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In pantofole

by su 14/09/2012

Jon Rafman  The Nine Eyes of Google Street View – (Saatchi Gallery – Londra)

Si può girare il mondo in pantofole ? certo, lo sappiamo tutti, c’è Google ! Sta anche nascendo una nuova tipologia di reportage fotografico, che chiamerei di secondo grado, che sfrutta appunto questa potenzialità. Consiste nel (ri)fotografare le vedute di Google Street View, che gratuitamente mette a disposizioni immagini navigabili a 360° simili a quelle QTVR, ricavate unendo migliaia di riprese fornite dalle Street View Cars sparpagliate in giro per il mondo. Qui sopra potete vedere un esempio del lavoro John Rafman che è stato proprio dedicato ai “nove occhi”, cioè alle nove macchine fotografiche poste sulla torretta che riprendono contemporanemante. Queste immagini, taggate da un software che le collega sia alle coordinate GPS sia al percorso del mezzo, confluiscono nel gigantesco database di Google. Rafman stampa le sue immagini in grandissimo formato (quasi tre metri di base) su carta fine art.
Un interessante articolo di Geoff Dyer (“come Google Street View sta dando l’ispirazione alla nuova fotografia” – The Observer del 14/07/2012) (ora tradotto su Internazionale N° 965) mi ha dato lo spunto per questo post. La riflessione di Dyer inizia con il premio ricevuto dal Michael Wolf lo scorso anno al Word Press Photo e la controversia che ne è seguita. Il punto è: può definirsi reportage fotografico la selezione fatta a tavolino delle anonime seguenze fotografiche ? Come spesso accade il dibattito arriva con grande ritardo rispetto alla diffusione della pratica della rifotografia delle vedute di Goggle Street View che diventa una sorta di gigantesca e gratuita macchina fotografica puntata sul mondo. Indico qui altri due Autori che hanno adottato questa procedura, giungendo comunque a risultati completamente diversi tra di loro: Michael Wolf  (Parigi) lavora da anni in questa direzione; qui esplora ad esempio i momenti in cui le persone scoprono di essere riprese ed hanno piccoli gesti di ribellione:

Michael Wolf – dalla serie FY (Fuck You)

Questo è invece un esempio dell’opera di Doug Rickard, dove si sentono gli echi della grande tradizione americana (Evans, Frank):

Doug Rickard – A New American Picture 2011

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