Vai al contenuto

Benvenuti sul nostro blog, dove si ragiona intorno alla fotografia ... trovate informazioni su di noi nella pagina \\\"biografie\\\"
Antonio e Roberto Tartaglione

Un solo giga

ritratto del musicista Sam Roberts - foto di Derek Shapton

Riprendendo tutte quelle inutili e ridondanti immagini non sto facendo altro che passare il testimone al futuro me stesso, quello che starà seduto disperatamente per ore davanti al computer” (Derek Shapton).

qualche riga da questo bel post del fotografo canadese Derek Shapton (grazie a Rob Haggard di A PhotoEditor per averlo segnalato). Derek è un fotografo professionista che lavora su commissione per riviste (redazionali, ritratti) :  “(…) quando facevo la selezione dai provini a contatto, gli scatti buoni saltavano letteralmente fuori dal foglio… era come vedere il tuo nome scritto male in una pagina di testo !! sceglievo i fotogrammi con la lente di ingrandimento, ignoravo il resto, e andavo avanti con la mia vita… Potevo selezionare tutta una sessione di ritratto, da 5 a 10 provini a contatto in 10 minuti !  Cinque provini a contatto … sarebbero 60 fotogrammi. Aspetta un attimo! cosa ?  se scattassi 60 fotogrammi adesso mi sentirei un pigrone. Ora uso almeno 8 gigabyte, 280-300 fotogrammi, anche per i lavori più semplici (…) ma il mio modo di fotografare è migliorato con tutte queste immagini in più ? Direi di no. La mia fede nelle mie convinzioni fotografiche si è annacquata. Prima lavoravo in maniera molto più consapevole, sapendo che avevo solo 12 inquadrature a disposizione prima di dover cambiare il dorso. Vedevo qualcosa ma poi mi dicevo: non voglio sprecare questo scatto – un pensiero che ora non attraversa mai la mia mente ! Sicuramente ora riesco a fotografare dei momenti che altrimenti, con un approccio più prudente, non avrei mai colto; ma per la maggior parte del tempo non faccio altro che generare spazzatura mascherata da fotografia. Riprendendo tutte quelle ridondanti, inutili immagini non sto facendo altro che passare il testimone al futuro me stesso, quello che starà seduto disperatamente per ore davanti al computer. (…)L’immagine qui sopra è un ritratto recente del musicista Sam Roberts, scattata ai margini di un réportage per una rivista. Il mio incarico infatti non prevedeva ritratti, ma mi si era presentata una opprtunità imprevista; avevo scattato tutta la giornata senza scaricare le schede, e me ne era rimasta solo una da un gigabyte.  Sono andato sulla location avendo in mente tre diverse situazioni, ho scattato poco ma lentamente e metodicamente ; alla fine avevo 26 fotogrammi (l’equivalente di circa due rulli 120) e, sopratutto, c’era la foto che volevo. (…) Così questa è la sfida: sul prossimo lavoro, perchè non portare solo una scheda da un giga ? “.

Nota storica: quando si lavorava con le fotocamere medio formato la sessione di ripresa “classica” era scandita dal ritmo dei 12 scatti – che sono il numero di fotogrammi 6×6 contenuti in un rullo 120. C’erano anche – per alcuni tipi di pellicole- i rulli 220, con 24 fotogrammi a disposizione; ma non sono mai stati molto usati. Ogni 12 fotogrammi bisognava quindi ricaricare il dorso oppure cambiarlo nel caso si disponesse di più di un dorso. La scheda da un giga di cui parla l’Autore corrisponderebbe invece concettualmente al classico rullino da 36 fotogrammi (il nuero esatto delle foto dipende dalle dimensioni dei files Raw). Mi piace questo articolo perchè mostra come l’esperienza dell’utilizzo del mezzo analogico possa portare, senza nostalgia, ad una “ecologia” della fotografia digitale… infatti chiunque lavoro a vario tipo con l’immagine digitale ha il grosso problema della conservazione e archivazione dei dati, perchè alla fine il lavoro più impegnativo è quello della selezione… e poi non si butta mai niente ! anche perchè “con la postproduzione si fanno miracoli”… insomma, vogliamo usare la scheda da un Giga (magari per i lavori personali, dove abbiamo più controllo sulla situazione) ?

Shorpy Higginbotham

Shorpy Higginbotham: 1910
foto di Lewis W. Hine
http://www.shorpy.com/

Shorpy.com – Historical Photo Archive è un “vintage” foto blog  che mostra migliaia di immagini in alta risoluzione della storia americana dal 1850 al 1950 circa .Il sito è dedicato a questo ragazzino, Shorpy Higginbotham, (1896-1928)  che faceva l’ingrassatore di parti meccaniche in una miniera in Alabama. Morì a 31 anni in un incidente sul lavoro,  fu fotografato per la prima volta da Lewis W. Hine durante la sua campagna di documentazione sul lavoro minorile svolta per la National Child Labor Comittee (NCLC). La scelta di questo  nome da parte dei curatori del sito , la dice lunga non solo sulla passione e  amore per la propria storia, vista anche attraverso la vita degli ultimi, ma anche sull’importanza documentaria che ebbe la fotografia negli Stati Uniti, utilizzata non  solo per propaganda. La maggior parte dei materiali proviene dalla Libreria del Congresso Americano, ma ci sono anche contributi privati come scene da matrimoni, la guerra in Viet Nam, istantanee familiari come questa:

Maogwai Cat: Photo of my sister and I next to our father's 1972 AMC Javelin. We were living on Calaroga Ave in Hayward, California. Photo was taken on a 126 camera (da http://www.shorpy.com)

C’ è una sezione in cui i partecipanti colorano immagini d’epoca , si tratta quindi di immagini pubbliche accessibili a tutti, come la celebre Powerhouse Mechanic and Steam Pump (1920) di Lewis W. Hine. Non sono daccordo con operazioni di questo tipo ma forse “giocare” con le testimonianze della propria storia può essere  un modo per non dimenticarsene.

Powerhouse Mechanic and Steam Pump (1920) (Colorized)
foto di Lewis W. Hine dalla serie "Work Portraits"
colorata e proposta da: sheldontechnology
http://www.shorpy.com/

Mi sono imbattuto su questo sito cercando materiale su Kodachrome in lastra. Ho quindi trovato un’ intera sezione di immagini riprese per per le forze armate americane, la maggior parte delle quali appunto su Kodachrome 4×5.

Wonder Women: 1942 / foto di Howard Hollem for the Office of War Information.
Submitted by Dave on Mon, 01/23/2012
Kodachrome 4x5
http://www.shorpy.com/

Questo sito rappresenta una miniera inesauribile di materiale ben indicizzato per facilitare la ricerca on-line, con specifiche sezioni su: Ansel Adams (immagini poco note, sempre della Library of Congress),  Dorothea Lange, Il già citato Lewis W. Hine, Walker Evans, Jack Delano ( anche lui incaricato dalla FSA)  e altri, forse meno noti a  noi europei fino ad arrivare agli anni 50 con alcune immagini di Alfred Eisenstaedt /Archivi Time Life. Altri particolari sulle specifiche tecniche e sul lavoro di restauro digitale operato dai curatori del sito possono essere consultate qui.

Hollywood, 1953. "Actress Marilyn Monroe at home." 35mm color transparency by Alfred EisenstaedtAlfred Eisenstaedt (1898-1995)
Images from the Time-Life archive.
http://www.shorpy.com

La mia Africa

Foto: Francesco Giusti e Filippo Romano

Ci sono vari modi di viaggiare ed esplorare il mondo, quindi di raccontarlo. Il migliore è sicuramente quello di affidarsi a qualcuno del posto che possa introdurci, far conoscere  realtà  fuori dal sentiero battuto; tutto questo è ancora più valido quando si tratta di documentare e conoscere realtà sotto vari aspetti “difficili” come può essere una baraccopoli alla periferia di Nairobi, in Kenia. L’accessibilità dei viaggi low-cost ha creato nei viaggiatori l’ illusione di una potenziale conoscenza globale del mondo; in realtà ci sono intere zone off limits , sopratutto  per chi dispone di una macchina fotografica al collo. Questo non solo per problemi di sicurezza, ma per una reciproca incomprensione culturale. Mettendosi nei panni di un abitante di un quartiere degradato, che sia  vicino ad una  nostra città, alla periferia di Parigi, o in sud America, penso che nessuno possa essere  contento che qualcun altro  documenti la propria miseria, salvo avere la consapevolezza che il far conoscere questa situazione fuori dal quartiere possa  essere di aiuto per lo sviluppo del quartiere stesso. Allo stesso tempo chi cerca di documentare questa realtà, anche se animato dalla volontà di fare qualcosa per chi vive nel quartiere, lavorerà probabilmente con diffidenza e pregiudizi non conoscendo a fondo la realtà del posto. Ecco quindi due posizioni contrapposte che difficilmente potranno comunicare fra loro e aiutarsi a realizzare le rispettive aspettative. Per questo motivo mi è piaciuto molto questo workshop fotografico  di Francesco Giusti e Filippo Romano, che in collaborazione con Live in slums.org stanno organizzando all’ interno della baraccopoli di Matahre, a Nairobi, Kenya dal 27 Agosto al 7 Settembre 2012 (chiusura iscrizioni 30 Maggio).

L’ aspetto saliente di questa iniziativa, è proprio che: “Il workshop è stato pensato, su richiesta degli stessi abitanti dello slum, per finanziare il progetto di un portale web (YOUTZ_net) che dia visibilità ai giovani musicisti, danzatori e artisti, ma anche associazioni culturalmente e socialmente attive dello slum…le quote di iscrizione, così come le migliori immagini prodotte durante il workshop saranno destinate a tale progetto. I partecipanti lavoreranno singolarmente, fianco a fianco a giovani abitanti, guide e traduttori, ma soprattutto soggetti attivi dello slum, con cui condividere quotidianamente la costruzione del racconto fotografico.” Potete trovare  informazioni e costi (veramente molto contenuti) su questa breve  scheda. Francesco Giusti e Filippo Romano non sono nuovi a progetti di questo tipo, abbiamo già raccontato la loro esperienza  “Abitare nella città dei morti” (Inside City of the Dead) realizzata nella periferia del Cairo.

Il trionfo delle immagini

La bacheca Virtuale di Pinterest

Le immagini prenderanno il sopravvento sulle parole nei social networks ? se lo chiede Megan Garber sul “The Atlantic” (tradotto sull’ultimo numero di Internazionale: N° 940 16/22 marzo 2012). Proprio come aveva previsto Mitch Stephens  (il suo libro: “la caduta della parola ed il trionfo dell’immagine” – citato da Megan Garber nell’articolo – è del 1998) si sta verificando un proliferare del contenuto visivo rispetto a quello testuale. In particolare molti siti di condivisione delle immagini sono diventati estremamene  popolari: uno degli ultimi arrivati (già molto popolare) è PINTEREST, una grande bacheca virtuale dove si “spillano” e si commentano le foto. Il punto centrale dell’interessante articolo è questo: come la scrittura (cioè l’accesso universale alla scrittura reso possibile dalle tecnologie di stampa moderne) ha reso possibile l’elaborazione di un pensiero lineare, strutturato in maniera logica, potrebbe accadere che il dilagare delle immagini renda possibile in futuro il cambiamento del nostro modo di pensare ? come dice la Garber: “ci spingerà, con il tempo, a diventare più emotivi, impulsivi e inclini all’empatia ?”

In realtà il proliferare di immagini – sopratutto fotografie – è mediato da una tecnologia sempre più perfezionata che spesso è una scorciatoira rispetto ad un percorso personale e creativo. Mi spiego: se con un I Phone ed un programma come Hipstamatic o altri simili riprendo le mie scarpe sicuramente otterrò una foto splendida ed interessante, pronta per essere inserita in una bacheca virtuale… ma in realtà il percorso creativo è stato compiuto  dai progettisti della Apple e dai programmatori della Hipstamatic, lasciando all’utente (moderna “anima bella” così come la criticava Hegel riferendosi a Schiller) solo il piacere della creazione, senza la fatica e l’impegno di sporcarsi le mani con la “tecnica” o la “progettualità”. Non è una critica a questo modo di operare,e solo la constatazione che, secondo me, si delega sempre più il controllo del risultato finale all’esterno del proprio flusso operativo. Alla fine io non so più se l’effetto è voluto da me perchè è all’interno della mia visione, oppure, al contrario, è la tecnica che sta facendo le scelte al posto mio.  Scorrendo le bacheche di Pinterest (tra l’altro riempite di foto comunque create da professionisti e prese dal mondo della pubblicità) si ha l’impressione, tutto sommato, di una grande omologazione delle immagini, e di una ricerca a tutti costi dell’esasperazione formale (nei toni del colore, nella “stranezza” del punto di vista, nella bellezza mozzafiato di un volto o di un paesaggio). E’ un pò una realtà al quadrato, analoga a quella dei video giochi o delle animazioni. E poi, cliccando sui link, spesso ci si ritrova, alla fine, su siti commerciali… all’orizzonte spuntano (indovinate ?) le merci, beni assolutamente materiali e che vanno pagati … A proposito di Hipstamatic, sapete cosa c’è scritto sulla Home Page ? “la fotografia digitale non è mai sembrata così analogica !

dalla Home Page di Hipstamatic

Nella rete

Roberto Tomesani: ma è lecito usare i contenuti trovati in rete ?

Segnalo questo bel video di Roberto Tomesani, Presidente della Tau Visual (Associazione Italiana Fotografi Professionisti) a proposito dei contenuti (in questo caso immagini) trovati in rete. E’ un argomento che interessa un po’ tutti … sulla pagina You Tube del’Associazione ci sono altri video sulle varie leggende metropolitane che popolano il mondo della fotografia e dell’immagine in generale …

La città globale

una delle cartine disponibili sul sito della Cornell University. Cliccare sull'immagine per accedere al sito ed alle cartine a maggiore risoluzione

“Sai, sono stato a New York ed ho fatto un sacco di foto” ! (a questo inizio a cercare una scusa per scansare il rituale relativo alle foto di viaggio – prima le micidiali proiezioni di diapositive, ora lo scorrere delle foto sullo schermo iperbrillante dell’I-Pad). La frase classica dell’amico o del parente che però magari non ha mai fotografato Lecce o a Matera (tanto per citare due città vicine a Bari), fa riferimento a modelli cultuali che ormai sono largamente improntati ad una omologazione dell’immaginario, che si riflette anche sulla scelta degli obbiettivi da fotografare e condividere sui social networks. La fotografia diventa una pratica sociale, dove conta spesso più l’agire che non il risultato ottenuto, e la condivisione ne è parte essenziale. Tutti conosciamo Flickr, il sito di condivisione delle foto più diffuso al mondo. La Cornell University ha prodotto nel 2009, per il World Wide Web Conference Committee (IW3C2), uno studio approfondito (Mapping the World’s Photos) sulla distribuzione spaziale ed il tagging delle foto presenti su Flickr, utilizzando l’immenso database del sito per analizzare ed organizzare le informazioni. Lo studio è stato ripreso di recente dal Visual Density Lab del Politecnico di Milano, in particolare dal gruppo di lavoro di Mauri, Lupi e Dallafina (fonte: La Lettura – Corriere della Sera del 05/12/2011. articolo a di Giorgia Lupi). Dal mio punto di vista sembra che questo studio confermi l’impressione di vivere sempre più in una città globale, per cui il cityscape di New York o Londra ci sembra persino più familiare di quello di una città italiana che non sia Roma o Venezia. Appunto Roma è al nono posto di questa scala mondiale creata dalla ricerca della Cornell University, ed è la prima città Italiana seguita da Venezia e Firenze. Quali sono i siti urbani più fotografati in Italia ? Il Colosseo a Roma, il Pontevecchio a Firenze e San Marco a Venezia. La comunità globale dei fotografi, così come viene registrata dal network di Flickr, è sopratutto Statunitense ed Europea. Vaste aree del mondo sono buie non hanno fotografi e/o non sono fotografate. Qui sotto vedete una mappa globale del pianeta terra dove sono visibili le zone che hanno più foto e più tags su Flickr. Ovviamente lo studio della Cornell Univeristy ha finalità scientifiche, cerca cioè di trovare dei metodi di quantificazione delle relazioni tra luoghi, fotografie, tags e utenti dei social networks. Però sicuramente chi si occupa di fotografia può trovare spunti interessanti. Un’ultima osservazione: il paesaggio è praticamente assente, tra i luoghi più fotografati ci sono sopratutto aree metropolitane ( a parte posti altamente spettacolari come il Grand Canyon o le cascate del Niagara). Sicuramente la fotografia dei territori extra urbani è meno ricca di soddisfazioni immediate (bisogna aspettare i giorni e le ore giuste) e forse  più “difficile” dal punto di vista tecnico. Però, che dire ? forse c’è ancora molto da fare se si prendono strade secondarie. (“Divergevano due strade in un bosco, ed io… io presi la meno battuta, e di qui tutta la differenza è venuta.”  – Robert Frost La strada non presa traduzione di Giovanni Giudici).

un'altra cartina tratta dallo studio della Cornell University

Nel digitale

Jeff Wall - la tomba allagata (cliccare sull'immagine per scoprirne i dettagli collegandosi al sito della Tate Gallery)

Questo bell’articolo di Monique Kaput prende in esame tre testi di pensatori contemporanei: “Into the Digital” di Fred Ritchin, “The Meaning of Photography” di Jorge Ribalta, “Analog to Digital” di Corey Dzenko.  “Nel suo libro “verso il digitale” Fred Ritchin inizia dicendo che la fotografia ha sempre rispecchiato la società e le persone che l’hanno utilizzata, e che perciò ha subito continui cambiamenti. Adesso, secondo lui, la fotografia come l’abbiamo conosciuta sta, contemporaneamente, “aumentando e scomparendo”, a causa di un “doppiogiochista” nascosto al suo interno: il digitale. L’uso dei computer (specialemnte nei mezzi di comunicazione digitali) cambia tutto, specilalmente quando il computer sembra, a volte, più intelligente dell’uomo. I contenuti digitali sono creati da macchine che simulano e rapprentano la realtà con parti e componenti che sono persino nominati secondo la realtà stessa che viene simulata. Anche se il digitale simula l’analogico, introdurra molte più trasformazioni di qualsiasi altro procedimento analogico del passato. Questo perchè qualsiasi elemento digitale può essere alterato. Una foto digitale può mostrare cose che possono non essere accadute.” (Monique Kaput).

Per illustrare il suo articolo la Kaput sceglie le fotografie di Jeff Wall, in cui le possibilità del mezzo digitale sono sfruttate per introdurre sottili discrepanze tra ciò che noi ci aspettiamo di trovare sulla scena e ciò che invece viene introdotto grazie alla maipolazione digitale. Nella sua “tomba allagata” che illustra il mio post è possibile notare che nella tomba allagata, invece di una banale pozza d’acqua, l’Autore ha montato una scena (ricostruita in studio) che simula il fondo oceanico. La foto è il risultato di un fotomontaggio di 75 differenti immagini ed è il frutto di due anni di lavoro. Questo modo di lavorare sull’immagine crea qualcosa di completamente nuovo, ed è un esempio di come si possa usare il nuovo mezzo per creare nuove immagini, piuttosto di continuare ad utilizzare il nuovo mezzo per creare immagini “concettualemtne” tradizionali. C’è da notare che molte immagini che noi vediamo sono comunque, a vario titolo, il frutto di una manipolazione, che può partire proprio dalla “messa in scena” del soggetto o del prodotto (per esempio il make-up sul volto della modella) per terminare con il fotoritocco digitale. Nei casi più estremi molti prodotti (per esempio infissi, parti mecccaniche ecc.) sono sostituiti da rendering in 3D. La referenza alla realtà, che era il marchio di fabbrica della fotografia analogica, può essere allontanata da varie gradazioni di intervento, ed in questo campo, a volte completamente nuovo, il fotografo tradizionale spesso si perde. (…continua…)

qui c'è tantissimo lavoro di postproduzione: la foto è di Alex Koloskov (www.koloskov.com)

La foto più bella

Goffredo Parise - Notturno - (olio su tela 1946-48)

Dal racconto “Roma” di Goffredo Parise, (Sillabari – Adelphi 2004)

“Uscì dalla stazione per prendere un tassì, e a mano a mano che il crepuscolo si trasformava lentissimamente in sera, si trovò sul Piazzale. La luce del cielo si fondeva con quella del grande faro centrale ed era qua e là spezzata di riverberi di neon rosa e azzurro. (…) La luce del crepuscolo scendeva lentamente ma ad ogni istante si notava una variazione di colore, sempre più verso l’ ombra, in cui, più lontano, le sagome goffe di alcuni soldati italiani e di altri etiopi dai capelli crespi a criniera, in gruppi separati, già avevano assorbito per primi l’ ombra della notte: la luce che li illuminava era un rimasuglio violaceo ma i loro corpi di lunghi guerrieri senza lancia parevano camminare con l’ andatura di cammelli tra i ciuffi delle savane dei loro paesi. Ancora non era buio e si sarebbe detto che quella luce violacea non avrebbe abbandonato la città per tutta la notte.”

Qual è la foto più bella che hai mai realizzato?” “Quella che non ho ancora fatto!”

Questo scambio di battute riferite ad un’ intervista a qualche fotografo, può sembrare superficiale; quella che può sembrare una risposta un po’ leziosa ha tuttavia un fondamento di verità. Come nel paradosso di Achille e la tartaruga, il fotografo insegue la foto perfetta che però, spesso non riesce ad raggiungere perchè questa gli si presenta sempre dopo il suo ultimo scatto. Una fotografia è anche frutto del caso, delle circostanze, forse della fortuna; non sempre la pazienza, la tecnica o il mestiere sono condizioni sufficienti; la “foto più bella mai realizzata” è quindi l’ insieme di tanti fattori, alcuni imponderabili, che quindi in una certa misura sfuggono al nostro controllo. Che forse si presenteranno quando non saremo pronti. Chi di noi non ha mai avuto la sensazione, nel riporre la macchina fotografica, di farlo troppo presto? Magari un passante sta per attraversare la nostra inquadratura, le nuvole stanno per aprirsi e ci sarà un lampo di luce caravaggesca, o semplicemente potremmo incrociare uno sguardo, ma tutto questo potrebbe succedere subito dopo aver chiuso la zip della nostra borsa. Memori di quanto diceva Cartier Bresson, che “il numero degli scatti è decisivo”, si vedono spesso fotografi che continuano ad imperversare rapaci sulla scena, quasi in preda ad una sorta di avidità, nel timore e nell’ auspicio, appunto, che lo scatto successivo possa essere migliore del precedente. Anche io non mi sottraggo a questa sorta di frenesia, mi capita quando magari di fronte ad una bella luce, un tramonto ad esempio, continuo a fotografare perchè la luce è in costante evoluzione e non voglio perderne alcuna sfumatura, fino alla fine. A proposito di tramonti, mi è venuto in mente un racconto di Goffredo Parise, “Roma” (in Sillabari), che ho messo in apertura di questo post. Come detto prima, non sempre si può trasmettere con una fotografia la propria esperienza nella sua interezza, perchè la foto è frutto di una serie di fattori, alcuni dei quali fuori dal nostro diretto controllo. Per questo il racconto di uno scrittore può in alcuni casi essere più accurato di una fotografia dove ad esempio, per citare solo un aspetto del problema, le difficoltà tecniche possono vanificare l’ efficacia della narrazione. Secondo me la fotografia è nata e si è sviluppata proprio a beneficio dello spettatore, che non potendo raffrontarla con la scena originale, probabilmente la sopravvaluta. Chi invece l’ ha realizzata, con la zavorra della propria memoria, probabilmente vi trova dei difetti perchè il ricordo può essere più forte della registrazione digitale. La foto più più bella che abbia mai realizzato? Non l’ ho ancora realizzata ma ho dei ricordi bellissimi che purtroppo non posso condividere con nessuno.

David LaChapelle, il surrealista

una delle foto di D.LaChapelle in mostra a Praga

Di passaggio da Praga ho visitato nelle sale espositive del Rudolfinum, l’auditorium di musica sinfonica della capitale ceca, una retrospettiva dell’opera di David LaChapelle intitolata “Thus Spoke LaChapelle”, molto noto al grande pubblico per le sue immagini legate al mondo e ai personaggi della moda e della cultura pop. Dopo una iniziale titubanza (avevo visitato un paio di anni fa la grande Mostra a Palazzo Reale a Milano) anche a causa del freddo gelido (anche -15°C, una temperatura che il mio amico praghese ha eufemisticamente descritto come “non favorevole” a lunghe passeggiate) mi sono infilato insieme agli amici nelle belle sale fine ottocento del Rudolfinum ricevendo subito una sensazione di diversità. Infatti la mostra è una retrospettiva dell’intera opera del fotografo, organizzata in modo cronologico, molto dettagliata e completa. La mostra inizia con i primi scatti “pubblici” del fotografo, così diversi dalle foto che siamo abituati a conoscere, stampe in B/N esposte in piccole gallerie di New York nel 1984 (LaChapelle nasce nel 1963). L’attenzione per il nudo e per la sacralità del gesto è già visibile in queste opere. Queste foto mescolano motivi dalle iconografie cristiana e classica a rituali pagani impersonificati da persone comuni, con una qualità pittorica dell’immagine. Successivamente arrivano i primi cicli di fotografia commerciale e pubblicitaria che però individuano un personale stile surrealista nella costruzione dell’immagine, contribuendo a creare la fama dell’autore. Dopo vent’anni di campagne di moda e di servizi per le riviste del glamour, arrivato ad un grande successo e notorietà, LaChapelle può permettersi di tornare a fotografare non per il mercato pubblicitario ma per inseguire le proprie visioni. Arrivano così i celebri cicli Miracoli e Disastri, La Pietà con Courtney Love, il Diluvio, Musei e Mostre e, tra i più recenti, la Terra sorride con i fiori, e la Decadenza ride con i fiori. Ma l’insieme di foto che più mi ha divertito ed interessato è stata la serie Ricordi in America (Recollections in America). Nel 2006 acquista su ebay foto ricordo di famiglia, polaroid ed altri scatti, che documentano eventi familiari. Su queste immagini interviene modificando molti dettagli, non visibili ad un primo sguardo. Ad esempio le lattine di birra mostrano una strana etichetta: Bush Kills, oppure armi e bombe sparse su comò od inginocchiatoi, oppure piccoli cani allattati con una birra mentre i neonati giacciono abbondonati per terra;  oppure biberon riempiti di whisky; oppure vecchiette con T-Shirt su cui c’è scritto Drop Bush not Bombs; alle pareti solo foto di funghi atomici o di fieri soldati americani armati incorniciati come quadri antichi. Questo lieve ma ingombrante spaesamento testimonia la posizione di LaChapelle sull’amministrazione Bush ma è anche uno svelamento della società popolare americana i cui riflessi muscolari covano sotto l’apparenza della regolarità e della monotonia. Uno stile alla Duane Michals, ma una visione più politicamente indirizzata. Insomma ci avreste creduto? LaChapelle di Hotel LaChapelle, è uno degli autori più surrealisti del momento, un vero allievo di Magritte. Vi segnalo il suo sito (molto ricco e completo) in cui però manca la mia serie preferita, che potete vedere qui.

David LaChapelle: Recollections in America VI: Kahlua & Milk (C-Print; 2006)

La purezza del Bianco e Nero

Ansel Adams nel 1981 davanti a due stampe della "luna che sorge, Hernandez, New Mexico" (1941) - una corretta e interpretata (fine) a dx e l'altra stampata senza interventi (straight) a sx (fotografia di Jim Alinder)

Due mostre di grandissimi fotografi ormai entrati nella storia mi hanno riportato all’antica, mai sopita ammirazione per la purezza del Bianco e Nero. Parlo di Ansel Adams e di Robert Mapplethorpe, il primo esposto per la prima volta in Italia con una larghissima retrospettiva a Modena, appena conclusa il secondo a Milano, ancora visitabile per un po’. Dei due fotografi si sa tutto e chi non conosce almeno a grandi linee la loro produzione?

Ansel Adams. La Natura è il mio regno, celebra il grande maestro della fotografia americana a poco più di un secolo dalla sua nascita. Nella prima grande mostra interamente riservata ad Adams nel nostro Paese sono esposte oltre 70 fotografie – solo stampe vintage originali, realizzate dallo stesso Adams -, provenienti da musei internazionali, collezionisti privati e prestigiose gallerie americane. Adams girava per i grandi parchi statunitensi con la sua auto che era un piccolo laboratorio mobile. La camera di grande formato veniva utilizzata per consentire la più ampia e dettagliata ripresa ma a volte diveniva anche il mezzo di scatti “istantanei”: ad esempio la storia della famosa immagine Moonrise, Hernandez, New Mexico è quella di un’immagine colta al volo, in un particolare momento del tramonto, subito prima del calar della notte. Il resto Adams lo faceva in camera oscura, dove aveva l’assoluto controllo del risultato finale. Adams è stato anche uno sperimentatore: Moonrise Hernandez è stata stampata in vari modi con il cielo dal nero più assoluto a gradazioni più grigie e sarebbe interessante poterne vedere fianco a fianco le varie edizioni, così come è interessante vedere i vari “stati” di una incisione, che ci dicono il percorso concettuale che porta all’immagine stampata finale. Questa foto ha per me un valore emozionale particolare: da ragazzo, infatti, avevo un calendario, molto ben stampato, con le foto di Adams e “Moonrise, Hernandez, New Mexico”, oltre ad essere la mia preferita, mi ispirava sensazioni e, come ogni classico, non mi stancava mai perché ritrovavo ad ogni sguardo qualche dettaglio o qualche argomento di interesse. Non potrei dire che mi abbia ispirato, non sono certo all’altezza, ma la visione sulla natura di Adams, insieme anche a quella sublime di Weston, mi ha sempre riempito di stupefatta meraviglia di fronte alla capacità del Bianco e Nero di fornire una rappresentazione della Natura così perfettamente dettagliata e spirituale insieme. Varie vedute di Yosemite venivano visitate da Adams in tutte le stagioni, riuscendo a fornire elementi di novità o tagli di osservazione sempre nuovi. Alcune delle montagne di Yosemite, in particolare l’Half Dome hanno avuto per lui la valenza di una Naomi Campbell per Helmut Newton. Ma torniamo a parlare dell’Adams stampatore: la sua personale supervisione ed operatività rendono ancora più preziose ed importanti le immagini coeve. Ma la bellezza che ad esse è impressa (letteralmente!) è data sia dalla perfezione delle ottiche che ne fanno delle sculture a due dimensioni, che dal controllo dei grigi, sviluppato attraverso il sistema zonale che lui stesso aveva messo a punto e che consiste appunto nella capacità di controllo tonale assoluto del risultato stampato.

Robert Mapplethorpe, self-portrait, 1988

Per la mostra di Robert Mapplethorpe desidero partire dall’immagine che più mi ha colpito: l’autoritratto del 1988 con il bastone col teschio come pomello. Dal nero assoluto del grande formato solo due immagine vengono fuori, come da una coltre infernale: il piccolo teschio del bastone, in basso a sinistra ed il suo viso, ormai minato dalla malattia in modo irreversibile, un triangolo smunto in cui anche la luminosità dello sguardo non riesce a nascondere la mediazione con l’aldilà. Un’immagine emozionante, che chiude la sezione degli autoritratti, da quelli giovanili a quelli “diabolici”, in cui ancora una volta è la purezza del Nero a coprire oltre l’80% dell’intera fotografia e a dettare la visuale ed il sentimento di commossa partecipazione dell’osservatore. La mostra, proveniente dalla Robert Mapplethorpe Foundation di New York, ripercorre in sezioni le grandi tematiche del fotografo: i sensuali fiori e pistilli, i nudi maschili dalle pose statuarie veramente reminiscenti del classico (si veda in proposito il bellissimo catalogo di una precedente mostra dello stesso curata da Celant in cui il rapporto tra la composizione delle foto di Mapplethorpe rivela tutta la sua ascendenza dalle stampe rinascimentali e, ancora più a ritroso, dalla statuaria greca e romana), la serie di Lisa Lyon, i ritratti, soprattutto di bambini, la serie di foto di Patti Smith, amica e compagna al suo arrivo a New York. Anche questa esposizione mi ha ricordato un precedente evento: la mostra di Venezia degli anni 80, pietra dello scandalo perché mostrava per la prima volta nudi maschili non solo nella loro integrità ma con un intento iconoclastico in un momento storico in cui la visione omosessuale irrompeva prepotentemente sulla scena. Anche questa mostra suscitò in me molti fermenti ed interessi compositivi, anche se, a differenza del paesaggio, più accessibile per un dilettante, la foto di figura richiede modelli ed un controllo della luce preciso, ottenibile solo in uno studio. Sono entrati come dei grandi classici dell’arte nell’Olimpo delle quotazioni del mercato. Adams soprattutto negli Stati Uniti, dove l’aspetto localistico delle vedute aggiunge un premio alla qualità scolpita delle sue stampe. Mapplethorpe sicuramente ovunque. Infine non va dimenticato l’aspetto veramente didascalico dei due contenitori che ospitano le mostre. A Modena l’ex-ospedale Sant’Agostino, restaurato da una Banca che, nonostante una distribuzione a sale e salette a volte poco entusiasmante, significa la grande attenzione delle istituzioni locali al mezzo fotografico nella sua valenza culturale ed in quella di potenziale volano economico. Lo spazio è affidato alla Fondazione Fotografia che cura un fitto calendario di incontri ed esposizioni. Le mostre qui organizzate sono inoltre gratuite, aspetto non indifferente, ora che anche il carosello delle esposizioni è divenuto un inarrestabile business che costringe l’appassionato a rincorse per il mondo. La Galleria Forma a Milano è uno spazio molto bello e moderno, disegnato appositamente per ospitare Mostre e retrospettive. Gli ampi saloni possono essere modulati e ricostruiti per scansionare periodi o tematiche. A fianco del consueto, ma molto fornito, bookshop, la Galleria ha uno spazio collezionistico dove è possibile acquistare foto d’autore.

Più vero del vero

foto di Bill O’Leary/The Washington Post

Torniamo sull’argomento della manipolazione delle foto, prendendo spunto da questo bel post di Steve Meyers (14 gennaio scorso) sul sito di approfondimento giornalistico Poynter. La foto che vedete è stata pubblicata meno di un mese fa sul Washington Post, in prima pagina. E, seguendo l’onda di crescente preoccupazione del mondo dei media nei riguardi delle manipolazioni fotografiche (vedi anche “il vero e il falso“), l’editor si è sentito in dovere di spcificare nella caption che la foto (secondo me di grande impatto anche se un pò spinta per i miei gusti) è stata creata usano una combinazione di varie immagini. Questa spiegazione ha confuso le idee a molti lettori, che hanno pensato ad una manipolazione dell’immagini nel senso di un fotomontaggio (cioè prendere elementi da varie foto per crearne una nuova e diversa). Il fotografo Bill O’Leary ha invece utilizzato la tecnica detta HDR (High Dinamic Range) che permette di comporre esposizioni multiple (ed anche differenti regolazioni di temperatura colore) della stessa inquadratura, per ottenere qualcosa che in realtà un normale esposizione fotografica (analogica o digitale) non potrebbe riprodurre perchè non rientrerebbe nell’intervallo registrabile.

La didascalia dice: ” (…) Questa immagine è una composizione creata scattando più fotografie e combinandole con un software per trascendere le limitazioni visive della fotografia tradizionale”. Ma cosa vuol dire fotografia tradizionale ? sono anni che tutti i fotografi combinano varie esposizioni per compensare le zone di sovra e sottoespsosozione !! si faceva anche prima, pur con enorme difficoltà, con la pellicola, ricorrendo alle doppie esposizioni sulla stessa lastra (ovviamente parliamo di banco ottico e pellicola a lastra). Concettualmente è la stessa cosa che si faceva in camera oscura, mascherando con le mani sotto l’ingranditore e quindi esponendo la carta in maniera maggiore o minore.  Il “metodo” HDR è semplicemente una automatizzazione del procedimento (inserita nel software Photoshop a partire dalla versione CS2 lanciato nel 2005 !! – ora sta per uscire la versione CS6). Il sistema in pratica genera automaticamente le maschere che occorrono per compensare tra di loro le varie esposizioni, A volte il software non “capisce” cosa mascherare ed occorre intervenire “manualmente” sulle maschere.  Non vedo come questo possa inficiare la “Autenticità” della fotografia… E’ come se ogni volta la fotografia dovesse mostrare un certificato che attesti il suo legame con la realtà … ma la fotografia è sempre stata una interpretazione della realtà, è stata da sempre accusata di manipolazione. Non è solo un fatto tecnico; a partire dal momento in cui si inquadra si sta già interpretando il mondo intorno a noi. Certo, in questo caso l’aereo si è spostato tra le varie esposizioni, e quindi il fotografo ha “scelto” la posizione dell’aereo, ma non vedo in che modo il fatto che l’aereo fosse un pò più a sinistra o un pò più a destra avrebbe potuto cambiare il valore giornalistico dell’immagine. E’ come se ci fosse una schizofrenia tra la “Macchina” digitale che procede e macina e poi i dubbi (in questo caso del mondo dei media) che si interroga sui valori perduti. PS ovviamente il nuovo iPhone ha già la funzione HDR (tre esposizioni) incorporata !

un'altra inquadratura del ponte, senza HDR (foto Bill O'Leary)

La fine è un inizio ?

illustrazione tratta dall'articolo dell'Economist del 14 gennaio 2012

La smaterializzazione della civiltà occidentale ed il declino della Kodak sembrano strettamente collegati. Siamo sempre meno connessi ad oggetti materiali, se per materiale intendiamo oggetti che si possono toccare come i libri, le stampe fotografiche, i dischi, e sempre più dipendenti da immagini e suoni che ci vengono recapitati aparentemente senza sforzo e senza spesa. Ma attenzione perchè il mondo materiale ritorna sempre, infatti anche per produrre i tablets o gli I-Phone servono materie prime (magari metalli rari, magari si trovano solo nel cuore di tenebra dell’Africa Equatoriale), servono fabbriche, servono operai…Per fruire del flusso di informazioni in cui siamo immersi abbiamo bisogno di energia elettrica, server, cavi di fibre ottiche che attraversano i mari … La pellicola fotografica ha accellerato la sua corsa verso la smaterializzazione con le notizie che arrivano da Rochester, storica sede della Kodak. Forse la grande casa americana non ha saputo modificare in tempo la rotta, ed ha portato qualche giorno fa i libri contabili in tribunale. Per chiunque si sia occupato di fotografia negli anni 80 e 90, la Kodak è stata sinonimo di fotografia; anche se altre case produttrici fornivano prodotti usatissimi (la Fuji ad esempio con la Velvia, l’Agfa con lo sviluppo Rodinal, la Ilford con la FP4 ecc). Alcune pellicole Kodak erano praticamente lo standard in determinati lavori (ad esempio il kodachrome per il reportage, la 64T in formato piano per i lavori di arredamento in studio). Come è potuto accadere che una azienda con un tale vantaggio sui concorrenti abbia perso per strada tanti lavoratori (ai tempi d’oro negli anni ’80 la Kodak dava lavoro a quasi 130.000 persone nel mondo. Ricordiamo ad esempio il deposito di Marcianise (CE), dove a volte andavamo quando nelle emergenze non c’era neanche il tempo di aspettare il corriere) e tutto il suo valore in borsa? Si potrebbe pensare, con il senno di poi, che era facile prevedere un crollo del mercato della pellicola fotografica, tuttavia  una macchina aziendale delle dimensioni della Kodak ha  tempi di risposta certamente non brevi. Durante gli anni 90 la vendita di pellicola è cresciuta continuamente e nel 2001 la KODAK ha registrato il suo record assoluto di vendita nel settore. Poi il declino. Certo, la Kodak detiene ancora tanti brevetti e già si profila una estenuante battaglia legale per ricavarne il più possibile e difendere gli usi indebiti … pare anche che la kodak si lancerà nel settore della produzione di pellicole per la produzione di energia elettrica dal sole e forse diventerà tra i primi produttori di pannelli solari flessibili. La Fuji per contro presenta un esempio positivo di adattamento, è riuscita per esepio a sfruttare la sua esperienza nella produzione delle pellicole fotografiche per diventare leader mondiale nella produzione di pellicole per schermi LCD, in particolare di quelli destinati alla vsione in 3D. La casa gialla, come  veniva affettuosamente definita l’ azienda di Rochester,   aveva  avuto tante idee innovative (ad esempio aveva prodotto nel lontano 1975 la prima macchina fotografica digitale – in BN), ma non è riuscita poi  a sfruttarle commercialmente. Il suo management aveva  invece  puntato prima sul settore medico, poi venduto per fare cassa, e recentemente sul mercato delle stampanti ink-jet di qualità, un segmento già affollato in cui Epson e HP sono da tempo leader (in particolare la Epson che ha introdotto lo standard “Digigraphie” per la stampa Fine Art).

La vera domanda è: potrà sopravvivere la pellicola come prodotto di nicchia ? oppure la complessità ed il costo della produzione industriale è tale che non consente la andare al di sotto di una certa soglia ? La Kodak sopravviverà ma non è detto che i fotografi che ancora utilizzano la pellicola potranno continuare ad avvalersi dei prodotti che erano abituati ad utilizzare. Paradossalmente è più facile produrre materiale sensibile non argentico  (ad esempio la gomma bicromata), ripercorrendo a ritroso la strada dell’invenzione stessa della fotografica, che non tentare di produrre “pochi” rullini di una moderna pellicola a colori …

fonti:

Raffaele Simone la civiltà smateriale (La Repubblica – 01 febbraio 2012 . pg 55)

The Huffington Post (edizione francese)

The Economist del 14 gennaio 2012

Financial Times del 19 gennaio 2012

whatatheythink.com

Le foto degli altri

Untitled (Cowboy) 1989 - Opera di Richard Prince (riproduzione di una pagina pubbliciataria con foto di Jim Kranz) - stampa fotografica a colori 50" x 70"

una foto di Jim Krantz utilizzata per una inserzione della nota marca di sigarette ...

Al fotografo professionista spesso non viene riconosciuto lo status di Autore… qui ci interessa parlare di questo caso dove il lavoro di un (peraltro bravissimo e ben pagato) “semplice” fotografo professionista è stato rivisitato da un artista contemporaneo ed è diventato opera d’arte, inserita nel circuito relativo e venduta come tale. In altre parole è sorprendente (e per me, a titolo personale, amaro) il rapporto che c’è tra chi usa la fotografia come strumento di lavoro su commissione e da chi ne fa un’opera d’arte. Richard Prince, uno degli artisti statunitensi più quotati, è stato consacrato lo scorso anno da una grande mostra alla Bibliotheque Nationale di Parigi. Prince è considerato uno dei principali rappresentanti del postmodernismo, ed è un teorico dell’appropriazione delle immagini altrui. Partendo il più delle volte da riviste rielabora le immagini che ritiene più significative della società contemporanea. È diventato celebre (e ricchissimo – una sua stampa è stata battuta nel 2005 per 1.200.000,00 dollari) rifotografando i cowboy delle pubblicità di una nota marca di sigarette. Ma che ne è dell’autore originale delle fotografie create per la campagna pubblicitaria (ideata dalla Leo Burnett) ? In un bell’articolo del 2007 il New York Times racconta dell’incontro tra il fotografo Jim Krantz e l’opera di Prince. Mi ha colpito la frase di Prince interpellato da Randy Kennedy, il giornalista del New York Times autore dell’articolo: “non avevo mai associato la pubblictà ad un Autore “. Questo è il punto: il lavoro del fotografo professionista viene percepito come qualcosa di anonimo, anche quando rende possibile la creazione di una campagna da milioni di dollari (grazie a quella campagna la Marlboro – all’epoca conosciuta sopratutto dalle fumatrici- riposizionò con successo il suo marchio verso un pubblico maschile). Il blog “A Photoeditor” ha ripreso l’argomento due anni dopo, approfondendo il rapporto tra l’Autore dell’opera originale e l’artista che si è approriato della foto, creando a sua volta una nuova opera d’arte … Può questo essere paragonato ad un campionamento musicale inserito in un brano rap ? Per esempio i Massive Attack che nel loro album più famoso (Mezzanine) citano i Velvet Underground) ? Non lo so, mi sembra che nel campionamento la rielaborazione sia tale da rendere completamente diversa la situazione. Una nota positiva: successivamente il fotografo Jim Krantz è entrato a sua volta nel circuito artistico, esponendo in varie gallerie sia negli Stati Uniti che in Europa.

Christian Caujolle l’anno scorso citava un’altra notizia che arriva dagli Stati Uniti. “Prince è stato appena condannato da una corte newyorchese a distruggere una serie di opere stimate milioni di dollari, molte delle quali già vendute. Nel 2008, per la sua mostra Canal Zone, Prince aveva usato le foto del francese Patrick Cariou, pubblicate nel libro del 2000, Yes, Rasta, in alcuni casi riproducendole integralmente. Malgrado gli interventi di Prince, la corte ha considerato le sue opere contraffazioni che violano il diritto d’autore. Prince, che ricorrerà in appello, ribatte di non aver contraffatto un bel niente. È nel suo diritto. Ma è anche diritto degli altri artisti cercare di difendere il loro lavoro”. (Internazionale, numero 893, 15 aprile 2011). Comè andata  a finire ? Bisognerà aspettare fino al 25 gennaio quando verrà deciso il giudizio di appello, ma pare che Richard Prince abbia buone possibilità di ribaltare il primo giudizio (potete leggere qui un resoconto dettagliato). Uno degli argomenti (sollevato dalla Warhol Foundation) è che la riapproriazione di opere d’arte altrui è una tradizione artisitica che può essere fatta risalire ad illustri precedenti che vanno da Andy Warhol a Marcel Duchamp …

Il vero e il falso

dall'articolo di Kee e Farid

A volte la vertigine prende chi analizza il mondo dell’immagine digitale… ad esempio di come sia diventato facilissimo alterare digitalemente il contentuto di foto nostre o altrui. A noi capita spesso durante la fase di ripresa di sentirci dire, da persone presenti, “tanto poi gli dai un colpo di Photoshop” dove Photoshop diventa, per il procedimento retorico dell’Antonomasia, il sinonimo di qualsiasi programma oppure operazione di fotoritocco.

A proposito di alterazione dei contenuti: Photoshop è sicuramente il più diffuso programma per la lavorazione delle immagini, purtroppo viene spesso usato non in maniera creativa (cioè per dare all’immagine la consistenza desiderata dall’autore) ma per alterare il riferimento alla realtà che che la fotografia porta geneticamente con se dalle sue origini, in quanto “impronta” del reale ottenuta mediante un procedimento chimico fisico …Due scienziati dell’università di Dartmouth in Nuova Scozia, (Eric Kee and Hany Farid, A perceptual metric for photo retouching, Department of Computer Science, Dartmouth College, Hanover, NH – USA, pubblicato in Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America – http://www.pnas.org) hanno messo a punto un sistema di valutazione quantitativa per classificare il tasso di ritocco di un’immagine (potete scaricare qui l’articolo)…. Il punto è questo: ciò che viene rappresentato in fotografia viene preso (a torto) per reale, ancora oggi. Eppure, dopo quasi due secoli di immagini fotografiche (ricordiamo le prime esperienze di Niepce nel 1822) dovrebbe essere chiaro che comunque l’atto stesso dell’inquadrare costituisce di per sè una scelta e quindi una interpretazione della realtà circostante. Nel caso particolare di cui si occupano gli autori, l’aspetto fisico, il lato preoccupante è la creazione di modelli di bellezza che sono percepiti, ad esempio dagli adolescenti, come mete irragiungibili e la cui irragiungibilità rapppresenta fonte di frustazione, ansia, depressione … Gli Autori suggeriscono di rendere obbligatorio riportare, accanto ad ogni immagine pubblicata, l’indice di manipolazione della stessa. “Le foto ritoccate sono ovunque ed hanno creato una rappresentazione della bellezza fisica idealizzata e non realistica.” Ovviamente questa non è una crociata (moralista) contro il fotoritocco, che ormai fa parte integrane del workflow fotografico… è semplicemente il segno che ci si è resi conto, ad un certo punto, di quanto sia pericoloso prendere per vero ciò che è solo frutto delle possibilità del mezzo attuale, sopratutto da parte di chi non abbia la necessaria attrezzatura critica. Christian Caujolle osserva “Bisognerebbe applicare questo software a tutte le immagini, anche a quelle che arrivano dai mezzi d’informazione. Perché il problema non è tanto il ritocco, quanto l’intenzione di modificare maliziosamente la realtà”. Internazionale, numero 929, 23 dicembre 2011 (a cui dobbiamo lo spunto per questo post). Ci sono anche casi però in cui questa posizione “antiritocco” raggiunge livelli di (secondo me) di paranoia (e nascondono una buona dose di ipocrisia), come nel caso del fotografo P.Schneider licenziato per avere alterato il colore del cielo nella foto di un pompiere ripreso in controluce. Pedro Meyer ne ha parlato in questo bell’articolo: In Defense of Photographer Patrick Schneider, sul suo blog Zone Zero:

alcune foto di Schneider prima e dopo la lavorazione (esempi tratti dall'articolo di Pedro Meyer)

la foto che è costata il licenziamento al fotografo Patrick Schneider (un grazie a Dan Margulis)

… e ancora: (questo devo dire più comprensibile) un freelance libanese licenziato dalla Reuters per aver esagerato fotograficamente gli effettti di un bombardamento israeliano … ma gli esempi potrebbero continuare …

Come i fotografi impiegano il loro tempo

Sul Blog “A Photo Editor”  è comparsa una interessante  e scherzosa (ma non tanto)  rappresentazione grafica di come la gente immagina il lavoro del fotografo, e di come invece questo sia molto diverso nella realtà…

Lancio   questo articolo simbolicamente nelle prime ore del nuovo anno, con l’ auspicio, oltre ai soliti di rito: salute, denaro, che per inciso non disdegno affatto, che il tempo da dedicare alla fotografia, intesa come ripresa e  progetti possa aumentare, e diminuire invece quello dedicato alla post produzione, alle scartoffie, al  recupero crediti (non rappresentato nel grafico sottostante!).

Auguro quindi a tutti, professionisti e non, di poter portare avanti  i loro progetti, fare sperimentazione e ricerca, perfezionare il proprio linguaggio e perchè no, rinnovarsi.

Di cosa parliamo, quando parliamo di soldi ?

foto di Jonathan Alpeyrie, dal réportage sull'indipendenza del Sud Sudan

Soldi riferiti alla fotografia, naturalmente…  forse non è un argomento strattamente natalizio, ma colgo l’occasione dopo aver letto un bel post appena pubblicato su “la lettre de la photographie“, dove il fotografo francese Jonathan Alpeyrie ha avuto il coraggio di dire quello che viene spesso sussurrato nei discorsi tra colleghi: il ricavo economico che si ottiene ormai dalla fotografia è inversamente proporzionale all’aumentare vertiginoso dei discorsi e delle iniziative ad essa collegata. Parliamo qui di un genere di fotografia diverso da quello commerciale su commissione, e cioè il reportage: Jonathan Alpeyrie parla di 4 suoi progetti dal punto di vista strettamente economico, del rapporto cioè tra spese e ricavi, cioè si fa i sono conti in tasca come chiunque non abbia un reddito fisso deve fare quotidianamente: riassumo qui il resoconto di Alpeyrie (guardate le  foto sul suo sito e forse vi chiederete come può essere possibile che chi porta avanti tali progetti abbia poi problemi a vivere del suo lavoro !)

Guerra al narcotraffico al confine tra Messico e Arizona (3 settimane): spesi $ 2.500,00 – incassati $ 1.000,00 = perdita 1.500,00

Réportage dal fronte, guerra civile in Libia (2 settimane): spesi $ 2.000 – incassati 3.300,00 = un successo, guadagno di 1.300,00

Indipendenza del Sud Sudan (2 settimane): spesi $ 4.000,00 – incassati 2.800,00 = perdita di 1.200,00

Per fortuna poi, conclude Alpeyrie, ha avuto la fortuna di lavorare sullo scandale Strauss-Kahn che, sopratutto sui media francesi, ha avuto una vasta eco e gli ha permesso di guadagnare circa $ 5.000,00, con i quali finanziare altri progetti …Per restare in argomento, ci spostiamo dalla Francia all’Inghilterra, dove il fotografo Tony Sleep, stanco di continue richieste di fotografie gratuite (in cambio della citazione del nome) , ha pubblicato un testo standard sul suo sito (qui trovate la traduzione italiana), che invia tramite link a chi gli avanza tali proposte. E pensare che a me la situazione della fotografia nel Regno Unito era sembrata a prendere da esempio! Il vero punto della questione è che la fotografia sembra diventata una commodity (è un termine inglese che indica un bene per cui c’è domanda ma che è offerto senza differenze qualitative sul mercato ed è fungibile, cioè il prodotto è lo stesso indipendentemente da chi lo produce, come per esempio il petrolio – da Wikipedia), per cui nessuno si chiede più cosa comporti la produzione di una (buona) foto, poichè siamo continuamente bombardati da immagini e ne produciamo noi stessi tantissime in maniera facile ed economica. Si aggiunga anche che a tale aumento della facilità di produzione ed alla diffusione di massa della fotografia non pare sia corrisposto un pari aumento della cultura visiva (e fotografica nello specifico), per cui è difficile da parte del fruitore una valutazione critica delle immagini stesse.

PS prendo il titolo del post da una raccolta di racconti di Raymond Carver (What we talk about when we talk about love – A. Knopf, New York 1981) dove consiglio di leggere il racconto breve: ” Viewfinder” (il racconto è stato pubblicato la prima volta nel 1978 su una rivista). Il fotografo “di strada” che si confronta con il protagonista vende le sue Polaroid a 3 per un dollaro, cifra che mi sembra decisamente bassa anche per l’epoca – se qualcuno ha dei dati sul costo (nel 1978) di una caricatore per, mettiamo, la SX-70 Land camera, uscita nel 76-77,  è invitato a comunicarcelo !

Volo Notturno*

L'Astronauta Ron Garan al lavoro sul ISS (dal suo blog "A fragile oasis")

Una bella iniziativa della Nasa ha permesso in questi ultimi mesi di godere dello spettacolo della terra che scorre lentamente sotto i nostri occhi, in sequenze (specialmente notturne) di incredibile suggestione che mi hanno fatto pensare ad una poesia di Ingeborg Bachmann (Nachtflug … vedi sotto). Si tratta di video che circolano in moltissime versioni su You Tube e Vimeo, tutte ricavate dal materiale fotografico scattato da un austronauta a circa 300 km di altezza ! dal 15 al 19 settembre i video nelle varie versioni hanno toccato un milione di visualizzazioni (fonte: Huffington Post del 19 settembre 2011). Tra le versioni più belle quella dello scenografo e videomaker tedesco Michel Konig, che ha elaborato in maniera superba il materiale.della NASA. E’ stato un pò più faticoso risalire all’origine dell’eccezionale materiale fotografico. La storia in breve è questa: durante il suo soggiorno di 6 mesi (terminato da poco) a bordo dell’ISS (international Space Station) l’astronauta Ron Garan ha ricevuto via mail un suggerimento dalla sua insegnante di fotografia alla Nasa, Katrina Willoughby: perchè non provare la tecnica del “time lapse” o passo uno, lassù nello spazio ? La tecnica consiste nello scattare fotografie ad intervalli di tempo regolari (gli intervalli possono variare da pochi secondi a parecchie ore: in questo caso l’intervallo è stato generalmente di tre secondi); poi si montano questi fotogrammi (con l’aiuto magari di piccole dissolvenze o altri accorgimenti) in un video che scorre a 25 ftps, simulando il movimento della camera o del soggetto o di tutti e due (come in questo caso). La storia è raccontata da Ron Garan nel suo blog “Fragile Oasis” (dove la fragile oasi è ovviamente la nostra madre Terra). L’astronauta ha esposto l’idea a Peter Gabriel in una conversazione “spaziale” ed ha ottenuto il permesso di usare un paio di sue canzoni (“Downside up” e “Down to Earth“). Questa semplice serie di eventi è stata poi più o meno deformata nella concatenazione dei rimandi tra un blog e l’altro. Ad esempio la macchina fotografica usata, una rispettabile Nikon D3S è diventata in alcuni post una “speciale camera in grado di scattare in basse condizioni di luce” oppure “camera con abilità di ripresa in basse condizioni di luce”.  In realtà Ron Garan ha effettuato delle semplici operazioni fotografiche, spiegate da lui stesso nel post già citato, operazioni banali ma che nella “nebbia” generale che circonda spesso la fotografia, proprio perchè se ne parla tanto, sono diventate quasi magiche: scelta dell’inquadratura, scelta della focale (grandangolo), impostazione degli ISO (1.000 e oltre), impostazione del diaframma (tutta apertura) e del fuoco (tutto in modalità manuale). Questo perchè la fotografia (digitale o no) necessita di studio e ragionamento; se si bypassano queste fasi, si ottengono comunque risultati corretti grazie agli automatismi, ma il tutto finisce lì …

due o tre cose da sottolineare

1 L’austronauta Ron Garan ha avuto l’idea che fosse possibile realizzare questo tipo di riprese dopo aver frequentato un corso di fotografia alla NASA (ebbene sì la fotografia è tra le materie obbligatorie di studio per gli astronauti). Grazie a questa tecnica, dice l’Autore, è stato possibile condividere la sensazione dell’astronauta durante il suo sorvolo del Pianeta terra, cosa che non era stata possibile conle normali fotografie per quanto spettacolari.

2 La Nasa ha messo a disposizione di tutti, gratutitamente, tutto il materiale in bassa o alta risoluzione, consistente in centinaia di frames in formato JPG, suddivisi in cartelle zippate, per soggetto (cioè per percorso di sorvolo).(Image Science and Analysis Laboratory, NASA-Johnson Space Center. “The Gateway to Astronaut Photography of Earth”)

3 Le rielaborazioni apparse in rete fanno pensare ad una “comunità” di autori… Ron Garan ha innescato il processo, ed ha lui stesso elaborato dei video dalle sue sequenze fotografiche, ma chiunque può scaricare le cartelle zippate con le immagini originali e divertirsi come gli pare.

Image Science and Analysis Laboratory, NASA-Johnson Space Center. "The Gateway to Astronaut Photography of Earth"

*Nacthflug

Unser Acker ist der Himmel / im Schweiss der Motoren Bestellt / angesichts der Nacht, / unsere Einsatz des Traums – ( ….)

Volo Notturno

Il nostro podere è il cielo / coltivato col sudore dei motori / al cospetto della notte / con il sacrificio del sogno – (…)

(Ingeborg Bachmann, Nachtflug – da Poesie, edizioni Tea 1996 / Piper Verlag 1978 – traduzione di Maria Teresa Mandalari)

MEMORANDUM

dalla presentazione di MEMORANDUM

Segnaliamo questa bella iniziativa romana; sono state messe in atto sinergie che sarebbe bello vedere attuate anche nella nostra città. Il tema dell’Archivio suscita in molti pensieri di scaffali polverosi colmi di faldoni … a me invece fa pensare alla memoria storica che riguarda il passato ma, a maggior ragione può riguardare il presente, nel senso che bisogna pensare ora a documentare la nostra realtà, documentarla bene e in maniera non occasionale, affidando l’incarico a persone che usino in maniera consapevole il mezzo fotografico e provvedendo poi alla conservazione delle informazioni sui supporti del nostro presente. Sarebbe paradossale avere le fotografie della Grande Guerra e non lasciare ai nostri discendenti le fotografie (per esempio) delle trasformazioni urbane degli anni 2000 ..

dal sito del ICCD:

Il Festival della Fotografia Storica MEMORANDUM, a Roma dal 2 dicembre al 13 gennaio, propone per la prima volta nella capitale i reportages di indagine sociale di Giancarlo Terreo, 50 anni di storia popolare, dall’Italia ai Balcani, di proprietà della Cassa di Risparmio di Biella. Accanto al fotografo scomparso nel 2006 mentre preparava la sua prima antologica troveranno spazio altri archivi: dalle foto della guerra di Crimea di James Robertson (Archivi Alberti La Marmora), all’automobilismo sportivo (Archivi Pirelli), ai primi voli in aerostato (Fondazione famiglia Piacenza). Materiali che hanno animato la 2° Edizione del Festival, tenutasi a Torino e Biella nel febbraio-marzo 2011, oltre 20 mila visitatori, e che – a Roma – sarà allestita nell’ex chiesa delle Zitelle, nel complesso trasteverino del San Michele, sede dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione-ICCD. La 3° edizione di MEMORANDUM sarà presentata nella primavera del 2012 nelle sedi tradizionali di Biella e Torino e vedrà una riedizione a Roma, presso la sede dell’ICCD e in altre istituzionali. MEMORANDUM nasce a Biella nel 2009 dalla collaborazione tra l’Associazione Stilelibero e la Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e si pone come obiettivo la valorizzazione di milioni di immagini fotografiche storiche conservate negli archivi di enti, aziende, università, musei e giornali. Immagini di valore storico-culturale, quasi due secoli di memoria collettiva, che il Festival vuole rendere “visibili” al pubblico, spesso per la prima volta.  Il progetto si propone di aprire una discussione sui temi legati all’archiviazione, dando vita ad una rete di soggetti attivi in questo settore.  Dal novembre 2011 MEMORANDUM vede la partecipazione attiva dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione – MiBAC, che ha da sempre tra i suoi compiti istituzionali l’attività di documentazione del patrimonio culturale sia attraverso specifiche campagne fotografiche sia attraverso l’incremento dei fondi di fotografia storica e delle collezioni aerofotografiche. L’Istituto intende così valorizzare il proprio patrimonio fotografico storico e dare impulso agli studi e alle attività connesse con la conservazione e la gestione degli archivi di immagini. Memorandum 2011- Speciale Roma rappresenta il primo risultato previsto dal Protocollo d’intesa sottoscritto a novembre 2011 da Stilelibero Associazione promotrice di Memorandum, la Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e l’Istituto per il Catalogo e la Documentazione-ICCD.

Il sogno del fotografo

Può il principio di indeterminazione di Heisenberg essere il pretesto per una riflessione su come il fotografo interviene, consapevolmente o meno,  sulla realtà?

foto di Zalmai, tratta dal suo progetto:" I see a dream, Afganistan's Youth"

Il principio di indeterminazione, alla base della moderna fisica quantistica, dice più o meno che “non possiamo determinare con precisione la posizione e la velocità di una particella elementare perchè la nostra osservazione modificherebbe il fenomeno che vogliamo studiare.” “Quindi la mia registrazione della realtà è incompleta e approssimata perchè nel momento stesso in cui intervengo come osservatore la modifico”. Mi interessa quindi capire i limiti di una documentazione fotografica che non potrà mai essere fedele alla realtà perchè frutto della mia interpretazione e dell’ intervento che opero su di essa; mi chiedo quindi  in che modo il fotografo può minimizzare questo suo limite. Su questo punto, possiamo essere tutti d’ accordo: una telecamera di video sorveglianza o una macchina per fototessere non operano delle scelte, registrano meccanicamente quanto avviene e quindi sono escluse dalle nostre considerazioni. Il fotografo invece,  opera delle scelte: la sua documentazione non può mai essere definita “obiettiva”. Questo è valido per tutti i generi, dallo “street photographer”, al documentarista, dal ritrattista a chi fa paesaggio. Anche le riproduzioni di opere d’ arte possono essere espressione di una propria sensibilità, vedi per tutti gli ultimi lavori di Mimmo Iodice.

Torniamo ora alla “fotografia di strada” e ai documentaristi. Lo stile e la personalità di un fotografo, al di fuori di tutti gli aspetti tecnici, sono rappresentati dal modo in cui riesce a relazionarsi al contesto dove opera, in particolare con gli “altri”. Ciascuno costruisce questo rapporto in modo diverso. Qualsiasi citazione a questo punto è per me imbarazzante. Fra i tanti, penso ai modi un po’ aggressivi di William Klein, di Leslie Krims o Arthur Tress o al comportamento più più discreto di Koudelka, Depardon.

Prendendo in prestito il titolo della grande mostra organizzata al MoMa nel 1978, “Mirrors and Windows“, il fotografo può scegliere se essere semplice spettatore, stare alla finestra e documentare la realtà, oppure filtrarla attraverso lo specchio della propria personalità. La differenza è sostanziale, ma di fatto qualunque qualunque tipo di fotografia scegliamo di fare, non sarà mai una registrazione fedele. Un mio amico in vacanza in uno degli isolotti di Capoverde, durante una passeggiata nel centro di Santa Maria iniziò a fotografare un accattone; fu “ripreso” e sgridato  da una arzilla vecchietta che in un misto di italiano e portoghese, (aveva lavorato “a servizio” a Roma) gli rimproverò di fotografare, fra le tante bellezze dell’ isola di Sal, proprio l’ unico (in quel momento) miserabile. Il mio amico ci restò male ma riflettendo successivamente su quell’ episodio, mi disse che forse la signora non aveva tutti i torti. ” È come quando entri in un centro storico e fotografi l’unica cartaccia buttata per strada, o come quando in una periferia degradata fotografi magari l’unico balcone fiorito di gerani, in entrambi i casi fotografi l’eccezione e quindi il tuo racconto è parziale. Una volta nel parco Nazionale  del Pollino vidi un agricoltore che stava intagliando dei pezzi di legno vicino alla sua casa. I colori, lo sfondo del muro, il legno, tutto era perfetto per un ritratto, gli chiesi il permesso, ma lui si schermì dicendomi che era appena tornato dai campi ed era tutto in disordine; poteva però andare a cambiarsi e avrei potuto ritrarlo. In quello stesso momento però avevo già stravolto la realtà; tutto era già cambiato, non c’era e non poteva più esserci quello che mi interessava. La presenza del fotografo non sempre è accettata e può decidere se realizzare un ritratto con uno scambio di battute; ci sono resoconti di fotografi che hanno scelto in molte situazioni di non fotografare per non surriscaldare gli animi, perchè consapevoli che la loro macchina fotografica avrebbe esasperato lo scontro di piazza e  fatto degenerare gli eventi. In altri casi il fotografo diventa parte della realtà e riesce a lavorare dall’ ” interno”, rendendo possibile una documentazione e una memoria che altrimenti andrebbero perdute per sempre. Dice James Natchway:


«Le realtà che affronto mi consentono di fotografare persone in atteggiamenti che non potrei mai cogliere al di fuori di quella situazione.
«Le persone si sentono vittime e capiscono che il mio lavoro rende partecipe qualcun altro dell’ingiustizia che loro stanno vivendo, e mi accettano come uno di loro. Ho sempre cercato di affrontare i vari punti di vista. In Cecenia, in Afghanistan, in Palestina, in Kosovo, in Sudan, in Brasile, in Iraq, come anche in America, ho sempre fotografato entrambe le parti in causa, per una migliore e doverosa comprensione della situazione in cui esplodevano questi contrasti».(fonte: intervista di Giuliano Ferrari, Fotographia online )

foto di Don Mc Cullin

Altre volte il legame che lega il soggetto al fotografo diventa così forte che supera quella certa distanza che secondo me deve sempre esistere per non coinvolgere emotivamente il fotografo. Donal (Don) Mc Cullin raccontò che durante l’ epidemia di Colera in Bangladesh, fotografò un uomo che aveva appena perso la moglie: reagì alle sue grida disperate e strazianti, offrendogli un po’ di denaro per poter sopravvivere con i suoi 5 figli. Per molti anni continuò a vergognarsi per quel gesto. Vedi  a questo proposito la bella intervista rilasciata a Frank Horvat. Don Mc Cullin ha smesso ormai di fotografare guerre perchè non crede “(al contrario ad esempio di James Nachtwey) che un fotografo possa contribuire a rendere consapevole e attenta la società attraverso i suoi reportage di guerra; secondo il suo punto di vista infatti il fotografo sfrutta il dolore degli altri, manipolandolo, ed è egli stesso è a sua volta manipolato dai giornali committenti.”

E’ emblematico il caso del fotografo afgano Zalmai, che ha scelto di documentare la vita a Kabul con un telefonino: “ A Kabul è molto di moda fotografare qualsiasi cosa con un cellulare. Volevo annullare la mia identità professionale, rendermi invisibile, passare dall’ altra parte, confondermi con la gente. Nella mia testa questo reportage si è imposto già con un titolo: “ vedo un sogno” (Servizio di Chiara Mariani, photo Editor di Sette, sul  numero 20 del 19 Maggio 2011). Si può scaricare il PDF di questo progetto, titolo originale: “I see a Dream: Afganistan’s Youth” dal sito “Reportage by Getty Images”
 , agenzia fotogiornalistica di cui abbiamo già parlato: (“Raccontare il mondo”)

Vorrei proporre ora due esempi, molto diversi fra loro, due autori che hanno realizzato due progetti, con un approccio completamente diverso fra loro. Dario Mitidieri vinse nel1994 la prima edizione del European Publishers Award for Photography con il volume “I bambini di Bombay”. Un reportage bellissimo che invito tutti a conoscere. Mi colpì moltissimo non solo l’ umanità con cui veniva raccontata la vita dei ragazzi di strada ma anche il modo in cui il reportage era stato realizzato. La prossimità di Dario Mitidieri ai bambini e al loro mondo era tale che veniva da chiedersi come era possibile che la sua presenza passasse apparentemente inosservata. Invito a leggere la sua prefazione, ricordando che il suo fu un lavoro durato un anno. Il lavoro di Massimo Vitale invece, è singolare. Nel 1993 ha iniziato la sua famosa serie sulle spiagge montando il suo Banco ottico su un trepiede modificato a circa 3mt di altezza; sicuramente una attrezzatura che non passa inosservata, tuttavia aspettando un poco, passato lo stupore iniziale dei bagnanti, diventa invisibile, la gente si disinteressa a lui e quindi riesce a cogliere le dinamiche di una folla in costume da bagno stesa a prendere il sole. Non c’ è infatti uno solo dei suoi inconsapevoli attori che guarda in macchina.

Vorrei concludere con una citazione tratta dal blog di Fabio Ponzio, autore di bellissimi reportages, realizzati per la maggior parte in europa orientale. Il suo stile potremmo definirlo Bressoniano, poiché riesce a documentare cogliendo al volo momenti di realtà in maniera così istintiva da rendere l’ interazione fra la presenza del fotografo e la realtà quasi impercettibile (e qui mi ricollego all’ inizio di questo post):Per arrivare a realizzare una buona fotografia bisogna raggiungere un grado di concentrazione che non si ottiene in un giorno o in una settimana. Bisogna togliere dalla propria vita quotidiana tutti quegli stimoli negativi che portano ad una percezione superficiale e limitata della realtà e che ci impediscono di dare valore al tempo ed allo spazio; nel momento in cui si scatta una fotografia, nell’arco di un istante, dobbiamo decidere istintivamente come organizzare questi due elementi. Per arrivare a questo bisogna avere la profonda concezione dell’importanza del tempo. Se non si ha rispetto del tempo durante i giorni, i mesi, gli anni della propria vita, non si può comprendere come gestire quell’istante finale durante il quale si realizza la fotografia. Quell’attimo è la miracolosa conclusione di un percorso nel tempo, che porta attraverso gli anni e che deve arrivare, lucidamente, a definire lo spazio.



Paris Photo 2011

Dennis Dailleux, Le Gilles d'Agogo, Ghana 2010 - cortesia Camera Obscura -

Si è appena conclusa  a Parigi la 15°  fiera internazionale di fotografia  Paris- Photo 2011. Si è trattato di un appuntamento importante  che promuove (e vende) le opere di artisti – pochi  i giovani mi sembra – provenienti da varie parti del mondo; benchè molti di loro non si definiscano fotografi, “è una fiera dedicata esclusivamente alla fotografia” (1)  e possono valere le stesse considerazioni  espresse su queste stesse pagine da Vito de Pinto per Mia ( Milano Image Art Fair)

Sono presenti 117 gallerie che espongono un numero impressionante di fotografi,  inoltre 18 editori specializzati  dispongono di un proprio spazio espositivo. L’ Italia è presente con la galleria Forma di Milano che propone,  Italian photographers :  Lorenzo Cicconi Massi (1966)Giorgia Fiorio (1967)Mario Giacomelli (1925-2000)Mimmo Jodice (1934)Nino Migliori(1926) Paolo Ventura (1968) , come dire  quasi tutti volti molto noti della fotografia italiana, inclusi per fortuna tre “giovani” quarantenni. Curiosamente sul sito della galleria Forma (Spazio Forma), non è riportata la trasferta. Trattandosi di una “fiera”, è lecito aspettarsi da parte degli espositori una maggiore attenzione verso personalità consolidate; come ogni prudente  investimento finanziario, si cerca di tenere in ” portafoglio” autori affermati e giovani emergenti, in proporzioni diverse ovviamente in base alla propria “propensione al rischio”.  Ci sono  nomi come : Ansel Adams, Michael Ackerman, Berenice Abbott (!), ma anche  Alessandro Gianpaoli (1972), Catharina Bosse (1968), forse meno noti al grosso pubblico ma già con un proprio stile.

Fra i lavori più belli a mio parere, indicandone solo un paio, quelli di Jan Banning e di Denis Dailleux

Ospite d’ onore quest’ anno a  Paris Photo è la  Fotografia africana, ospitando  la Biennale di Bamako (Rencontres de Bamako) con ” l’esposizione African Emerging Photography curata da Laura Serani. La mostra ospita 12 fotografi emergenti tra cui l’attivista Zanele Muholi (Sudafrica), che lotta per i diritti degli omosessuali, Samuel Fosso (Camerun) che esplora il ritratto e le sue modalità di rappresentazione e il fotogiornalismo di Nyaba Léon Ouedraogo (Burkina Faso). Mentre il vincitore del premio Seydou Keïta alla Biennale di Bamako è il noto fotografo sudafricano Pieter Hugo. ” (2)

Sempre nel panorama della fotografia africana, è stata presentata per la prima volta la collezione  Artur Walther con l’ esposizione “Events of the Self: Portraiture and Social Identity.

Infine, Marin Hock (1988 , Bruxelles) è il vincitore della 5a edizione di SFR Jeunes Talents – Paris Photo, un premio che consiste in 5000 euro e l’acquisizione da parte di SFR di almeno cinque opere, e una mostra al Grand Palais, insieme ai  quattro “Laureati” Virginie Maillard – Bernard Demenge – Colin Delfosse – Patrick Devresse

Il tema di quest’anno è stato: “Woman: the future of man?”

Una delle foto di Marin Hock, vincitore dell' edizione Giovani Talenti di SFR

La compagnia di telefonia mobile SFR lancia infatti il concorso SFR Jeunes Talents durante alcune manifestazioni fotografiche , che in Francia non sono poche…

Recita la pagina: “A che serve avere del talento se nessuno se ne accorge?” e ancora “SFR si mobilita a favore dei giovani fotografi di talento per offrirgli l’ opportunità di realizzare i loro progetti”. Noi in Italia abbiamo invece l’ opportunità di pubblicare – gratis- una foto sulla copertina dell’ elenco telefonico della propria provincia…Una nota a margine, fra gli  sponsor della manifestazione vi  è la banca di affari J.P. Morgan; il fatto che in un momento  di forte crisi come questo, ci sia un gruppo finanziario  che abbia scelto  l’ occasione di una fiera di fotografia contemporanea per promuovere la propria immagine, ci lascia forse  ben sperare per il futuro.

In Italia intanto, Fabio Castelli, ideatore della già  citata MIA, annuncia per fortuna le date per la prossima edizione  2012: dal 3 al 6 maggio, sempre  presso gli studi di Superstudio Più a Milano.

(1) Carlotta Loverini Botta su Vogue.it

(2) Livia De Leoni su Exibart.com