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Una nuova democrazia visiva ?

by su 11/02/2013
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a sinistra una ripresa con iPhone 5 e l’a App Hipstamatic; a destra le stessa foto filtrata e condivisa con Instagram

Qualche riflessione su Instagram. Da quando uso questo strumento (con grandissimo interesse e divertimento, insieme all’altro, popolarissimo, Hipstamatic) mi sono spesso chiesto in che direzione si muova il trattamento dell’immagine, in che senso si possa dire che questo tipo di applicazioni fondi – o contribuisca a fondare insieme ad altri fattori – una estetica “sociale” della foto; oserei dire (volendo essere critico a tutti i costi) una estetica dove il contenuto è sempre meno importante. Però riflettendo sul contesto in cui questo tipo di Apps vengono usate (cfr J.M. Colberg) si può pensare a diverse potenzialità, diversi risultati in base al contesto di riferimenti culturali e personali dell’utilizzatore. Infatti se un utente superficiale rischia semplicemente di spettacolarizzare la banalità (ed in giro ci sono tanti esempi), un fotografo consapevole dei propri mezzi può usare questi strumenti per ottenere risultati interessanti in maniera più veloce e prevedibile rispetto a quelli consentiti dal flusso di lavoro tradizionale. Può inoltre condividere (o meglio “pubblicare” nel senso letterale di rendere pubblico) le foto in maniera quasi istantanea. L’uso immediato dei filtri (nel caso di Instagram) o delle varie combinazioni obbiettivo/pellicola/flash (nel caso di Hipstamatic) consente anche di superare le limitazioni tecniche che ovviamente ci sono (tra tutte cito la scarsa resa in condizioni di bassa luminosità oppure la mancanza della possibilità di acquisire le informazioni in formato RAW). In un bel saggio Nathan Jurgesson, tra l’altro, sottolinea come  questo trend sia stato reso possibile dalla crescita dell’uso dei telefoni cellulari. Jurgesson elenca tre differenze fondamentali rispetto alla precedente fotografia con macchine digitali “point and shoot” (quelle completamente automatiche, che forse hanno sempre meno ragione di essere) : “(1) il tuo smartphone è sempre con te, probabilmente anche durante il sonno, rispetto anche alla più maneggevole delle digitali; (2) l’apparecchio fotografico nello smartphone esiste come componente di un potentissimo ecosistema hardware/software comprensivo di una serie di applicazioni. (3) lo smartphone è tipicamente connesso ad internet  più spesso e meglio  di quanto lo fossero i precedenti apparecchi fotografici. Così le foto che riprendi saranno probabilmente più “sociali” (in opposizione al solo consumo personale) perchè l’apprecchio fotografico è sempre con te nelle varie situazioni e, cosa ancora più importante, l’apparecchio è connesso con il web ed esiste all’interno di una serie di applicazioni che sono in grado di caricarne il contenuto sui vari social media. Al di là del suo essere sociale, la app rende molto più facile l’applicazione di diversi filtri rispetto all’utilizzo di macchine fotografiche completamente automatiche oppure ai software di editing fotografico utilizzabili sul computer.”

Dal punto di vista delle possibilità creative per i fotografi un parere molto positivo viene proposto dal Journal de la Photographie di oggi, nell’editoriale di Jonas Cuénin; l’autore prende spunto da un evento recente: il Time Magazine (editore di LIFE) ha inviato nello scorso novembre 5 fotografi per documentare il percorso e le conseguenze dell’uragano Sandy, dando come direttiva di utilizzare soltanto smartphhones (in particolre gli Iphones) e di trattare e condividere le foto attraverso il sito Instagram. Il risultato è stato un successo: l’account Instagram del giornale ha avuto 12.000 visite in due giorni mentre il 13% di tutto il traffico del Lightbox del giornale è stato costituito da visite alle foto in questione. Un altro punto di vista molto istruttivo (citato sempre nello stesso editoriale) è quella di James Estrin, redattore capo del blog LENS del New York  Times “Ha importanza che tipo di apprecchio Damon Winter abbia utilizzato per realizzare queste immagini composte in maniera superba ? non penso. Sono le immagini che sono importanti. Quando posso, evito di parlare di attrezzatura fotografica. E’ il fotografo che realizza la foto, non la sua attrezzatura. Non penso che molti si preoccupino  del tipo di macchina da scrivere utilizzata da Hemingway per scrivere i suoi testi !”

Concludo con questo frase in apertura di un articolo del 13 dicembre scorso su Lightbox del Time: “Il dieci per cento di tutte le foto prodotte nell’intera storia della fotografia sono state scattate quest’anno ! Una cifra impressionante. Più che mai nel passato, anche grazie alla tecnologia degli smarphones, il mondo ha avuto a che fare con la fotografia e con la comunicazione attraverso le immagini”.

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a sinistra la foto originale presa con Iphone5, a destra la foto pubblicata con Instagram: in questo caso avrei preferito un taglio non quadrato

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One Comment
  1. “Il dieci per cento di tutte le foto prodotte nell’intera storia della fotografia sono state scattate quest’anno !
    Tanta abbondanza immagino porti molti a schierarsi. E ci si schiera se si crede in “valori” o si vuole difendere una posizione acquisita nel tempo.
    Quali sono i valori in gioco? Quali sono le posizioni da difendere?
    1) La “qualità” delle immagini fotografiche ( posto che sia possibile determinarla univocamente..)
    verrà contrapposta alla quantità.
    2) La professionalità acquisita nel tempo verrà contrapposta alla amatorialità diffusa,nei modi e nei mezzi.
    Molti altri potrebbero essere i valori in campo per i quali ognuno riterrà di argomentare.
    Non entro nello specifico degli altri possibili valori.
    La prima cosa che mi viene in mente è che questa esuberante quantità (di immagini) ,che la tecnologia favorisce nella creazione e diffusione,la possiamo riscontrare in molti altri campi.
    Abbiamo ,grazie alla tecnologia un numero sempre crescente di notizie,giornali,scrittori,musicisti,fotografi,trasmissioni video…
    Potremmo in tutta sincerità dire che una quantità inferiore di tutte queste cose è preferibile
    alle possibilità che ora abbiamo di scegliere,anche sbagliando?
    Ritengo che la quantita ( di foto e di altro..) porti necessariamente ad una qualità media sempre crescente.Si stà producendo un’alfabetizzazione non solo visiva ma in tutti quei campi dove la facilità di accesso a mezzi produttivi ( fotocamere,software video…) e loro successiva pubblicazione
    permette a tutti di essere presenti in uno scenario globale dove le Istituzioni ( di qualsiasi genere esse siano ) hanno obbietive difficoltà a mantenere un ruolo dominante e di “tutor”.
    Tutti suonano,scrivono,fotografano….e sempre piu la differenza fra professionisti e amatori si assottiglia.A difesa dei “valori” le istituzioni ( musei,gallerie,giornali cartacei,curatori..) cercano di creare barriere per difendere quella scarsità ,di operatori e opere, che consenta di stabilire univocamente chi e cosa un valore abbia.
    Non è un già un valore in se stesso, la diffusione delle pratiche? Non sappiamo riconoscere in questa quantità di foto,o altro,un senso che la stessa tecnologia che lo favorisce non è in grado di rivelare?
    Penso che chi desideri la “scarsita” lo faccia non, a difesa di valori ,( che si diffondono sempre piu ) ma di un proprio supposto valore.Sinanco i fotoamatori per appagare il proprio ego ci tengono ad apporre il proprio copyright…sulle foto che postano.Cosa si difende? la vendibilità ed uso di un immagine in bassa risoluzione,molto probabilmente simile a milioni di altre fotografie,oppure il proprio ego?Per quanto comprensibile ci abitueremo anche a questo, e presto, anche i fotoamatori non sentiranno piu l’esigenza di apporre la propria firma su ogni loro produzione.
    E’ contemporaneamente vero che qualcun’altro cercherà sempre di produrre scarsità,di informazioni,fotografie,musiche,idee,parlando di valori.Ma sarà sempre piu difficile,spero.

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