l’hai appena data !! (lo so, sono volgare, ma questo rende l’idea …). Se proprio lo vuoi fare gratis cerca di girare direttamente al Cliente quante più spese possibile (…) ricarica sulle stampe … cerca di recuperare un po’ di moneta per il tuo tempo … fatti tagliare i capelli per un anno … insomma cerca di guadagnare qualcosa oltre all’esperienza. (Il post prosegue poi entrando nel dettaglio del calcolo orario in base a vari preventivi possibili : 500,00 d 2.000,00 dollari). (…) Quando ti sei fatto tutti i conti vai avanti fiducioso e chiedi quello ritieni sia giusto. Hai la possibilità di educare i tuoi potenziali Cienti. Improvvisamente Il signor Pincopallino con la sua macchina prosumer e zero esperienza sembrerà una completa nullità al tuo confronto. Perchè dovrebbero scegliere una nullità per fare quel lavoro ? Il tuo Cliente vuole un lavoro e lo vuole fatto bene. Se vogliono troveranno i soldi per pagarti. Succede. Credimi, succede. Quando riesci a far capire al tuo Cliente il valore di quello fai, i soldi li trova.
(…)
un caro saluto – Zack”

(segnalato dal Photoeditor di qualche giorno fa) – Ho ricavato il titolo del post da quello del romanzo di Alessandro Golinelli Basta che paghino, Milano il Saggiatore 2000 (1992)

Attraverso una lente

Jan van der Heyden – il nuovo municipio di Amsterdam, con deformazione “grandangolare” (Galleria degli Uffizi – Firenze) – acquistato nel 1668 da Cosimo de’ Medici… doveva essere guardato da un certo punto di vista per avere una correzione prospettica

la stessa con una correzione prospettica applicata con un vecchio Photoshop

Jan van der Heyden – il nuovo municipio di Amsterdam – (dopo il 1652)- Museo del Louvre – in questa versione l’artista non ha utilizzato la deformazione grandangolare

a proposito dell’importanza di vedere direttamente le opere: queste sono alcune riproduzioni del quadro di van Heyden (versione del Louvre) che girano in rete. Le differenze nella riproduzione del colore sono enormi … Le stesse differenze potrebbero essere osservate accostando quattro cataloghi o monografie stampate in offset…

La bella mostra (Vermeer – il secolo d’oro dell’arte olandese) in corso alle scuderie del Quirinale a Roma (fino al 20 gennaio) mi ha portato ad alcune riflessioni sull’uso dell’ottica nella trasposizioni bidimensionale della realtà, che è poi alla base del processo fotografico. Le opere, quasi tutte senza vetro, erano ben illuminate e potevano essere viste abbastanza da vicino per poterne apprezzare tutti i particolari.  Sono rimasto infatti stupito dalle piccole dimensioni della maggior parte dei dipinti … All’inizio del percorso espositivo un quadro mi ha subito incuriosito, lo vedete qui sopra in alto. Immediatamente la deformazione della cupola in alto a sinistra mi è sembrata familiare: si tratta della classica deformazione prospettica dovuta all’utilizzo di un’ottica grandangolare. L’artista, Jan van der Heyden, era anche uno scienziato ed un inventore, e sicuramente utilizzava la camera oscura e probabilmente anche delle lenti o degli specchi. In un bel catalogo del 2006, Peter C. Sutton (Jan van der Hayden – mostra organizzata dal Bruce Museum – Greenich – Connecticut – USA nel 2006) dedica un intero capitolo (prospettiva, aiuti visivi e camera oscura) all’utilizzo appunto di strumenti ottici da parte di van der Heyden per interpretare la realtà, sopratutto per poterla “comprimere” in spazi ridotti. Interessante anche notare che l’artista non era un eccezionale pittore, non riusciva a rappresentare correttamente le figure umane per le quali spesso di faceva aiutare. Inoltre utilizzava, per riprodurre velocemente i minuti particolari, una specie di “timbri” che gli permetevano di riprodurre velocemente ad esempoio i mattoncini o i particolari della vegetazione (oggi diremmo: un pennello su misura di Photoshop). Insomma era più interessato all’aspetto “geometrico” della visione che non alla riproduzione minuziosa del reale. Aveva la consapevolezza insomma di quanto la visione sia sempre un processo mediato da filtri culturali e dalla tecnologia disponibile al momento. Ovviamente  noi abbiamo adesso una sensibilità particolare per alcuni aspetti di questa “lettura” del reale.  Attraverso i vari quadri (di autori contemporanei di Vermeer) presenti in mostra ho potuto quindi apprezzare “la modernità” (lo so, un termine abusato ma mi riferisco a quanto detto prima) dell’approccio compositivo di molti dei pittori, mediante uso di inquadrature anche “tagliate” oppure la resa dell’illuminazione quasi sempre giustificata da fonti luminose “reali”(in genere finestre) presenti nel dipinto.
Ovviamente la mostra aveva come focus la figura di Vermeer, seppur presente con sole otto opere (a proposito, leggete questo post di Massimo Pulini). Sull’uso della camera oscura da parte dell’artista sono state scritte molte pagine (ad esempio Vermeer’s Camera di Philip Steadman, ad esempio a pg 158) ma ovviamente sarebbe molto limitante descrivere le sue opere come “fotografiche” come spesso si sente dire… Vermeer decide cosa mettere a fuoco e cosa no, e nonostante la perfetta resa prospettica della camera oscura il controllo dell’atmosfera del dipinto è totale, anche mediante l’uso in alcune zone di tinte quasi piatte … la visione dei suoi quadri è spesso “spiazzante”, e la piccola dimensione costringe ad un rapporto ravvicinato per apprezzarne la cura dei dettagli.. è quasi un chinarsi verso una “scatola delle meraviglie”.

Johannes Vermeer – Giovane donna in piedi al virginale (1673)

Stati di grazia

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Mario Giacomelli – verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Frank Horvat: Ti voglio chiedere una cosa: c’è questa vita che scorre, e questi istanti che valgono tutti la pena di essore vissuti, e queste diecimila o ventimila foto che tu hai fatto, che sono tutte interessanti. Ma poi ce ne sono venti, o trenta, o quaranta, dove c’è qualcosa di più, la grazia. Tra tutte le foto che tu hai fatto all’ospizio c’è questa, che è stata pubblicata dappertutto…

Mario Giacomelli : Sai perchè per me è bella ? Tu vedi la vecchia, l’ospizio. Ma se tu la guardi ancora meglio, non c’è più nè vecchia nè ospizio, è come un mare bianco, come una barca su un’onda. Ma questo è venuto dopo che ho pianto dentro di me una quantità di volte, di fronte ad altre immagini. Non so se questa è più importante, per me sono tutti attimi, come il respiro, quella prima non è più importante di quello dopo, ce ne son tanti, finchè tutto si blocca e tutto finisce. Quante volte abbiamo respirato questa sera ? Nessun respiro era più bello dell’altro e tutti insieme sono la vita. – Frank Horvat, Entre vues, Nathan Image, Paris 1990. pg 104 (ora disponibile in italiano sul sito di Horvat).

Rileggendo il libro ieri ho trovato questo passaggio che mi ha colpito molto. Da sempre ammiro le foto di Giacomelli e quello che racconta del suo rapporto con il suo apparecchio (“non conosco gli apparecchi degli altri (…), so solo che devo impostare la distanza e quell’altra cosa… come si chiama quell’altra cosa ?” oppure “se potessi, farei a meno della macchina fotografica”) me lo ha fatto amare ancora di più… Forse la grazia, lo stato di grazia, è quello che tutti noi cerchiamo quando fotografiamo. Il momento in cui tecnica, occhio, soggetto, magicamente si incastrano… Ascoltate quello che dice Charles Fréger, giovane fotografo (classe 75) ed astro della fotografia contemporanea, fondatore di POC (Piece of Cake), a proposito di questa che è tra le sue foto più note..

Charles Fréger, Water-Polo 3, dalla serie serie “Water-Polo”, 2000

“Questa foto di Etienne, uno dei 12 giocatori si water-polo della serie “Water-polo” è un buon esempio di questo istante in cui ogni cosa va al suo posto. C’è il corpo bianco, lo sfondo complesso, la cuffia, che richiama la pittura fiamminga, la goccia d’acqua.” (intervista di Anne Celine Jaeger in “La Photo contemporaine par ceaux qui la font” Thames and Hudson, Paris, 2007. Per chi avesse la possibilità c’è un workshop a Marsiglia a novembre con l’artista.

Ruggine e ossa

Marion Cotillard protagonista del film

Una fotografia asciutta e moderna, quella di “Un sapore di ruggine e di ossa”, di Jaques Audiard. Il direttore di fotografia Stéphane Fontaine parla del suo lavoro in una bella intervista a AFC Cinema. Il film è stato girato con una macchina fotografica digitale, la RED Epic,  impostata sulla sensibilità di 800 ISO. Significa poter lavorare a livelli di illuminazione molto vicini a quelli cui è sensibile l’occhio umano, con un ridotto parco lampade. Come dice Fontaine, gli esterni sono stati girati solo in luce ambiente con pannelli di schiarimento di tutte le forme. Questo ha permesso agli attori ed al regista una grande libertà di movimento. Potete vedere qui un estratto in alta risoluzione con un bel dialogo tra i due protagonisti.

un bel dialogo dove si può apprezzare il grandissimo lavoro sugli attori del regista Audiard..

Quindi la ripresa digitale non per motivi di budget (sono statie testate la Canon 5D e 7D, l’Arriflex Alexa e due pellicole Kodak), ma per seguire meglio il mood della storia. Il formato RAW ora disponibile anche per le riprese cinematografiche rende possibile il controllo del colore come quando il direttore di fotografia seguiva la filtratura del negativo colore. Qui le tinte sono tutte leggermente desaturate;  mi ha colpito vedere come sono stati resi fotograficamente gli esterni principali, girati in uno dei luoghi più turistici della Francia, Antibes sulla Costa Azzurra… il trattamento fotografico rende questi luoghi assolutamente non “cartolineschi”. Un altro momento che mi ha particolarmente colpito è stata la fuga di Ali da Antibes a Strasbourg, resa in maniera splendida montando la macchina da presa su un automezzo e riprendendo in condizioni di scarsa luminostià (aurora o pioggia)… raramente ho “sentito” le riprese della strada in maniera così viscerale (da vecchio autostoppista, lo confesso)… Anche l’utilizzo del controluce e delle luci in macchina è sapientemente utilizzato per sporcare l’immagine (in maniera completamente diversa da come era stato utilizzato ad esempio in “the tree of life” di Terence Malik) e rendere la ripresa casuale. L’attenzione all’evolversi della storia diventa così totale, non ci sono concessioni “estetiche”.

In pantofole

Jon Rafman  The Nine Eyes of Google Street View – (Saatchi Gallery – Londra)

Si può girare il mondo in pantofole ? certo, lo sappiamo tutti, c’è Google ! Sta anche nascendo una nuova tipologia di reportage fotografico, che chiamerei di secondo grado, che sfrutta appunto questa potenzialità. Consiste nel (ri)fotografare le vedute di Google Street View, che gratuitamente mette a disposizioni immagini navigabili a 360° simili a quelle QTVR, ricavate unendo migliaia di riprese fornite dalle Street View Cars sparpagliate in giro per il mondo. Qui sopra potete vedere un esempio del lavoro John Rafman che è stato proprio dedicato ai “nove occhi”, cioè alle nove macchine fotografiche poste sulla torretta che riprendono contemporanemante. Queste immagini, taggate da un software che le collega sia alle coordinate GPS sia al percorso del mezzo, confluiscono nel gigantesco database di Google. Rafman stampa le sue immagini in grandissimo formato (quasi tre metri di base) su carta fine art.
Un interessante articolo di Geoff Dyer (“come Google Street View sta dando l’ispirazione alla nuova fotografia” – The Observer del 14/07/2012) (ora tradotto su Internazionale N° 965) mi ha dato lo spunto per questo post. La riflessione di Dyer inizia con il premio ricevuto dal Michael Wolf lo scorso anno al Word Press Photo e la controversia che ne è seguita. Il punto è: può definirsi reportage fotografico la selezione fatta a tavolino delle anonime seguenze fotografiche ? Come spesso accade il dibattito arriva con grande ritardo rispetto alla diffusione della pratica della rifotografia delle vedute di Goggle Street View che diventa una sorta di gigantesca e gratuita macchina fotografica puntata sul mondo. Indico qui altri due Autori che hanno adottato questa procedura, giungendo comunque a risultati completamente diversi tra di loro: Michael Wolf  (Parigi) lavora da anni in questa direzione; qui esplora ad esempio i momenti in cui le persone scoprono di essere riprese ed hanno piccoli gesti di ribellione:

Michael Wolf – dalla serie FY (Fuck You)

Questo è invece un esempio dell’opera di Doug Rickard, dove si sentono gli echi della grande tradizione americana (Evans, Frank):

Doug Rickard – A New American Picture 2011

Estetica e disperazione

foto di Ziyah Gafic.
la didascalia della foto dice: “Quest’uomo della regione di Lattak, che non mi ha voluto dire il suo nome, è scappato dal suo villaggio con sua moglie e i suoi bambini quando ha saputo di essere circondato dai carri armati. Ha avuto paura di subire la stedssa sorte degli abitanti di Homs.” (testo di Z.Gafic)

Nello scorso numero di Internationale Caujolle critica le foto di Ziyah Gafic  pubblicate sull’ultimo numero di M (magazine di LeMonde). Le foto sono quelle di un servizio sui rifugiato siriani in Turchia. Persone che sono sfuggite a violenze e massacri.  Caujolle trova le foto troppo patinate, gli ricordano un servizio di Moda… Si tratta di una questione importante: un fotografo può trattare in maniera “fashion” un argomento drammatico come quello dei rifugiati ? A me sembra che Gafic abbia sfruttato in maniera intelligente gli elementi di ambientazione di un campo profughi: la parete di un prefabbricato, un telo di plastica usato come tenda … Magari luce naturale scelta bene (a volte basta decidere la posizione rispetto ad una finestra o ad una porta ed avere in questo modo un controllo sulla luce ambiente) e poi tanta empatia con i soggetti di cui Gafic ha anche raccolto qualche frammento di testimonianza. Insomma perchè una buona luce ed uno sfondo scelto bene dovrebbero essere destinati solo agli appartenenti al monndo del fashion ? A me è piaciuto l’approccio di Gafic, ha trattato i rifugiati come soggetti da ritrarre, non appiattendoli sull’elemento della disperazione che sicuramente gli appartiene ma non esaurisce la loro personalità….

foto di Z.Gafic

foto di Z.Gafic

Fotografia e graphic novel

foto di Alain Keler, dal libro “Alain e i Rom”

Emmanuel Guibert, fumetto tratto dal libro Alain e i Rom. E’ inglobato un autoritratto di Alain Keler

Vorrei parlare di due letture parallele che mi è capitato di fare in queste settimane. Si tratta di graphic novels che utilizzano la fotografia, oltre che il segno grafico e la scrittura. E’ una forma di espressione che mi intriga molto, perchè si presta secondo me a raccontare realtà complesse unendo insieme vari registri espressivi. Nella prima lettura  (Guibert – Keler -Lemercier  Alain e i Rom, Coconino Press 2011) le fotografie di Alain Keler sono inglobate nel fumetto di Emmanuel Guibert in maniera secondo me perfetta, perchè ognuna è il controcampo dell’altra; l’illustrazione racconta quello che la fotografia in quel momento non poteva riprendere, ne allarga l’orizzonte. La fotografia invece, in mezzo ad una pagina completamente grafica, spezza di colpo l’astrazione del segno e riporta il lettore allo sguardo del fotografo testimone. Keler è affascinato dalle minoranze, ha seguito le tracce dei perseguitati in tutta l’Europa dell’Est. In questo libro presenta alcuni suoi incontri con le comunità Rom, di cui uno anche in Italia (a Lamezia Terme). Il suo stile è quello del réportage classico b/n della grande tradizione francese, da questo punto di vista non è certo un innovatore, ma la grandissima umanità che traspare dalle sue interazioni con i soggetti che fotografa lo rende un vero maestro del racconto.

foto di Caterina Sansone dal libro Palacinche

Un disegno di Alessandro Tota dal volume Palacinche

Tutt’altra atmosfera nel libro di Caterina Sansone ed Alessandro Tota – Palacinche – Fandango Edizioni 2012. Il volume racconta il viaggio compiuto da Caterina e da Alessandro, suo compagno anche nella vita, per seguire a ritroso il viaggio compiuto negli anni del dopoguerra dalla madre di Caterina, esule istriana, da Fiume (ora Rijeka in Croazia) ad Antella (FI). Essendo innamorato dell’est Europa da parecchi anni, appena ho letto l’argomento del libro mi sono precipitato a comprarlo.  Il libro è stato interessantissimo, e tra l’altro mi fa molto piacere che un artista barese (Alessandro Tota) stia lavorando bene a Parigi…Il tratto di Tota già lo conoscevo, passa dal bianco nero secco al colore pennellato in maniera completamente naturale. Le fotografia di Caterina Sansone sono sia in bianco e nero (le prime pagine di apertura) che a colori, in formato quadrato, per tutto il resto del libro. Devo dire che l’apertura in bianco e nero mi ha emozionato più delle foto a colori, che invece sono molto distaccate e frontali. Comunque un bel lavoro di entrambi. L’unico appunto: mi sembra che le due personalità artistiche non si fondano in maniera compiuta. Il fumetto di Alessandro Tota è ironico e ricco di understatement, le foto di Caterina Sansone sono molto intime e riflessive, ricordano l’insegnamento di L.Ghirri,  e secondo me non c’è una vera e propria interazione tra le due personalità.

Nostalgia

dal sito del Wall Street journal – foto di Leandra Medine (il Rachel Comey show) modificata dalla stessa con Istagram (effetto X-Pro II)

un iPhone “vestito” da Leica

Vorrei ragionare su alcune notizie che si sono rincorse nelle scorse settimane, relative al fenomeno Istagram. Alcune, anche se sembrano di carattere strettamente finanziario, riguardano il mondo della fotografia. In rapida successione: in aprile la società americana che ha creato la popolarissima “app” (gratuita) per l’iPhone è stata acquistata da Facebook per un miliardo di dollari… il 18 maggio Facebook è ufficialmente stata quotata in borsa e dovrebbe capitalizzare una cifra superiore ai 100 miliardi di dollari. Ma pochi articoli spiegano veramente perchè Istagram sia stata tanto valutato, e sopratutto perchè da un social network… l’operazione compiuta da Facebook è stata descritta in decine di articoli (questo ad esempiol Wall Street Journal spiega tutti i retroscena). Ma cosa c’è di veramente potente in questa idea ?  io la chiamerei una mimetizzazione della tecnica, che sparisce per dare a chi la usa la sensazione di essere creativo senza doversi sobbarcare  tutto il processo di apprendimento che comprenderebbe l’utilizzo di softwares o attrezzature specifiche. Istagram applica istantaneamente delle trasformazioni alle immagini (anche banali) che può capitare a tutti di scattare (magari con un telefonino); trasformazioni che richiederebbero tempi di lavorazione variabili usando programmi come Photoshop o Lightroom (per quet’ultimo programma è comunque è possibile trovare, gratis o a pagamento, tantissimi “presets”, cioè un insieme di parametri predefini che danno all’immagine un look particolare), e sopratutto richiederebbero all’utilizzatore stesso di avere un suo progetto a monte. Istagram fa questo in maniera istantanea ed in più rende possibile la condivisione sui social networks, che è l’aspetto che interessa a Facebook. Perchè condividere le foto significa anche fare entrare altri nel nostro mondo, a volte privato, e permettere una sempre maggiore precisione nella nostra “profilazione”, cioè nel nostro diventare target per comunicazioni pubblicitarie sempre più mirate. Quindi ci sono due aspetti di Istagram che hanno costituito la chiave del suo successo: uno è quello della facilità di condivisione (30 milioni di utenti e 5 milioni di foto caricate al giorno in aprile) e l’altro è quello della trasformazione delle foto stesse, in base a 17 “filtri” (fino adesso) a disposizione dell’utente, cha danno alle foto l’aspetto per esempio di una Polaroid oppure di una foto a colori anni ’60. Così come si cambia il look delle foto, si cambia anche quello dello dell’Iphone, strumento principe del nostro modo di acquisire/possedere in tempi sempre più rapidi il mondo che ci circonda. La mimetizzazione della tecnica può consistere anche – più banalmente – nel cambiarne il rivestimento (“skin”). In commercio se ne trovano di tutti i tipi. Mi sembra che ci sia una parola che può riassumere il senso delle varie operazioni: la nostalgia verso il mondo della fotografia analogica (la “vera” fotografia come dice qualcuno) … mi viene in mente una frase di un poeta che amo molto, A. Rimbaud: Il faut être absolument moderne (bisogna essere moderni in modo assoluto)…. lui si è sembre battuto (pagando anche di persona) contro ogni nostalgia ! Insomma: anche se sembra una operazione molto “attuale”, in realtà l’utilizzo di Istagram, così come di una “Skin” tipo Leica per il nostro Iphone, mi sembra contenere tanta nostalgia e tanta voglia di scegliere la via più facile! per finire una nota tutta italiana;

“Socialmatic”: la concept camera Istagram dello studio ADR

Uno studio di Design Italiano ADR ha presentato una concept camera che in pratica mette in forma fisica il logo di Istagram, dotando il logo stesso di obbiettivo, disco rigido, stampante e connessione wi-fi… ovviamente le immagini sono istantaneamente filtrate con il sofware Istagram. Lo studio ADR sta raccogliendo, sul sito Indiegogo, il finanziamento per iniziare una produzione industriale.

Un paesaggio immaginato

fotografie di Desmond Burdon (sequenza che riassume il lavoro di fotomontaggio necessario per realizzare questa ed altre immagini del paesaggio siciliano utilizzate dall'Agenzia Pubblicitaria Saatchi & Saatchi per la campagna pubblicitaria commissionata dall'Assessorato al Turismo della Regione Sicilia nel 2003) dal sito http://www.dburdon.com/

A proposito di paesaggio e fotografia. A proposito di politica, sopratutto. Una storia di quasi 10 anni fa ma di cui si è tornati a parlare. A volte il ritocco fotografico può essere una scorciatoia per adattare il paesaggio alle nostre aspettative. Il nostro paesaggio è purtroppo molto diverso dal nostro immaginario, ce ne accorgiamo specialmente quando lo fotografiamo. Infatti la fotografia ci permette di tornare sul luogo “a freddo”, senza l’emozione o il piacere magari della camminata, della compagnia piacevole o del pezzo di focaccia caldo… Rimangono le brutture, la sporcizia, gli abusi edilizi, rimane la testimonianza concreta dello scempio. Noi da qualche anno stiamo lavorando sul paesaggio di Puglia e Basilicata, e devo dire che dobbiamo davvero fare i salti mortali e ricorrere a tutti gli strumenti del linguaggio fotografico per riportare in Archivio immagini accettabili. Il fotomontaggio tuttavia permette di creare paesaggi completamente o parzialmentne nuovi. Mi sembra che in questo modo si possano creare fotografie bellissime, ed il professionista londinese Desmond Burdon è un maestro in questo settore. Il punto politico è però colto in maniera magistrale da Gian Antonio Stella. Per invogliare le persone a visitare la Sicilia bisognerebbe forse combattere gli abusi edilizi (ma ci vogliono anni9, non eliminarli con il Photoshop !

ecco un piccolo estratto dell’articolo di Gian Antonio Stella  (dal Corriere della Sera del 2003, ora ripubblicato in: Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella “Vandali” , Milano, Rizzoli 2011) “Duemilasettecentotrentasette anni dopo, il lido di Naxos è tornato così come lo vide Teocle, che un Nettuno furibondo (il nostromo della nave greca gli aveva offerto del fegato cotto male) aveva fatto naufragare a Capo Schilisi. Un miracolo. Via l’ ammasso di alberghi, condomini, palazzoni, supermercati e garage che ammorbano il golfo. Pluff: tutto sparito. E al suo posto, alle spalle del teatro greco di Taormina, è ricomparsa la Sicilia dei Calcidesi di Eubea. Bedda. Beddissima. Tornata vergine con sapienti ritocchi al computer per sottolineare al meglio la filosofia della campagna pubblicitaria regionale: «La Sicilia non ha bisogno di attirarvi coi soliti trucchetti». «Sorry, ho sbagliato», ha spiegato l’ autore del «maquillage», il fotografo londinese Desmond Burton dopo la denuncia su un giornale locale dell’ imbroglio, scoperto da un emigrato siciliano che aveva strabuzzato gli occhi vedendo la pubblicità sulla Suddeutsche Zeitung. Lo stesso sorry, tuttavia, non è venuto da chi quelle paginate propagandistiche le aveva commissionate. Non una parola dopo lo scoop iniziale sulla stampa isolana, non una dopo le polemiche su qualche tivù privata, non una dopo la pubblicazione di una notizia sull’ Espresso. E la réclame ha continuato a uscire. ( ….) Esempio folgorante di una tecnica di promozione turistica che, finalmente, potrebbe risolvere un sacco dei nostri problemi. E’ brutta Venezia con Marghera sullo sfondo? Clic: via le ciminiere. Non sta tanto bene il viadotto che porta ad Agrigento coi piloni piantati dentro una necropoli? Clic: via il viadotto. E’ imbarazzante l’ assedio di condomini al parco del Vesuvio? Clic: via i condomini. Era più bella la Costa Smeralda senza quelle migliaia di casette a schiera? Clic: via le casette a schiera. In attesa di perfezionarci in un esaltante restyling virtuale di tutto il nostro patrimonio culturale: la restituzione copia-incolla della mano destra all’ Esculapio di Macerata, del braccio sinistro all’ Anubi del Museo Archeologico di Napoli, di un occhio a un Bronzo di Riace, del braccio destro e del sinistro del Giovinetto di Mozia… Fino al capolavoro: il trapianto copia-incolla di due braccia e una gamba al Satiro Danzante ripescato nel Canale di Sicilia. Diciamoci la verità: sarà mica bello, un moncherino così? La società dell’ immagine ha diritto a qualcosa di più bellino…” Gian Antonio Stella (dall’Archivio del Corriere della Sera, dove si può legggere l’articolo intero)

Per finire un piccolissimo esempio di come altrove si risolve il problema dei cavi elettrici, per esempio: non ritoccandoli con il photoshop ma interrandoli. Dove avviene ? non in una località particolarmente turistica ma nella grande Region Parisienne, (la vasta regione intorno a Parigi dove vivono milioni di persone), dove il piccolo comune di SaintMaur-des-Fossés sta interrando da qualche anno tutti i cavi elettrici, col preciso scopo di migliorare il paesaggio urbano …

sul sito ufficiale del Comune di Saint-Maur-des-Fossés hanno pubblicato queste due foto, a sinistra un tipico esempio di paesaggio deturpato, a destra le trincee destinate ad ospitare i cavi elettrici)

Un solo giga

ritratto del musicista Sam Roberts - foto di Derek Shapton

Riprendendo tutte quelle inutili e ridondanti immagini non sto facendo altro che passare il testimone al futuro me stesso, quello che starà seduto disperatamente per ore davanti al computer” (Derek Shapton).

qualche riga da questo bel post del fotografo canadese Derek Shapton (grazie a Rob Haggard di A PhotoEditor per averlo segnalato). Derek è un fotografo professionista che lavora su commissione per riviste (redazionali, ritratti) :  “(…) quando facevo la selezione dai provini a contatto, gli scatti buoni saltavano letteralmente fuori dal foglio… era come vedere il tuo nome scritto male in una pagina di testo !! sceglievo i fotogrammi con la lente di ingrandimento, ignoravo il resto, e andavo avanti con la mia vita… Potevo selezionare tutta una sessione di ritratto, da 5 a 10 provini a contatto in 10 minuti !  Cinque provini a contatto … sarebbero 60 fotogrammi. Aspetta un attimo! cosa ?  se scattassi 60 fotogrammi adesso mi sentirei un pigrone. Ora uso almeno 8 gigabyte, 280-300 fotogrammi, anche per i lavori più semplici (…) ma il mio modo di fotografare è migliorato con tutte queste immagini in più ? Direi di no. La mia fede nelle mie convinzioni fotografiche si è annacquata. Prima lavoravo in maniera molto più consapevole, sapendo che avevo solo 12 inquadrature a disposizione prima di dover cambiare il dorso. Vedevo qualcosa ma poi mi dicevo: non voglio sprecare questo scatto – un pensiero che ora non attraversa mai la mia mente ! Sicuramente ora riesco a fotografare dei momenti che altrimenti, con un approccio più prudente, non avrei mai colto; ma per la maggior parte del tempo non faccio altro che generare spazzatura mascherata da fotografia. Riprendendo tutte quelle ridondanti, inutili immagini non sto facendo altro che passare il testimone al futuro me stesso, quello che starà seduto disperatamente per ore davanti al computer. (…)L’immagine qui sopra è un ritratto recente del musicista Sam Roberts, scattata ai margini di un réportage per una rivista. Il mio incarico infatti non prevedeva ritratti, ma mi si era presentata una opprtunità imprevista; avevo scattato tutta la giornata senza scaricare le schede, e me ne era rimasta solo una da un gigabyte.  Sono andato sulla location avendo in mente tre diverse situazioni, ho scattato poco ma lentamente e metodicamente ; alla fine avevo 26 fotogrammi (l’equivalente di circa due rulli 120) e, sopratutto, c’era la foto che volevo. (…) Così questa è la sfida: sul prossimo lavoro, perchè non portare solo una scheda da un giga ? “.

Nota storica: quando si lavorava con le fotocamere medio formato la sessione di ripresa “classica” era scandita dal ritmo dei 12 scatti – che sono il numero di fotogrammi 6×6 contenuti in un rullo 120. C’erano anche – per alcuni tipi di pellicole- i rulli 220, con 24 fotogrammi a disposizione; ma non sono mai stati molto usati. Ogni 12 fotogrammi bisognava quindi ricaricare il dorso oppure cambiarlo nel caso si disponesse di più di un dorso. La scheda da un giga di cui parla l’Autore corrisponderebbe invece concettualmente al classico rullino da 36 fotogrammi (il nuero esatto delle foto dipende dalle dimensioni dei files Raw). Mi piace questo articolo perchè mostra come l’esperienza dell’utilizzo del mezzo analogico possa portare, senza nostalgia, ad una “ecologia” della fotografia digitale… infatti chiunque lavoro a vario tipo con l’immagine digitale ha il grosso problema della conservazione e archivazione dei dati, perchè alla fine il lavoro più impegnativo è quello della selezione… e poi non si butta mai niente ! anche perchè “con la postproduzione si fanno miracoli”… insomma, vogliamo usare la scheda da un Giga (magari per i lavori personali, dove abbiamo più controllo sulla situazione) ?

Shorpy Higginbotham

Shorpy Higginbotham: 1910
foto di Lewis W. Hine
http://www.shorpy.com/

Shorpy.com – Historical Photo Archive è un “vintage” foto blog  che mostra migliaia di immagini in alta risoluzione della storia americana dal 1850 al 1950 circa .Il sito è dedicato a questo ragazzino, Shorpy Higginbotham, (1896-1928)  che faceva l’ingrassatore di parti meccaniche in una miniera in Alabama. Morì a 31 anni in un incidente sul lavoro,  fu fotografato per la prima volta da Lewis W. Hine durante la sua campagna di documentazione sul lavoro minorile svolta per la National Child Labor Comittee (NCLC). La scelta di questo  nome da parte dei curatori del sito , la dice lunga non solo sulla passione e  amore per la propria storia, vista anche attraverso la vita degli ultimi, ma anche sull’importanza documentaria che ebbe la fotografia negli Stati Uniti, utilizzata non  solo per propaganda. La maggior parte dei materiali proviene dalla Libreria del Congresso Americano, ma ci sono anche contributi privati come scene da matrimoni, la guerra in Viet Nam, istantanee familiari come questa:

Maogwai Cat: Photo of my sister and I next to our father's 1972 AMC Javelin. We were living on Calaroga Ave in Hayward, California. Photo was taken on a 126 camera (da http://www.shorpy.com)

C’ è una sezione in cui i partecipanti colorano immagini d’epoca , si tratta quindi di immagini pubbliche accessibili a tutti, come la celebre Powerhouse Mechanic and Steam Pump (1920) di Lewis W. Hine. Non sono daccordo con operazioni di questo tipo ma forse “giocare” con le testimonianze della propria storia può essere  un modo per non dimenticarsene.

Powerhouse Mechanic and Steam Pump (1920) (Colorized)
foto di Lewis W. Hine dalla serie "Work Portraits"
colorata e proposta da: sheldontechnology
http://www.shorpy.com/

Mi sono imbattuto su questo sito cercando materiale su Kodachrome in lastra. Ho quindi trovato un’ intera sezione di immagini riprese per per le forze armate americane, la maggior parte delle quali appunto su Kodachrome 4×5.

Wonder Women: 1942 / foto di Howard Hollem for the Office of War Information.
Submitted by Dave on Mon, 01/23/2012
Kodachrome 4x5
http://www.shorpy.com/

Questo sito rappresenta una miniera inesauribile di materiale ben indicizzato per facilitare la ricerca on-line, con specifiche sezioni su: Ansel Adams (immagini poco note, sempre della Library of Congress),  Dorothea Lange, Il già citato Lewis W. Hine, Walker Evans, Jack Delano ( anche lui incaricato dalla FSA)  e altri, forse meno noti a  noi europei fino ad arrivare agli anni 50 con alcune immagini di Alfred Eisenstaedt /Archivi Time Life. Altri particolari sulle specifiche tecniche e sul lavoro di restauro digitale operato dai curatori del sito possono essere consultate qui.

Hollywood, 1953. "Actress Marilyn Monroe at home." 35mm color transparency by Alfred EisenstaedtAlfred Eisenstaedt (1898-1995)
Images from the Time-Life archive.
http://www.shorpy.com

La mia Africa

Foto: Francesco Giusti e Filippo Romano

Ci sono vari modi di viaggiare ed esplorare il mondo, quindi di raccontarlo. Il migliore è sicuramente quello di affidarsi a qualcuno del posto che possa introdurci, far conoscere  realtà  fuori dal sentiero battuto; tutto questo è ancora più valido quando si tratta di documentare e conoscere realtà sotto vari aspetti “difficili” come può essere una baraccopoli alla periferia di Nairobi, in Kenia. L’accessibilità dei viaggi low-cost ha creato nei viaggiatori l’ illusione di una potenziale conoscenza globale del mondo; in realtà ci sono intere zone off limits , sopratutto  per chi dispone di una macchina fotografica al collo. Questo non solo per problemi di sicurezza, ma per una reciproca incomprensione culturale. Mettendosi nei panni di un abitante di un quartiere degradato, che sia  vicino ad una  nostra città, alla periferia di Parigi, o in sud America, penso che nessuno possa essere  contento che qualcun altro  documenti la propria miseria, salvo avere la consapevolezza che il far conoscere questa situazione fuori dal quartiere possa  essere di aiuto per lo sviluppo del quartiere stesso. Allo stesso tempo chi cerca di documentare questa realtà, anche se animato dalla volontà di fare qualcosa per chi vive nel quartiere, lavorerà probabilmente con diffidenza e pregiudizi non conoscendo a fondo la realtà del posto. Ecco quindi due posizioni contrapposte che difficilmente potranno comunicare fra loro e aiutarsi a realizzare le rispettive aspettative. Per questo motivo mi è piaciuto molto questo workshop fotografico  di Francesco Giusti e Filippo Romano, che in collaborazione con Live in slums.org stanno organizzando all’ interno della baraccopoli di Matahre, a Nairobi, Kenya dal 27 Agosto al 7 Settembre 2012 (chiusura iscrizioni 30 Maggio).

L’ aspetto saliente di questa iniziativa, è proprio che: “Il workshop è stato pensato, su richiesta degli stessi abitanti dello slum, per finanziare il progetto di un portale web (YOUTZ_net) che dia visibilità ai giovani musicisti, danzatori e artisti, ma anche associazioni culturalmente e socialmente attive dello slum…le quote di iscrizione, così come le migliori immagini prodotte durante il workshop saranno destinate a tale progetto. I partecipanti lavoreranno singolarmente, fianco a fianco a giovani abitanti, guide e traduttori, ma soprattutto soggetti attivi dello slum, con cui condividere quotidianamente la costruzione del racconto fotografico.” Potete trovare  informazioni e costi (veramente molto contenuti) su questa breve  scheda. Francesco Giusti e Filippo Romano non sono nuovi a progetti di questo tipo, abbiamo già raccontato la loro esperienza  “Abitare nella città dei morti” (Inside City of the Dead) realizzata nella periferia del Cairo.