
Untitled (Cowboy) 1989 - Opera di Richard Prince (riproduzione di una pagina pubbliciataria con foto di Jim Kranz) - stampa fotografica a colori 50" x 70"
Al fotografo professionista spesso non viene riconosciuto lo status di Autore… qui ci interessa parlare di questo caso dove il lavoro di un (peraltro bravissimo e ben pagato) “semplice” fotografo professionista è stato rivisitato da un artista contemporaneo ed è diventato opera d’arte, inserita nel circuito relativo e venduta come tale. In altre parole è sorprendente (e per me, a titolo personale, amaro) il rapporto che c’è tra chi usa la fotografia come strumento di lavoro su commissione e da chi ne fa un’opera d’arte. Richard Prince, uno degli artisti statunitensi più quotati, è stato consacrato lo scorso anno da una grande mostra alla Bibliotheque Nationale di Parigi. Prince è considerato uno dei principali rappresentanti del postmodernismo, ed è un teorico dell’appropriazione delle immagini altrui. Partendo il più delle volte da riviste rielabora le immagini che ritiene più significative della società contemporanea. È diventato celebre (e ricchissimo – una sua stampa è stata battuta nel 2005 per 1.200.000,00 dollari) rifotografando i cowboy delle pubblicità di una nota marca di sigarette. Ma che ne è dell’autore originale delle fotografie create per la campagna pubblicitaria (ideata dalla Leo Burnett) ? In un bell’articolo del 2007 il New York Times racconta dell’incontro tra il fotografo Jim Krantz e l’opera di Prince. Mi ha colpito la frase di Prince interpellato da Randy Kennedy, il giornalista del New York Times autore dell’articolo: “non avevo mai associato la pubblictà ad un Autore “. Questo è il punto: il lavoro del fotografo professionista viene percepito come qualcosa di anonimo, anche quando rende possibile la creazione di una campagna da milioni di dollari (grazie a quella campagna la Marlboro – all’epoca conosciuta sopratutto dalle fumatrici- riposizionò con successo il suo marchio verso un pubblico maschile). Il blog “A Photoeditor” ha ripreso l’argomento due anni dopo, approfondendo il rapporto tra l’Autore dell’opera originale e l’artista che si è approriato della foto, creando a sua volta una nuova opera d’arte … Può questo essere paragonato ad un campionamento musicale inserito in un brano rap ? Per esempio i Massive Attack che nel loro album più famoso (Mezzanine) citano i Velvet Underground) ? Non lo so, mi sembra che nel campionamento la rielaborazione sia tale da rendere completamente diversa la situazione. Una nota positiva: successivamente il fotografo Jim Krantz è entrato a sua volta nel circuito artistico, esponendo in varie gallerie sia negli Stati Uniti che in Europa.
Christian Caujolle l’anno scorso citava un’altra notizia che arriva dagli Stati Uniti. “Prince è stato appena condannato da una corte newyorchese a distruggere una serie di opere stimate milioni di dollari, molte delle quali già vendute. Nel 2008, per la sua mostra Canal Zone, Prince aveva usato le foto del francese Patrick Cariou, pubblicate nel libro del 2000, Yes, Rasta, in alcuni casi riproducendole integralmente. Malgrado gli interventi di Prince, la corte ha considerato le sue opere contraffazioni che violano il diritto d’autore. Prince, che ricorrerà in appello, ribatte di non aver contraffatto un bel niente. È nel suo diritto. Ma è anche diritto degli altri artisti cercare di difendere il loro lavoro”. (Internazionale, numero 893, 15 aprile 2011). Comè andata a finire ? Bisognerà aspettare fino al 25 gennaio quando verrà deciso il giudizio di appello, ma pare che Richard Prince abbia buone possibilità di ribaltare il primo giudizio (potete leggere qui un resoconto dettagliato). Uno degli argomenti (sollevato dalla Warhol Foundation) è che la riapproriazione di opere d’arte altrui è una tradizione artisitica che può essere fatta risalire ad illustri precedenti che vanno da Andy Warhol a Marcel Duchamp …
A volte la vertigine prende chi analizza il mondo dell’immagine digitale… ad esempio di come sia diventato facilissimo alterare digitalemente il contentuto di foto nostre o altrui. A noi capita spesso durante la fase di ripresa di sentirci dire, da persone presenti, “tanto poi gli dai un colpo di Photoshop” dove Photoshop diventa, per il procedimento retorico dell’Antonomasia, il sinonimo di qualsiasi programma oppure operazione di fotoritocco.
A proposito di alterazione dei contenuti: Photoshop è sicuramente il più diffuso programma per la lavorazione delle immagini, purtroppo viene spesso usato non in maniera creativa (cioè per dare all’immagine la consistenza desiderata dall’autore) ma per alterare il riferimento alla realtà che che la fotografia porta geneticamente con se dalle sue origini, in quanto “impronta” del reale ottenuta mediante un procedimento chimico fisico …Due scienziati dell’università di Dartmouth in Nuova Scozia, (Eric Kee and Hany Farid, A perceptual metric for photo retouching, Department of Computer Science, Dartmouth College, Hanover, NH – USA, pubblicato in Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America – http://www.pnas.org) hanno messo a punto un sistema di valutazione quantitativa per classificare il tasso di ritocco di un’immagine (potete scaricare qui l’articolo)…. Il punto è questo: ciò che viene rappresentato in fotografia viene preso (a torto) per reale, ancora oggi. Eppure, dopo quasi due secoli di immagini fotografiche (ricordiamo le prime esperienze di Niepce nel 1822) dovrebbe essere chiaro che comunque l’atto stesso dell’inquadrare costituisce di per sè una scelta e quindi una interpretazione della realtà circostante. Nel caso particolare di cui si occupano gli autori, l’aspetto fisico, il lato preoccupante è la creazione di modelli di bellezza che sono percepiti, ad esempio dagli adolescenti, come mete irragiungibili e la cui irragiungibilità rapppresenta fonte di frustazione, ansia, depressione … Gli Autori suggeriscono di rendere obbligatorio riportare, accanto ad ogni immagine pubblicata, l’indice di manipolazione della stessa. “Le foto ritoccate sono ovunque ed hanno creato una rappresentazione della bellezza fisica idealizzata e non realistica.” Ovviamente questa non è una crociata (moralista) contro il fotoritocco, che ormai fa parte integrane del workflow fotografico… è semplicemente il segno che ci si è resi conto, ad un certo punto, di quanto sia pericoloso prendere per vero ciò che è solo frutto delle possibilità del mezzo attuale, sopratutto da parte di chi non abbia la necessaria attrezzatura critica. Christian Caujolle osserva “Bisognerebbe applicare questo software a tutte le immagini, anche a quelle che arrivano dai mezzi d’informazione. Perché il problema non è tanto il ritocco, quanto l’intenzione di modificare maliziosamente la realtà”. Internazionale, numero 929, 23 dicembre 2011 (a cui dobbiamo lo spunto per questo post). Ci sono anche casi però in cui questa posizione “antiritocco” raggiunge livelli di (secondo me) di paranoia (e nascondono una buona dose di ipocrisia), come nel caso del fotografo P.Schneider licenziato per avere alterato il colore del cielo nella foto di un pompiere ripreso in controluce. Pedro Meyer ne ha parlato in questo bell’articolo: In Defense of Photographer Patrick Schneider, sul suo blog Zone Zero:
… e ancora: (questo devo dire più comprensibile) un freelance libanese licenziato dalla Reuters per aver esagerato fotograficamente gli effettti di un bombardamento israeliano … ma gli esempi potrebbero continuare …
Sul Blog “A Photo Editor” è comparsa una interessante e scherzosa (ma non tanto) rappresentazione grafica di come la gente immagina il lavoro del fotografo, e di come invece questo sia molto diverso nella realtà…
Lancio questo articolo simbolicamente nelle prime ore del nuovo anno, con l’ auspicio, oltre ai soliti di rito: salute, denaro, che per inciso non disdegno affatto, che il tempo da dedicare alla fotografia, intesa come ripresa e progetti possa aumentare, e diminuire invece quello dedicato alla post produzione, alle scartoffie, al recupero crediti (non rappresentato nel grafico sottostante!).
Auguro quindi a tutti, professionisti e non, di poter portare avanti i loro progetti, fare sperimentazione e ricerca, perfezionare il proprio linguaggio e perchè no, rinnovarsi.

fonte: http://www.aphotoeditor.com
Soldi riferiti alla fotografia, naturalmente… forse non è un argomento strattamente natalizio, ma colgo l’occasione dopo aver letto un bel post appena pubblicato su “la lettre de la photographie“, dove il fotografo francese Jonathan Alpeyrie ha avuto il coraggio di dire quello che viene spesso sussurrato nei discorsi tra colleghi: il ricavo economico che si ottiene ormai dalla fotografia è inversamente proporzionale all’aumentare vertiginoso dei discorsi e delle iniziative ad essa collegata. Parliamo qui di un genere di fotografia diverso da quello commerciale su commissione, e cioè il reportage: Jonathan Alpeyrie parla di 4 suoi progetti dal punto di vista strettamente economico, del rapporto cioè tra spese e ricavi, cioè si fa i sono conti in tasca come chiunque non abbia un reddito fisso deve fare quotidianamente: riassumo qui il resoconto di Alpeyrie (guardate le foto sul suo sito e forse vi chiederete come può essere possibile che chi porta avanti tali progetti abbia poi problemi a vivere del suo lavoro !)
Guerra al narcotraffico al confine tra Messico e Arizona (3 settimane): spesi $ 2.500,00 – incassati $ 1.000,00 = perdita 1.500,00
Réportage dal fronte, guerra civile in Libia (2 settimane): spesi $ 2.000 – incassati 3.300,00 = un successo, guadagno di 1.300,00
Indipendenza del Sud Sudan (2 settimane): spesi $ 4.000,00 – incassati 2.800,00 = perdita di 1.200,00
Per fortuna poi, conclude Alpeyrie, ha avuto la fortuna di lavorare sullo scandale Strauss-Kahn che, sopratutto sui media francesi, ha avuto una vasta eco e gli ha permesso di guadagnare circa $ 5.000,00, con i quali finanziare altri progetti …Per restare in argomento, ci spostiamo dalla Francia all’Inghilterra, dove il fotografo Tony Sleep, stanco di continue richieste di fotografie gratuite (in cambio della citazione del nome) , ha pubblicato un testo standard sul suo sito (qui trovate la traduzione italiana), che invia tramite link a chi gli avanza tali proposte. E pensare che a me la situazione della fotografia nel Regno Unito era sembrata a prendere da esempio! Il vero punto della questione è che la fotografia sembra diventata una commodity (è un termine inglese che indica un bene per cui c’è domanda ma che è offerto senza differenze qualitative sul mercato ed è fungibile, cioè il prodotto è lo stesso indipendentemente da chi lo produce, come per esempio il petrolio – da Wikipedia), per cui nessuno si chiede più cosa comporti la produzione di una (buona) foto, poichè siamo continuamente bombardati da immagini e ne produciamo noi stessi tantissime in maniera facile ed economica. Si aggiunga anche che a tale aumento della facilità di produzione ed alla diffusione di massa della fotografia non pare sia corrisposto un pari aumento della cultura visiva (e fotografica nello specifico), per cui è difficile da parte del fruitore una valutazione critica delle immagini stesse.
PS prendo il titolo del post da una raccolta di racconti di Raymond Carver (What we talk about when we talk about love – A. Knopf, New York 1981) dove consiglio di leggere il racconto breve: ” Viewfinder” (il racconto è stato pubblicato la prima volta nel 1978 su una rivista). Il fotografo “di strada” che si confronta con il protagonista vende le sue Polaroid a 3 per un dollaro, cifra che mi sembra decisamente bassa anche per l’epoca – se qualcuno ha dei dati sul costo (nel 1978) di una caricatore per, mettiamo, la SX-70 Land camera, uscita nel 76-77, è invitato a comunicarcelo !
Una bella iniziativa della Nasa ha permesso in questi ultimi mesi di godere dello spettacolo della terra che scorre lentamente sotto i nostri occhi, in sequenze (specialmente notturne) di incredibile suggestione che mi hanno fatto pensare ad una poesia di Ingeborg Bachmann (Nachtflug … vedi sotto). Si tratta di video che circolano in moltissime versioni su You Tube e Vimeo, tutte ricavate dal materiale fotografico scattato da un austronauta a circa 300 km di altezza ! dal 15 al 19 settembre i video nelle varie versioni hanno toccato un milione di visualizzazioni (fonte: Huffington Post del 19 settembre 2011). Tra le versioni più belle quella dello scenografo e videomaker tedesco Michel Konig, che ha elaborato in maniera superba il materiale.della NASA. E’ stato un pò più faticoso risalire all’origine dell’eccezionale materiale fotografico. La storia in breve è questa: durante il suo soggiorno di 6 mesi (terminato da poco) a bordo dell’ISS (international Space Station) l’astronauta Ron Garan ha ricevuto via mail un suggerimento dalla sua insegnante di fotografia alla Nasa, Katrina Willoughby: perchè non provare la tecnica del “time lapse” o passo uno, lassù nello spazio ? La tecnica consiste nello scattare fotografie ad intervalli di tempo regolari (gli intervalli possono variare da pochi secondi a parecchie ore: in questo caso l’intervallo è stato generalmente di tre secondi); poi si montano questi fotogrammi (con l’aiuto magari di piccole dissolvenze o altri accorgimenti) in un video che scorre a 25 ftps, simulando il movimento della camera o del soggetto o di tutti e due (come in questo caso). La storia è raccontata da Ron Garan nel suo blog “Fragile Oasis” (dove la fragile oasi è ovviamente la nostra madre Terra). L’astronauta ha esposto l’idea a Peter Gabriel in una conversazione “spaziale” ed ha ottenuto il permesso di usare un paio di sue canzoni (“Downside up” e “Down to Earth“). Questa semplice serie di eventi è stata poi più o meno deformata nella concatenazione dei rimandi tra un blog e l’altro. Ad esempio la macchina fotografica usata, una rispettabile Nikon D3S è diventata in alcuni post una “speciale camera in grado di scattare in basse condizioni di luce” oppure “camera con abilità di ripresa in basse condizioni di luce”. In realtà Ron Garan ha effettuato delle semplici operazioni fotografiche, spiegate da lui stesso nel post già citato, operazioni banali ma che nella “nebbia” generale che circonda spesso la fotografia, proprio perchè se ne parla tanto, sono diventate quasi magiche: scelta dell’inquadratura, scelta della focale (grandangolo), impostazione degli ISO (1.000 e oltre), impostazione del diaframma (tutta apertura) e del fuoco (tutto in modalità manuale). Questo perchè la fotografia (digitale o no) necessita di studio e ragionamento; se si bypassano queste fasi, si ottengono comunque risultati corretti grazie agli automatismi, ma il tutto finisce lì …
due o tre cose da sottolineare
1 L’austronauta Ron Garan ha avuto l’idea che fosse possibile realizzare questo tipo di riprese dopo aver frequentato un corso di fotografia alla NASA (ebbene sì la fotografia è tra le materie obbligatorie di studio per gli astronauti). Grazie a questa tecnica, dice l’Autore, è stato possibile condividere la sensazione dell’astronauta durante il suo sorvolo del Pianeta terra, cosa che non era stata possibile conle normali fotografie per quanto spettacolari.
2 La Nasa ha messo a disposizione di tutti, gratutitamente, tutto il materiale in bassa o alta risoluzione, consistente in centinaia di frames in formato JPG, suddivisi in cartelle zippate, per soggetto (cioè per percorso di sorvolo).(Image Science and Analysis Laboratory, NASA-Johnson Space Center. “The Gateway to Astronaut Photography of Earth”)
3 Le rielaborazioni apparse in rete fanno pensare ad una “comunità” di autori… Ron Garan ha innescato il processo, ed ha lui stesso elaborato dei video dalle sue sequenze fotografiche, ma chiunque può scaricare le cartelle zippate con le immagini originali e divertirsi come gli pare.

Image Science and Analysis Laboratory, NASA-Johnson Space Center. "The Gateway to Astronaut Photography of Earth"
*Nacthflug
Unser Acker ist der Himmel / im Schweiss der Motoren Bestellt / angesichts der Nacht, / unsere Einsatz des Traums – ( ….)
Volo Notturno
Il nostro podere è il cielo / coltivato col sudore dei motori / al cospetto della notte / con il sacrificio del sogno – (…)
(Ingeborg Bachmann, Nachtflug – da Poesie, edizioni Tea 1996 / Piper Verlag 1978 – traduzione di Maria Teresa Mandalari)
Segnaliamo questa bella iniziativa romana; sono state messe in atto sinergie che sarebbe bello vedere attuate anche nella nostra città. Il tema dell’Archivio suscita in molti pensieri di scaffali polverosi colmi di faldoni … a me invece fa pensare alla memoria storica che riguarda il passato ma, a maggior ragione può riguardare il presente, nel senso che bisogna pensare ora a documentare la nostra realtà, documentarla bene e in maniera non occasionale, affidando l’incarico a persone che usino in maniera consapevole il mezzo fotografico e provvedendo poi alla conservazione delle informazioni sui supporti del nostro presente. Sarebbe paradossale avere le fotografie della Grande Guerra e non lasciare ai nostri discendenti le fotografie (per esempio) delle trasformazioni urbane degli anni 2000 ..
dal sito del ICCD:
Il Festival della Fotografia Storica MEMORANDUM, a Roma dal 2 dicembre al 13 gennaio, propone per la prima volta nella capitale i reportages di indagine sociale di Giancarlo Terreo, 50 anni di storia popolare, dall’Italia ai Balcani, di proprietà della Cassa di Risparmio di Biella. Accanto al fotografo scomparso nel 2006 mentre preparava la sua prima antologica troveranno spazio altri archivi: dalle foto della guerra di Crimea di James Robertson (Archivi Alberti La Marmora), all’automobilismo sportivo (Archivi Pirelli), ai primi voli in aerostato (Fondazione famiglia Piacenza). Materiali che hanno animato la 2° Edizione del Festival, tenutasi a Torino e Biella nel febbraio-marzo 2011, oltre 20 mila visitatori, e che – a Roma – sarà allestita nell’ex chiesa delle Zitelle, nel complesso trasteverino del San Michele, sede dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione-ICCD. La 3° edizione di MEMORANDUM sarà presentata nella primavera del 2012 nelle sedi tradizionali di Biella e Torino e vedrà una riedizione a Roma, presso la sede dell’ICCD e in altre istituzionali. MEMORANDUM nasce a Biella nel 2009 dalla collaborazione tra l’Associazione Stilelibero e la Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e si pone come obiettivo la valorizzazione di milioni di immagini fotografiche storiche conservate negli archivi di enti, aziende, università, musei e giornali. Immagini di valore storico-culturale, quasi due secoli di memoria collettiva, che il Festival vuole rendere “visibili” al pubblico, spesso per la prima volta. Il progetto si propone di aprire una discussione sui temi legati all’archiviazione, dando vita ad una rete di soggetti attivi in questo settore. Dal novembre 2011 MEMORANDUM vede la partecipazione attiva dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione – MiBAC, che ha da sempre tra i suoi compiti istituzionali l’attività di documentazione del patrimonio culturale sia attraverso specifiche campagne fotografiche sia attraverso l’incremento dei fondi di fotografia storica e delle collezioni aerofotografiche. L’Istituto intende così valorizzare il proprio patrimonio fotografico storico e dare impulso agli studi e alle attività connesse con la conservazione e la gestione degli archivi di immagini. Memorandum 2011- Speciale Roma rappresenta il primo risultato previsto dal Protocollo d’intesa sottoscritto a novembre 2011 da Stilelibero Associazione promotrice di Memorandum, la Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e l’Istituto per il Catalogo e la Documentazione-ICCD.
Può il principio di indeterminazione di Heisenberg essere il pretesto per una riflessione su come il fotografo interviene, consapevolmente o meno, sulla realtà?
Il principio di indeterminazione, alla base della moderna fisica quantistica, dice più o meno che “non possiamo determinare con precisione la posizione e la velocità di una particella elementare perchè la nostra osservazione modificherebbe il fenomeno che vogliamo studiare.” “Quindi la mia registrazione della realtà è incompleta e approssimata perchè nel momento stesso in cui intervengo come osservatore la modifico”. Mi interessa quindi capire i limiti di una documentazione fotografica che non potrà mai essere fedele alla realtà perchè frutto della mia interpretazione e dell’ intervento che opero su di essa; mi chiedo quindi in che modo il fotografo può minimizzare questo suo limite. Su questo punto, possiamo essere tutti d’ accordo: una telecamera di video sorveglianza o una macchina per fototessere non operano delle scelte, registrano meccanicamente quanto avviene e quindi sono escluse dalle nostre considerazioni. Il fotografo invece, opera delle scelte: la sua documentazione non può mai essere definita “obiettiva”. Questo è valido per tutti i generi, dallo “street photographer”, al documentarista, dal ritrattista a chi fa paesaggio. Anche le riproduzioni di opere d’ arte possono essere espressione di una propria sensibilità, vedi per tutti gli ultimi lavori di Mimmo Iodice.
Torniamo ora alla “fotografia di strada” e ai documentaristi. Lo stile e la personalità di un fotografo, al di fuori di tutti gli aspetti tecnici, sono rappresentati dal modo in cui riesce a relazionarsi al contesto dove opera, in particolare con gli “altri”. Ciascuno costruisce questo rapporto in modo diverso. Qualsiasi citazione a questo punto è per me imbarazzante. Fra i tanti, penso ai modi un po’ aggressivi di William Klein, di Leslie Krims o Arthur Tress o al comportamento più più discreto di Koudelka, Depardon.
Prendendo in prestito il titolo della grande mostra organizzata al MoMa nel 1978, “Mirrors and Windows“, il fotografo può scegliere se essere semplice spettatore, stare alla finestra e documentare la realtà, oppure filtrarla attraverso lo specchio della propria personalità. La differenza è sostanziale, ma di fatto qualunque qualunque tipo di fotografia scegliamo di fare, non sarà mai una registrazione fedele. Un mio amico in vacanza in uno degli isolotti di Capoverde, durante una passeggiata nel centro di Santa Maria iniziò a fotografare un accattone; fu “ripreso” e sgridato da una arzilla vecchietta che in un misto di italiano e portoghese, (aveva lavorato “a servizio” a Roma) gli rimproverò di fotografare, fra le tante bellezze dell’ isola di Sal, proprio l’ unico (in quel momento) miserabile. Il mio amico ci restò male ma riflettendo successivamente su quell’ episodio, mi disse che forse la signora non aveva tutti i torti. ” È come quando entri in un centro storico e fotografi l’unica cartaccia buttata per strada, o come quando in una periferia degradata fotografi magari l’unico balcone fiorito di gerani, in entrambi i casi fotografi l’eccezione e quindi il tuo racconto è parziale. Una volta nel parco Nazionale del Pollino vidi un agricoltore che stava intagliando dei pezzi di legno vicino alla sua casa. I colori, lo sfondo del muro, il legno, tutto era perfetto per un ritratto, gli chiesi il permesso, ma lui si schermì dicendomi che era appena tornato dai campi ed era tutto in disordine; poteva però andare a cambiarsi e avrei potuto ritrarlo. In quello stesso momento però avevo già stravolto la realtà; tutto era già cambiato, non c’era e non poteva più esserci quello che mi interessava. La presenza del fotografo non sempre è accettata e può decidere se realizzare un ritratto con uno scambio di battute; ci sono resoconti di fotografi che hanno scelto in molte situazioni di non fotografare per non surriscaldare gli animi, perchè consapevoli che la loro macchina fotografica avrebbe esasperato lo scontro di piazza e fatto degenerare gli eventi. In altri casi il fotografo diventa parte della realtà e riesce a lavorare dall’ ” interno”, rendendo possibile una documentazione e una memoria che altrimenti andrebbero perdute per sempre. Dice James Natchway:
«Le realtà che affronto mi consentono di fotografare persone in atteggiamenti che non potrei mai cogliere al di fuori di quella situazione. «Le persone si sentono vittime e capiscono che il mio lavoro rende partecipe qualcun altro dell’ingiustizia che loro stanno vivendo, e mi accettano come uno di loro. Ho sempre cercato di affrontare i vari punti di vista. In Cecenia, in Afghanistan, in Palestina, in Kosovo, in Sudan, in Brasile, in Iraq, come anche in America, ho sempre fotografato entrambe le parti in causa, per una migliore e doverosa comprensione della situazione in cui esplodevano questi contrasti».(fonte: intervista di Giuliano Ferrari, Fotographia online )
Altre volte il legame che lega il soggetto al fotografo diventa così forte che supera quella certa distanza che secondo me deve sempre esistere per non coinvolgere emotivamente il fotografo. Donal (Don) Mc Cullin raccontò che durante l’ epidemia di Colera in Bangladesh, fotografò un uomo che aveva appena perso la moglie: reagì alle sue grida disperate e strazianti, offrendogli un po’ di denaro per poter sopravvivere con i suoi 5 figli. Per molti anni continuò a vergognarsi per quel gesto. Vedi a questo proposito la bella intervista rilasciata a Frank Horvat. Don Mc Cullin ha smesso ormai di fotografare guerre perchè non crede “(al contrario ad esempio di James Nachtwey) che un fotografo possa contribuire a rendere consapevole e attenta la società attraverso i suoi reportage di guerra; secondo il suo punto di vista infatti il fotografo sfrutta il dolore degli altri, manipolandolo, ed è egli stesso è a sua volta manipolato dai giornali committenti.”
E’ emblematico il caso del fotografo afgano Zalmai, che ha scelto di documentare la vita a Kabul con un telefonino: “ A Kabul è molto di moda fotografare qualsiasi cosa con un cellulare. Volevo annullare la mia identità professionale, rendermi invisibile, passare dall’ altra parte, confondermi con la gente. Nella mia testa questo reportage si è imposto già con un titolo: “ vedo un sogno” (Servizio di Chiara Mariani, photo Editor di Sette, sul numero 20 del 19 Maggio 2011). Si può scaricare il PDF di questo progetto, titolo originale: “I see a Dream: Afganistan’s Youth” dal sito “Reportage by Getty Images” , agenzia fotogiornalistica di cui abbiamo già parlato: (“Raccontare il mondo”)
Vorrei proporre ora due esempi, molto diversi fra loro, due autori che hanno realizzato due progetti, con un approccio completamente diverso fra loro. Dario Mitidieri vinse nel1994 la prima edizione del European Publishers Award for Photography con il volume “I bambini di Bombay”. Un reportage bellissimo che invito tutti a conoscere. Mi colpì moltissimo non solo l’ umanità con cui veniva raccontata la vita dei ragazzi di strada ma anche il modo in cui il reportage era stato realizzato. La prossimità di Dario Mitidieri ai bambini e al loro mondo era tale che veniva da chiedersi come era possibile che la sua presenza passasse apparentemente inosservata. Invito a leggere la sua prefazione, ricordando che il suo fu un lavoro durato un anno. Il lavoro di Massimo Vitale invece, è singolare. Nel 1993 ha iniziato la sua famosa serie sulle spiagge montando il suo Banco ottico su un trepiede modificato a circa 3mt di altezza; sicuramente una attrezzatura che non passa inosservata, tuttavia aspettando un poco, passato lo stupore iniziale dei bagnanti, diventa invisibile, la gente si disinteressa a lui e quindi riesce a cogliere le dinamiche di una folla in costume da bagno stesa a prendere il sole. Non c’ è infatti uno solo dei suoi inconsapevoli attori che guarda in macchina.
Vorrei concludere con una citazione tratta dal blog di Fabio Ponzio, autore di bellissimi reportages, realizzati per la maggior parte in europa orientale. Il suo stile potremmo definirlo Bressoniano, poiché riesce a documentare cogliendo al volo momenti di realtà in maniera così istintiva da rendere l’ interazione fra la presenza del fotografo e la realtà quasi impercettibile (e qui mi ricollego all’ inizio di questo post): “Per arrivare a realizzare una buona fotografia bisogna raggiungere un grado di concentrazione che non si ottiene in un giorno o in una settimana. Bisogna togliere dalla propria vita quotidiana tutti quegli stimoli negativi che portano ad una percezione superficiale e limitata della realtà e che ci impediscono di dare valore al tempo ed allo spazio; nel momento in cui si scatta una fotografia, nell’arco di un istante, dobbiamo decidere istintivamente come organizzare questi due elementi. Per arrivare a questo bisogna avere la profonda concezione dell’importanza del tempo. Se non si ha rispetto del tempo durante i giorni, i mesi, gli anni della propria vita, non si può comprendere come gestire quell’istante finale durante il quale si realizza la fotografia. Quell’attimo è la miracolosa conclusione di un percorso nel tempo, che porta attraverso gli anni e che deve arrivare, lucidamente, a definire lo spazio.
Si è appena conclusa a Parigi la 15° fiera internazionale di fotografia Paris- Photo 2011. Si è trattato di un appuntamento importante che promuove (e vende) le opere di artisti – pochi i giovani mi sembra – provenienti da varie parti del mondo; benchè molti di loro non si definiscano fotografi, “è una fiera dedicata esclusivamente alla fotografia” (1) e possono valere le stesse considerazioni espresse su queste stesse pagine da Vito de Pinto per Mia ( Milano Image Art Fair)
Sono presenti 117 gallerie che espongono un numero impressionante di fotografi, inoltre 18 editori specializzati dispongono di un proprio spazio espositivo. L’ Italia è presente con la galleria Forma di Milano che propone, Italian photographers : Lorenzo Cicconi Massi (1966), Giorgia Fiorio (1967), Mario Giacomelli (1925-2000), Mimmo Jodice (1934), Nino Migliori(1926) e Paolo Ventura (1968) , come dire quasi tutti volti molto noti della fotografia italiana, inclusi per fortuna tre “giovani” quarantenni. Curiosamente sul sito della galleria Forma (Spazio Forma), non è riportata la trasferta. Trattandosi di una “fiera”, è lecito aspettarsi da parte degli espositori una maggiore attenzione verso personalità consolidate; come ogni prudente investimento finanziario, si cerca di tenere in ” portafoglio” autori affermati e giovani emergenti, in proporzioni diverse ovviamente in base alla propria “propensione al rischio”. Ci sono nomi come : Ansel Adams, Michael Ackerman, Berenice Abbott (!), ma anche Alessandro Gianpaoli (1972), Catharina Bosse (1968), forse meno noti al grosso pubblico ma già con un proprio stile.
Fra i lavori più belli a mio parere, indicandone solo un paio, quelli di Jan Banning e di Denis Dailleux
Ospite d’ onore quest’ anno a Paris Photo è la Fotografia africana, ospitando la Biennale di Bamako (Rencontres de Bamako) con ” l’esposizione African Emerging Photography curata da Laura Serani. La mostra ospita 12 fotografi emergenti tra cui l’attivista Zanele Muholi (Sudafrica), che lotta per i diritti degli omosessuali, Samuel Fosso (Camerun) che esplora il ritratto e le sue modalità di rappresentazione e il fotogiornalismo di Nyaba Léon Ouedraogo (Burkina Faso). Mentre il vincitore del premio Seydou Keïta alla Biennale di Bamako è il noto fotografo sudafricano Pieter Hugo. ” (2)
Sempre nel panorama della fotografia africana, è stata presentata per la prima volta la collezione Artur Walther con l’ esposizione “Events of the Self: Portraiture and Social Identity.
Infine, Marin Hock (1988 , Bruxelles) è il vincitore della 5a edizione di SFR Jeunes Talents – Paris Photo, un premio che consiste in 5000 euro e l’acquisizione da parte di SFR di almeno cinque opere, e una mostra al Grand Palais, insieme ai quattro “Laureati” Virginie Maillard – Bernard Demenge – Colin Delfosse – Patrick Devresse
Il tema di quest’anno è stato: “Woman: the future of man?”
La compagnia di telefonia mobile SFR lancia infatti il concorso SFR Jeunes Talents durante alcune manifestazioni fotografiche , che in Francia non sono poche…
Recita la pagina: “A che serve avere del talento se nessuno se ne accorge?” e ancora “SFR si mobilita a favore dei giovani fotografi di talento per offrirgli l’ opportunità di realizzare i loro progetti”. Noi in Italia abbiamo invece l’ opportunità di pubblicare – gratis- una foto sulla copertina dell’ elenco telefonico della propria provincia…Una nota a margine, fra gli sponsor della manifestazione vi è la banca di affari J.P. Morgan; il fatto che in un momento di forte crisi come questo, ci sia un gruppo finanziario che abbia scelto l’ occasione di una fiera di fotografia contemporanea per promuovere la propria immagine, ci lascia forse ben sperare per il futuro.
In Italia intanto, Fabio Castelli, ideatore della già citata MIA, annuncia per fortuna le date per la prossima edizione 2012: dal 3 al 6 maggio, sempre presso gli studi di Superstudio Più a Milano.
(1) Carlotta Loverini Botta su Vogue.it
(2) Livia De Leoni su Exibart.com
A proposito di fotografi e piccola editoria segnalo questo bell’articolo tratto dal blog di Rob Haggart: Aphotoeditor (già segnalato in un precedente articolo)… Ho deciso di tradurlo perchè a mio avviso è molto interessante…. In realtà il testo che andrete a leggere è di Joanna Hurley, fondatrice della Hurleymedia, che in occasione di una lettura di portfolios a Santa Fè aveva osservato, in una conversazione con Maggie Blanchard (a sua volta proprietaria di una piccola casa editrice, la Twin Palms Publishers, specializzata in editoria fotografica) come fosse incredibile il fatto che ognuno desiderasse avere un libro pubblicato. Rob Haggart, che aveva ascoltato l’osservazione, al ritorno dall’evento le ha posto via mail la seguente domanda: “perchè tutti pensano di aver bisogno di (pubblicare) un libro fotografico ?”. Solo una nota: pensiamo comunque che la realtà statunitense è completamente diversa dalla nostra, e che una tiratura di 2-3.000 copie che negli USA viene considerata di nicchia per un editore italiano sarebbe considerata un successo (nel settore fotografico). C’è anche da dire che ora la diffusione dell’editoria digitale permette anche in questo settore il fai da te, tuttavia il rapporto con un editore rimane a nostro avviso, quando possibile, un grandissimo arricchimento per un fotografo. Torniamo al blog di Rob Haggart: questa è stata la risposta, lunga e articolata, di Joanna Hurley:
“E’ interessante che in questa era digitale i fotografi vogliano stampare un libro con il proprio lavoro. Pensano che un libro gli darà credibilità come artisti, ed aprirà loro una prospettiva di opportunità e riconoscimenti con musei, galleristi e pubblico. Questo desiderio di riconoscimento ed approvazione non è nuovo; quello che mi sembra nuovo, guardando da una prospettiva di 35 anni di lavoro nell’editoria, è che il desiderio spesso sorpassa la prospettiva ed il senso di dove uno realmente sia arrivato nella propria carriera di artista: in altre parole chiediamoci a che punto è la nostra ricerca e se siamo veramente pronti per un libro. Mentre pubblicare un libro al momento e nel modo giusto può farci fare il salto di qualità o rivitalizzare una carriera, se lo fa troppo presto o nel momento sbagliato, e senza un team creativo dietro di sè (come quello di una casa editrice), può sembrare un atto di vanità perchè non c’è nessuno che ha rivisto il lavoro oppure aiutato a dare una forma narrativa coerente alla sua presentazione. In questo nostro tempo di gratificazioni immediate e comunicazione istantanea, è naturale che le persone pensino che anche il riconoscimento del loro talento debba essere accellerato, e questo può portare all’idea che i loro progetti siano pronti prima di esserlo realmente. Il preciparsi verso il mercato – o la stampa di un libro – può essere dannosa nello svilupparsi della voce di una artista, della sua ricerca, e lo può addiritttura distrarre da lavoro in sè. Ma è altrettanto vero che la facilità di comunicare e le possibilità di condivisione del proprio lavoro possono incentivare un confronto che alla fine lo può rafforzare ed approfondire. Alla fine tutto si riduce al senso della misura dell’artista… penso che la consapevolezza e la messa in prospettiva del proprio lavoro facciano parte delle qualità che distinguono un vero artista. Ricordo una citazione di Georgia O’Keefe che parlando del suo dipingere fiori diceva: per vedere un fiore ci vuole tempo, come per farsi un amico ci vuole tempo. I fotografi pensano ai libri in modo molto diverso dagli editori. La maggior parte dei fotografi con cui ho parlato non sembrano rendersi conto delle condizioni in cui gli editori operano; vedono la questione solo dal loro punto di vista, cioè di volere un libro e pensare che loro (ed il mondo intero) siano pronti per questo. Non pensano che pubblicare sia una attività economica, e che per questo gli editori siano alla continua ricerca di cioò che può vendersi. Per un grosso editore questo vuol dire generalmente una retrospettiva di un grande artista, oppure un libro su un argomento ben conosciuto e che possa interessare a lungo. Gli editori più grandi operano sostanzialmente come delle multinazionali (che poi è quello che per la maggior parte sono) e così hanno una stratificazione di burocrazia. E’ molto difficile per un redattore o persino per una casa editrice che fa parte di un grosso gruppo avere il permesso di rischiare su un fotografo sconosciuto, oppure su un progetto insolito, per un semplice motivo: le vendite. Mentre uno di questi grossi editori ha bisogno di vendere più di 7.500 o 10.000 copie, un piccolo editore è contentissimo di vendere 2.000 o 3.000 copie, e la decisione è presa spesso da una sola persona. Ci sono grosse differenze rispetto a come viene gestito il settore editoriale, rispetto a quando io ho iniziato. Adesso sono le piccole case editrici che possono essere più agili e rischiare su un lavoro di un talento che sembri interessante. I redattori e gli editori di queste piccole case editrici sostanzialmente agiscono come curatori di una galleria. I loro acquirenti sono sostanzialmente collezionisti dei libri che pubblicano e si fidano così tanto del loro gusto che questi editori possono promuovere una carriera artistica semplicemente decidendo di pubblicarli, così come il curatore di una galleria può catapultare qualcuno sulla scena artistica semplicemente decidendo di esporlo in una mostra.” (dal blog di Rob Haggart, Aphotoeditor)
In questi giorni c’ è un forte dibattito su un plug in per Photoshop mostrato da Adobe al Max 2011 che permetterebbe di restaurare foto mosse (De-Blur filter). Si tratta della presentazione di una anteprima di un lavoro in corso d’ opera che, va precisato, non è sicuro che abbia una ricaduta commerciale, cioè se sarà reso disponibile al pubblico. All’ inizio erano circolati su you tube filmati registrati dalla platea, ora Adobe ha postato un video ufficiale . Gli scettici non mettono tanto in dubbio la capacità del filtro, quanto le immagine di partenza utilizzate per la dimostrazione.
L’ applicazione dei principi della “deconvoluzione*” (deconvolution) alle immagini non è nuova; in campo medico e scientifico sono stati sviluppati diversi algoritmi che permettono ad esempio di migliorare un’ immagine di un microscopio a fluorescenza, di una tomografia, di una immagine satellitare o di un radio telescopio; questi algoritmi funzionano a patto che si conosca l’ errore generato dallo strumento stesso. Anche in campo militare e di sorveglianza questa tecnica trova diverse applicazioni. Se non si conoscono i parametri di errore, come nel caso di una foto mossa per il movimento casuale della fotocamera o del soggetto, si parla di ” blind deconvolution”, dove si tentano di eliminare le informazioni non necessarie (l’ effetto mosso) attraverso “calcoli probabilistici”. In particolare già nel 2008 da parte di Qi Shan, Jiaya Jia and Aseem Agarwala era stato sviluppato un algoritmo che permetteva di restaurare foto non nitide.

Presentazione del nuovo algoritmo da parte di Qi Shan, Jiaya Jia, and Aseem Agarwala al SIGGRAPH 2008
Tornando quindi alla dimostrazione di Adobe, gli scettici si chiedono se il filtro fosse stato applicato ad una fotografia mossa oppure il punto di partenza fosse stato una foto corretta e “pasticciata” successivamente con artifici che il plug in ha poi riconosciuto e neutralizzato. Molti hanno lamentato che non sia stata utilizzata una foto del pubblico per la dimostrazione, ma questo è normale: non trattandosi di una tecnica definitiva e messa in commercio, è stata utilizzata una fotografia utilizzata per le sperimentazioni, il suo utilizzo su foto della vita reale sarà un passo successivo se gli Adobe Labs continueranno in questa ricerca. La differenza è sostanziale perchè come visto la deconvoluzione di immagini con errori casuali è molto più complessa. Allo stato attuale non credo che esistano software capaci di ricostruire immagini completamente impastate, in stile “CSI”, Las Vegas o New york o altro… Altri ancora si chiedono se il motivo di questa uscita di Adobe che qualcuno reputa forse un po’ frettolosa , non sia dovuta alla messa in vendita, a breve della fotocamera “multifuoco” della Lytro (questa è una piccola sorprendente galleria di immagini realizzata con questa camera).
Un secondo punto dibattuto è se c’è la necessità di un filtro di questo tipo, considerando che i sensori sono sempre meno avidi di luce e permettono quindi di lavorare con tempi più brevi. Inoltre ormai anche su fotocamere consumer sono previsti stabilizzatori ottici che permettono di guadagnare parecchi stop in termini di velocità di otturazione. In ogni caso, e questo è il mio parere personale, non sono contrario o prevenuto rispetto a questo lavoro di Adobe; anche fra i professionisti, c’ è sempre qualche immagine da salvare per “portare a casa la pelle” tuttavia quello che spero è che tutto questo non si traduca in esagerati aumenti di costo della prossima suite. Anche un pubblico più vasto potrebbe beneficiare di questo plug in se sarà inserito in Photoshop Elements, dai costi molto più contenuti.
* In maniera molto ma molto semplificata, giusto per rendere conto del termine che si trova nei motori di ricerca, la convoluzione è quando due o più segnali si sommano generandone uno nuovo, la deconvoluzione è la separazione di questi, attraverso un filtro, ritornando alle componenti originarie. E’ un termine utilizzato originariamente in astronomia, ma diventato di uso comune in tutte le applicazioni di scientific imaging in cui si vuole scorporare il disturbo o altre componenti non volute da un’ immagine. Il prof. Patrizio Campisi del dipartimento di Elettronica applicata della facoltà di ingegneria di Roma 3, ha scritto un libro sull’ argomento:Patrizio Campisi, Karen Egiazarian: Blind Image Deconvolution, CRC press, New York 2007; inoltre in rete si trovano diversi documenti sull’ argomento; può essere utile sfogliarne alcuni anche solo per vedere le ricostruzioni delle immagini che questi software sono in grado di fare.
Può la fotografia migliorare la vita di un quartiere e dei suoi abitanti ?
Lo crede fermamente Antonio Presti fondatore e instancabile animatore della Fondazione Antonio Presti – Fiumara d’ Arte – che a Librino, quartiere satellite alla periferia di Catania da dieci anni coltiva l’ utopia di renderlo più vivibile attraverso l’arte e la bellezza.
“(Antonio Presti) Ha proposto un progetto a tappe che ha preso le mosse dalla poesia per farsi racconto e poi immagine, scultura. Per i circa 10.000 ragazzi che nel quartiere frequentano le scuole dell’obbligo – di istituti superiori non ce ne sono – da dieci anni promuove e organizza incontri e iniziative con poeti e con scrittori di fama internazionale, e, adesso, con scultori e videoartisti. Per i più giovani l’incontro con la forza della parola e con la fascinazione delle opere scultoree è stata una scoperta rivoluzionaria, un chiavistello magico capace di cambiare il loro modo di vedere il mondo, un impatto dirompente in un quartiere dove non c’è un cinema, un teatro, un luogo pubblico d’incontro, una palestra.”
Nel cuore di Librino nascerà ora il Museo Internazionale dell’Immagine-Terzocchio Meridiani di Luce, frutto di un lavoro durato due anni in cui il fotografo iraniano Reza (fotografo per “National Geographic”, con oltre, fra le altre cose, 40 copertine al suo attivo, fra cui la celebre adolescente afghana dagli occhi verdi), assistito da a 6 fotografi “tutor” Francesco Butera, Claudio Floresta, Fabrizio Frixa, Luca Guarneri, Monica Laurentini e Lidia Tropea e con il coinvolgimento di 40 fotografi siciliani, ha lavorato ad un workshop durato 2 anni. In questo periodo la squadra ha incontrato oltre 100 alunni delle scuole Campanella Sturzo, Mangano, Dusmet, Cannizzaro e San Giorgio impegnandoli con incontri, lezioni a cielo aperto e pratica fotografica. E’ stato chiesto loro di fotografare 300 persone, fra parenti, amici, vicini di casa, creando un archivio enorme di volti e personalità del loro quartiere. “Incontrare questi ragazzi – sostiene Reza – è stato veramente emozionante. Ho visto i loro progressi, ho guardato la luce dei loro occhi, ho ascoltato i loro sogni, li ho accompagnati in un viaggio bellissimo fatto di arte, di immagini, di realtà quotidiane impresse per sempre sulla memoria delle loro macchine fotografiche e nei loro cuori. Ho lavorato con i bambini di molti Paesi del mondo, ma devo ammettere che l’impegno e l’entusiasmo dei ragazzi di Librino è stato veramente straordinario”.
La particolarità di tutto questo è che si tratta di un museo a cielo aperto: ” L’idea di Presti è quella di un museo mutante nel tempo, un museo che proponga nuove opere, e quindi nuovi volti, ogni due tre anni, un museo che usi i linguaggi della fotografia per fissare, in luoghi di fruizione collettiva, la spiritualità di ognuno degli abitanti di Librino. Tutto il progetto, in ogni suo stadio, è costruito sulla condivisione e il museo all’aperto sarà l’espressione, e il prodotto di una fitta rete di relazioni tra gli artisti e gli abitanti di Librino. Per raggiungere questo obiettivo la Fondazione Fiumara d’Arte si è mossa a partire dalle scuole dove, da dieci anni ormai, promuove iniziative sociali e culturali di grande respiro. E da lì, Presti ha coinvolto numerosi condomini del quartiere con ognuno dei quali, dopo un lungo confronto, ha stipulato una convenzione che autorizza l’utilizzo di una facciata cieca del palazzo come spazio espositivo”.
Sono 100 i condomini che si sono detti disponibili a questa impresa. 100 palazzi tra cui, ogni anno, saranno individuate le 10 facciate, “le porte della luce” su cui installare fotografie o da utilizzare come schermi dove, nella notte, proiettare le immagini colte dai 40 fotografi coinvolti e dallo stesso Reza; immagini che manifestano la bellezza spirituale delle persone, i loro volti, le loro espressioni, il loro sorriso. Le foto realizzate dai ragazzi saranno invece visibili l’ anno prossimo in un’ istallazione che si realizzerà a Piazza dell’ Elefante, sempre nel quartiere Librino.
Dal 17 al 21 ottobre 2011, nella sede della scuola Campanella Sturzo di viale Bummacaro 8, si terrà l’ultimo workshop con Reza Deghati. “Con la conclusione del workshop la Fondazione Fiumara d’Arte e Fondazione Telecom annunciano la fine di un percorso e l’inizio di un altro, quello tecnico e di editing, indispensabile per la creazione del Museo Internazionale dell’Immagine-Terzocchio Meridiani di Luce, grande museo fotografico a cielo aperto, un archivio civile, antropologico e artistico che mostrerà i visi, gli sguardi, l’anima di oltre 30.000 persone di Librino, di Catania e dell’intera provincia etnea”.
La conferenza stampa si terrà martedì 18 ottobre 2011 alle 10,30, nella sede del consiglio di quartiere, IX Municipalità, Stradale San Giorgio 27.Saranno presenti Antonio Presti, presidente della Fondazione Fiumara d’Arte, Fabio Di Spirito, Segretario Generale Fondazione Telecom, Reza Deghati, il giornalista Marco Pinna del National Geographic Italia, il presidente di quartiere Loredana Gioia, il preside dell’istituto comprensivo Campanella Sturzo, Lino Secchi, i fotografi e i ragazzi che hanno seguito i workshop.
Per approfondire:
una bella intervista realizzata da Giuseppe Cocco a Reza Deghati
Segnaliamo un avvenimento che in questi giorni sta facendo molto discutere negli Stati Uniti. Il famoso cantautore Bob Dylan (proprio lui) sta esponendo in uno dei luoghi più prestigiosi di New York, su Madison Avenue, una serie di dipinti, “The Asia Series” (presso la Gagosian Gallery dal 20 settembre al 22 ottobre). La presentazione ci dice che sono una riflessione visiva sui suoi viaggi in Giappone, Cina, Vietnam e Corea … peccato che, come già molti bloggers hanno rilevato (citiamo il divertente death+taxes e il bellissimo AphotoEditor ) le foto siano delle citazioni letterali di fotografie, alcune tra l’altro di autori del calibro di H. Cartier-Bresson oppure Dimitri Kessel. In pratica è stata dipinta una foto, probabilmente stampata sulla tela stessa. Ovviamente l’utilizzo della fotografia da parte dei fotografi risale alle origini stesse della sua invenzione. Quello che ha stupito è forse la maniera, secondo me un pò sfrontata, della appropriazione di foto altrui, anche se è vero che viviamo nell’epoca del “copia e incolla”. Questo ci permette di avanzare alcune considerazioni:
perchè la pittura usa la foto, il suo lavoro di interpretazione visiva (l’inquadratura, la prospettiva, il “momentum”), e di approfondimento della realtà (proprio della grande foto di reportage) e non la cita neanche ? se ne vergogna forse ?
è possibile che la pittura (con il suo rapporto mente-mano) continui ad essere comunque considerata superiore all’attività “meccanica” della fotografia (dove c’è comunque l’intermediazione di un apparato tecnico), e pensi di nobilitarla rendendola unica ? il colpo di pennello di Bob Dylan è unico, mentre la foto di Cartier bresson è riproducibile all’infinito …
cosa facciamo, ci mettiamo a dipingere sopra le nostre stampe fotografiche ? però non ci chiamiamo Dylan ….
“New York 2010” – foto di Pedro Meyer
Desidero presentare la traduzione integrale un articolo di Pedro Meyer, fondatore e direttore di Zone Zero: “Are too many people taking photographs ?” dove l’Autore con molta pacatezza riflette su uno dei temi più controversi dell’ era digitale. In particolare ho apprezzato la sua visione positiva sulla diffusione massiccia e non sempre pienamente consapevole della fotografia. Pedro Meyer ritiene, secondo me a ragione, che ormai la fotografia di massa è qualcosa con cui tutti dobbiamo confrontarci. Diciamola tutta, noi fotografi abbiamo da qualche anno il dente avvelenato verso questa invasione di fotografie prodotte da non professionisti e che ormai condizionano il mercato dell’ immagine e hanno cambiato la vita di tanti operatori dell’ immagine. Ai tempi d’oro della fotografia professionale, anni 60-70 e parte degli anni 80, c’era una corsa verso il miglioramento della professione e si era creato un circolo virtuoso dove ciascuno cercava fare meglio del proprio collega e le Aziende facevano a gara nel comunicare attraverso la fotografia. Poi, dopo un lento e inesorabile il declino, l’ obbiettivo è diventato unicamente il costo; il digitale ha poi suggellato il tutto e ormai il confronto nel valutare una fotografia è unicamente il suo costo. L’ impressione è che ci si sia assuefatti ad una generale mancanza di qualità e quindi non si capisca il motivo per pagare un professionista quando si può trovare la stessa foto, (si va bene, non proprio la stessa !), a costi di gran lunga inferiori. E’ come quando ci si abitua a pasteggiare con vino scadente ed alla fine non si apprezza più il gusto di una buona etichetta. Lungi dal piangermi addosso e dal maledire il digitale, che peraltro ha semplificato e migliorato tanto il nostro lavoro, ho ritenuto interessante proporre questo editoriale di Pedro Mayer che qui ho tradotto in italiano. In particolare sono stato colpito da una sua riflessione sulla fotografia. Pedro Meyer si chiede se forse la fotografia sia diventata oggi un commodity; un semilavorato, aggiungo io, su cui si innestano altri processi, a cura del fotoritoccatore, del fotolito, dell’ editore, dell’ art director. La fotografia dunque perde forse qualsiasi peculiarità dovuta all’ autore e la sua discriminante è solo il prezzo? Bisogna spiegare a questo punto il significato di questo termine tecnico del mondo finanziario, non traducibile in italiano.
Commodity è un termine inglese che indica un bene per cui c’è domanda ma che è offerto senza differenze qualitative sul mercato ed è fungibile, cioè il prodotto è lo stesso indipendentemente da chi lo produce, come per esempio il petrolio o il latte. Entrato oramai nel gergo commerciale ed economico per la mancanza di un equivalente italiano, deriva dal francese commodité, col significato di ottenibile comodamente,pratico. Una commodity deve essere facilmente stoccabile e conservabile nel tempo, cioè non perdere le caratteristiche originarie. (da wikipedia)
Pedro Mayer è tra i più riconosciuti rappresentanti della fotografia contemporanea. Ha prodotto centinaia di mostre e pubblicato tanti lavori ma soprattutto è un instancabile divulgatore. E’ il fondatore e direttore del sito di fotografia Zone Zero che fra le altre cose ospita il lavoro di oltre un migliaio di fotografi ed è visitato mensilmente da oltre 200.000 persone. Invito tutti a visitarlo per avere una panoramica della fotografia contemporanea. Pubblica editoriali in inglese e spagnolo.
Ecco quindi la mia traduzione del suo editoriale pubblicato a Novembre 2010 sul sito Zone zero
Are too many People taking photographs ? di Pedro Meyer / Zone Zero
“Mi è stato chiesto molte volte cosa penso del fatto che al giorno d’ oggi quasi tutti scattano fotografie. La domanda naturalmente è retorica. Suggerisce che la fotografia sia diventata così comune, banale, quasi da trasformarsi in una “commodity*” (una materia prima senza nessuna differenza da chi l’ abbia prodotta come il petrolio, il rame o un qualsiasi semilavorato industriale ndt) allontanandosi dalla sua aurea di raffinatezza e unicità e/o dal merito di essere vista come una forma di arte; dopo tutto la maggior parte della gente fa fotografie che sono piuttosto brutte. Da sempre la mia risposta è stata la stessa. Sono più che contento del fatto che così tanta più gente faccia fotografie in rapporto a, diciamo, giusto una decina di anni fa. Lasciatemi spiegare: Se ci fosse questo genere di dibattito nel mondo della scrittura, probabilmente nessuno obbietterebbe che una nazione faccia tutti gli sforzi necessari per raggiungere una completa alfabetizzazione. E in verità, in tutto il mondo c’ è una forte consapevolezza di quanto sia importante l’ istruzione, quanto meno nella lingua dominante della nazione in questione. Nessuno nelle proprie facoltà mentali si aspetterebbe che qualcuno passi dal non saper leggere e scrivere al diventare un poeta laureato. Tuttavia, in qualche modo le aspettative che sono state sostenute per la fotografia sono di questo tipo. Ci aspettiamo che fotografie riprese da persone che fino a ieri non avevano neanche una macchina fotografica, vengano fuori con buone immagini e se questo non succede, allora ne siamo delusi.
Cerchiamo di approfondire questo concetto: Essere analfabeta da un punto di vista visuale è l’ equivalente di non saper leggere e scrivere. Tuttavia mentre le macchine fotografiche sono diventate più diffuse, il prezzo dell’ attrezzatura è calato in maniera considerevole e il costo di uno scatto è ormai vicino allo zero, il numero delle fotografie è cresciuto esponenzialmente. In altre parole sempre più persone, analfabete dal punto di vista della cultura fotografica, fanno fotografie, perchè lo possono fare, non perchè hanno acquisito una propria cultura visiva prima di fare le loro foto. Aggiungi a questo che tutte le nuove tecnologie che abbiamo disponibili oggi, hanno creato delle fotocamere che sono così “intelligenti” che prendono la maggior parte delle decisioni al posto del fotografo per quanto riguarda l’ esposizione e qualche volta anche l’ inquadratura, permettendo al nostro nuovo fotografo di ottenere risultati che premiano lo sforzo di spingere il bottone di scatto. E’ quasi l’ equivalente di qualcuno che che parla al microfono e il computer traducendo il suono della voce lo trasforma in un testo scritto. Non diremmo in questo caso che la persona ha imparato a scrivere. Ebbene lo stesso accade quando una fotocamera riprende una foto che è accettabile benché chi sta dietro l’ obbiettivo non abbia la benché minima idea di cosa sia la fotografia. Così è successo che i costi per accedere alla fotografia si siano così abbassati che la stessa sia diventata un processo molto più democratico. Inoltre la tecnologia ha permesso a chiunque di ottenere un qualche tipo di risultato interessante. Questo suggerirebbe che benché le foto siano prodotte, non siano proprio il risultato di una decisione spontanea, come quando sei consapevole di quello che stai facendo. Così come le fotocamere di sicurezza registrano le immagini ma noi non definiamo questi risultati come realizzazioni di un fotografo. Detto questo, ci dobbiamo chiedere quanto queste riflessioni siano valide. Dopo tutto come si può dire che qualcuno non sappia ciò che sta facendo ? Magari quello che sta succedendo oggi deve essere visto sotto una luce completamente differente ( senza gioco di parole).
Consideriamo ad esempio come il fatto che ogni adolescente spedisca fotografie delle sue esperienze a tutti i suoi amici andrebbe annoverato certamente tra le forme di espressione autobiografica, benché priva della consapevolezza proria del processo creativo. Infatti io credo che quest’ ondata di immagini ha lasciato la comunità intellettuale faccia a faccia con nuove sfide per capire e vedere la fotografia sotto una nuava luce. Certamente il concetto di “brutta fotografia ” si sta diffondendo come concetto con cui confrontarsi. Una “brutta fotografia” ha affrancato una “bella fotografia” dal diventare qualcos’altro? Per come la vedo io, con così tanti milioni di persone che hanno provato a produrre immagini, la loro curiosità per fare qualcosa di diverso e nuovo rispetto ai loro risultati precedenti, condurrà probabilmente verso una nuova era di alfabetizzazione visuale e di padronanza tecnica e lascerà il mondo dei curatori (di fotografia ndt) a grattarsi il capo pensando a dove condurrà tutto ciò. Come può chiunque si occupi di fotografia nel XXI secolo, tacciare come insignificante la massa di fotografi che si sono creati ? La testimonianza globale che si è prodotta in tutto il mondo e che riguarda così tanto la nostra vita quotidiana in questo periodo, diventerà sicuramente una sorgente fondamentale di informazioni per le prossime generazioni. Se questo fosse il suo unico merito, da solo darebbe importanza a tutto quello che è stato fotografato. Questo apre il campo alla fotografia nel regno dell’ educazione e dell’ editoria, in modalità che probabilmente esploderanno nei prossimi anni. Il costo di ingresso per partecipare al mondo della creatività è sceso così tanto che possiamo veramente dire che se vuoi fare un film, registrare un disco, fare foto, pubblicare un libro e così via, il costo non va sicuramente oltre le tue possibilità economiche. E’ finalmente possibile concentrarsi sulla parte più significativa dell’ atto creativo e questo significa che se hai qualcosa di importante da condividere lo puoi fare. E se non sai che dire, non ti preoccupare, allora almeno divertiti nel fare quello che colpisce la tua fantasia. Quello che conta è anche contribuire in qualche misura a fare stare bene quelli che ti circondano; dopo tutto la felicità è contagiosa e chi sa, magari senza che tu lo sappia stai cambiando la faccia della fotografia per sempre.
Sono personalmente molto gratificato nel vedere così tanta gente nel mondo occupata in attività creative, che potevamo a malapena credere possibili non molto tempo fa.”
Pedro Meyer
Coyoacàn, Mexico City Novembre 2010
Dan Margulis tornerà in Italia a Ottobre per due corsi. Il primo, aperto a tutti, è la sua famosa classe pratica di correzione del colore Applied Color Theory in Photoshop. Il secondo è Advanced Applied Color Theory ed è, come si intuisce, la versione avanzata della sua classe base a cui può accedere solo chi abbia già frequentato la classe “base”. Merita attenzione il fatto che questi saranno probabilmente le ultime due occasioni per incontrare Dan Margulis in Italia perchè da tempo si vocifera del suo ritiro dall’ insegnamento.
Chi è Dan Margulis? Semplificando si potrebbe dire che è ritenuto da molti il più grosso esperto di correzione del colore in Photoshop. Ma al di là di questo, è interessante leggere la sua storia fin da quando alcune decine di anni fa decise di lasciare la sua avviata azienda di prestampa per dedicarsi all’insegnamento. Da allora tiene regolarmente corsi sulla correzione colore in tutto il mondo. La sua divulgazione è iniziata su una rubrica, Makeready, della rivista ” Computer Artist”, dove dal 1993 al 2006 ha pubblicato una serie di articoli sui temi più svariati, alcuni dei quali tradotti e pubblicati da Alessandro Bernardi, che è stato allievo in tutte le edizioni delle sue classi americane.
Traendo spunto dagli articoli della sua rubrica, Margulis ha in seguito pubblicato due libri che sono diventati un riferimento per chiunque si occupi di manipolazione dell’immagine digitale: fotografi, operatori di prestampa e tipografi.
“Photoshop Lab Color”, 366 pagine tutte dedicate allo spazio colore “Lab” ed al suo utilizzo nel “Real World” (è un termine molto utilizzato in questo settore per indicare applicazioni pratiche del Photoshop e non il suo utilizzo fine a se stesso, si potrebbe tradurre “nella vita di ogni giorno”)
Professional Photoshop: The Classic Guide to Color Correction , giunto alla 5 edizione. Non è un manuale su Photoshop, ma parla di correzione del colore utilizzando Photoshop come strumento: la differenza è sostanziale.
Dan Margulis è in continuo contatto con i suoi lettori e studenti attraverso una mailing list, ColorTheory, dove riceve un feedback costante e aggiornato di tutte le sue tecniche, che continua a migliorare tramite una incessante sperimentazione.
Insomma, un approccio diverso e “open-minded” che pone l’immagine stessa al centro dell’attenzione e che costringe a cambiare il proprio punto di vista e non solo. “Cambia il tuo modo di usare Photoshop: THINK BEFORE YOU PHOTOSHOP”, recita infatti la filosofia di PS SCHOOL , creata da Alessandro Bernardi che ha avuto, fra le altre cose, il merito di aver portato già dal 2009 Dan Margulis in Italia. Posso testimoniare che partecipare ad una sua classe cambia veramente il modo di lavorare; capire la differenza fra la percezione dell’ occhio umano e la risposta del sensore, ed in seguito il risultato su carta, è di fondamentale importanza, prima ancora di conoscere le tecniche di Photoshop. Quindi questi due aspetti- visualizzazione della scena e “quantificazione” dell’ output (Color correction By the Numbers)- possono aiutare a prevedere il risultato finale, cosa peraltro già teorizzata e messa in pratica da Ansel Adams (1902-1984), e dal “Sistema Zonale” nelle stampe (carta chimica) B/N.
Quello che insegna Dan Margulis è abituarsi a sperimentare, dare diverse “interpretazioni” di una stessa immagine, analizzare una foto e definire una strategia di correzione. Lui stesso, benchè le varie edizioni dei suoi manuali siano ancora valide, perfeziona di anno in anno le sue tecniche con uno scambio continuo, sia con i suoi allievi, ai quali spesso riconosce gli ottimi spunti di lavoro offerti e sia, come già detto, attraverso il suo gruppo di discussione. E’ un infaticabile perfezionista e un ottimo divulgatore, strenuo sostenitore della tesi che solo attraverso uno scambio di idee ci possa essere una vera crescita professionale.
Ricordi /1

un esempio del fotoritocco eseguito dai volontari del Project Tohoku del Photo Rescue Program (All hands Volunteers)
Di cosa sono fatti i ricordi ? sicuramente (anche) di foto. A volte la scomparsa delle proprie memorie affidate ad alcune immagini può essere quasi altrettanto doloroso della perdita di beni materiali. All’estero c’è chi ha pensato a questo aspetto dei disastri naturali (dove ovviamente il termine naturale non esclude le responsabilità dell’Uomo), che forse a noi sembrerebbe secondario o addirittura fuori posto. In Italia si pensa spesso al restauro solo nei confronti delle opere d’arte… qui invece stiamo parlando di foto ricordi, cioè memorie privata degli individui e delle famiglie. Anche nel nostro territorio abbiamo registrato tanti disastri naturali in cui sicuramente sono state perse o daneggiate tantissime foto “private” (album di matrimonio, pagelline della prima comunione ecc.) ma non ci risulta che siano state lanciate iniziative di volontarito dedicate al recupero di questo materiale. Segnalo quindi con piacere questa bella iniziativa di All Hands Volunteers che sta curando il restauro digitale delle stampe fotografiche presenti nelle case danneggiate dal terremoto dell’undici marzo in Giappone. Chiunque abbia esperienza di fotoritocco può contribuire (a titolo volontario) a questa iniziativa.
Ricordi/2
Mentre l’Associazione “All Hands Volunteers” è una associazione che, come dice il nome stesso, raccoglie tutte le competenze per creare squadre di volontari in ogni settore, c’è una associazione americana (OPR) che lavora esclusivamente nel campo del volontariato fotografico. Si occupa del restauro digitale di fotografie danneggiate nei vari disastri naturali (sopratutto negli USA). Il loro claim recita ” le assicurazioni non possono ridarvi i ricordi … noi sì”. Il principio è lo stesso; una rete di fotografi e fotoritoccatori assicura il restauro digitale di stampe fotografiche danneggiate (le stampe vengono raccolte da altri volontari e scansionate sul posto). A differenza dell’Associazione precedente (All Hands…), cui abbiamo scritto senza ottenere per il momento nessuna risposta, la OPR è molto trasparente nella selezione dei volontari, mettendo a disposizione di tutti alcuni files per testare le proprie capacità di restauro prima di proporsi.
Facciamo notare un elemento che accomuna i due progetti: si tratta comunque del restauro di esemplari analogici (stampe) che, anche se danneggiati, contengono comunque ancora informazioni utilizzabili … nel caso di file digitali (per esempio contenuti in un hard disk danneggiato oppure un DVD spezzato) la stessa operazione non è possibile, il file è perso per sempre. I nostri ricordi più cari andrebbero dunque stampati (possibilmente a norma Archival) e conservati con cura … potrebbero durare più dei files digitali !
Ricordi/3
Torniamo in Italia … E’ stato appena pubblicato un nuovo libro del fotografo Tano D’Amico (Di cosa sono fatti i ricordi, tempo e luce di un fotografo di strada, Edizioni Postcart, 2011), da cui prendiamo il titolo di questo post. Il libro raccoglie una serie di articoli scritti per il settimanale “Gli altri”. A questo proposito è comparsa ua bella intervista all’Autore (“Il tempo della vita” di Manuela De Leonardis , Il Manifesto, domenica 28/08/2011). Sono stato colpito da questa frase (che non condivido ma che segna una posizione molto forte) ” Nessuno dei fotografi dice che il bianco e nero è una conquista dell’umanità, perchè la mente mette a posto l’accozzaglia di colori che vediamo affaciandoci per la stada…” Un’altra bella osservazione è quella sulle foto che mostrano il contesto e non soltanto il fatto principale, a proposito degli studenti morti a Berkley (USA) durante le rivolte studentesche del 1964: “non erano (le foto che circolavano a mezzo ciclostile NDR) come le foto di Time o Life, in cui veniva fatto vedere il morto per terra, ma non il contesto. Lì vedevamo sia i morti che i ragazzi che si mettevano le mani nei capelli.” A volte è proprio questo che rende una foto più “vera” di un’altra … come diceva Avedon: All photos are accurate. None of them is the truth (tutte le foto descrivono la realtà; nessuna di loro è la verità).
Un’ interessante tabella pubblicata da Popular Photography la scorsa estate mette a confronto 10 siti che consentono di pubblicare copie singole di libri fotografici, soluzione che è sempre più apprezzata dai fotografi sia per presentazioni che in sostituzione dei tradizionali album fotografici.
Purtroppo non è possibile fornire al momento una medesima tabella comparativa riferita alla situazione italiana, sono tante e tali le variabili in gioco che l’ esperienza, la nostra e quella degli altri, cioè il passaparola, restano tutto sommato ancora oggi uno dei modi più sicuri per scegliere il proprio service di stampa.
Si possono tuttavia evidenziare alcuni aspetti dell’ argomento da tenere presente per orientarsi.
1) Bisogna valutare innanzi tutto se quello che ci serve è effettivamente un fotolibro stampato su carta comune o potrebbe andare bene un fotolibro stampato su carta fotografica. La resa di quest’ ultimo è sicuramente superiore, ma presenta l’ inconveniente di avere le pagine incollate dorso contro dorso per simulare l’ effetto della stampa Fronte/Retro. Fino a quando non esisteranno, ma è molto improbabile che ciò accada, carte fotografiche (a sviluppo chimico) a doppia emulsione, un fotolibro stampato in questo modo sarà sempre più simile ad un album tradizionale con le pagine in cartoncino piuttosto che ad un’ edizione off-set.
2) Ormai quasi tutte le tipografie offrono servizi di stampa digitale, a costi cocorrenziali. Il tallone di Achille è però rappresentato dalla rilegatura che è rimasta una fase prettamente manuale, a meno di non dotarsi di linee automatiche o semiautomatiche molto costose e per questo prerogativa dei grossi centri stampa. Per questo motivo molti tipografi si affidano a terzi, con aumento dei costi e allungamento dei tempi di consegna.
Questo è il motivo per cui molti aziende, pur con una valida qualità di stampa, non riescono ad offrire una rilegatura a costi e tempi accettabili, rispetto ai grossi centri che centralizzano il lavoro su scala mondiale; ed è sempre questo il motivo per cui la produzione di molte tipografie che stampano in digitale è rappresentato il più delle volte da schede singole o da pieghevoli, a volte da brochures, ma raramente da libri.
3) Ecco quindi il successo di pochi centri specializzati che realizzano veri “Fotolibri”. Qui la discriminante è fra quelli che consentono di stampare un proprio progetto grafico consegnato in PDF e quelli che invece richiedono di impaginare on line il proprio lavoro.
Le due alternative, molto diverse fra loro, presentano svantaggi e vantaggi, eccoli riassunti:
4) Poter impaginare in casa e fornire un PDF per la stampa, presenta il vantaggio di poter lavorare con il proprio programma di impaginazione preferito: In Design, Page Maker o Quark xPress come software professionali ma ci sono anche programmi Open Source come fra gli altri Scribus (solo Mac OS o Linux). Inoltre spesso si reperiscono in rete dei templates per questi programmi che permettono di realizzare vari tipi impaginazioni in modo “facilitato”, a patto di non volere una personalizzazione estrema.
Tutto questo permette quindi di avere una copia lavoro sempre modificabile, oppure utilizzare il service di stampa digitale per realizzare una prima bozza e poi stampare la microedizione presso la propria tipografia di fiducia perchè magari può essere più conveniente per una tiratura superiore alle 10 copie. Inoltre possiamo realizzare, sempre col medesimo pdf una bozza a costi veramente contenuti presso il centro stampa sotto casa. Ad un costo poco superiore ad una fotocopia in bianco/nero, possiamo stampare le nostre pagine per correggere i testi o eventuali problemi di allineamento o di numerazione, inviando quindi poi al service un lavoro già revisionato. Generalmente un libro nasce da un lavoro di revisione continuo; poter risparmiare sulle prime bozze, utilizzando delle stampe laser, può essere vantaggioso.
5) Impaginare “online” utilizzando la piattaforma del service di stampa, permette di lavorare generalmente (ma non sempre) in modo più semplice su un progetto, però c’ è il grosso svantaggio che una volta mandato in stampa il lavoro, non è più modificabile; se voglio apportare anche delle piccole modifiche devo rifare completamente tutto.
6) Tutto Facile allora? Non proprio. In realtà la difficoltà maggiore è l’ inserimento dei testi la gestione del colore, e da questo punto di vista realizzare il proprio fotolibro on line forse un poco più semplice.
Mentre compilavo queste note, mi è arrivata per posta l’ offerta di Blurb che per una decina di dollari (+ spedizione e IVA da pagare Italia) permette di pubblicare un fotolibro con le nostre “instagrams” ( fotografie in formato quadrato realizzate con iPhone o iPod Touch) di 10 pagine (quindi 20 facciate).
Forse poche, ma pagando un extra si può arrivare fino a 160 pagine.
Qual’ è la conclusione di tutto questo? Il successo di tanti centri stampa si spiega forse perchè si sta iniziando a capire che benchè i tanti dispositivi digitali permettano di fotografare facilmente la realtà intorno a noi, il più delle volte queste registrazioni restano confinate in una sorta di limbo , rappresentato in modo precario dalla memoria del dispositivo o da qualche ignoto server on line.
Il nostro impegno deve quindi esssere in un certo senso “finalizzato” in qualcosa di tangibile che non è più soltanto la nostra bacheca FB / My Space / Flicker o altro ancora.
Pubblicare un libro, quindi unire immagini con il testo, che sia stampato su carta fotografica o in digi off-set, oltre a permettere una maggiore maturità e completezza nel comunicare il nostra punto di vista, consente sicuramente una maggiore longevità alle nostre stesse immagini – vedi anche “Memento” su queste stesse pagine.
Spesso si parla di ritratto fotografico come se dipendesse tutto dal fotografo… Giuliano Milani ci ricorda (su Internazionale) che in alcune circostanze è il soggetto fotografato che decide quale immagine di sè dare al mondo. L’occasione di questa riflessione è la (recente ?) ristampa (in edizione economica) del volume di Giacomo Papi, Accusare, ISBN editore. Il libro riproduce 366 foto segnaletiche di persone famose, prodotte dal 1848 al 2004… si tratta se vogliamo di un grado zero della fotografia, in quanto le possibilità e la (volontà) di usare il linguaggio fotografico per interpreare o creare è sicuramente quasi assente; l’isituzione giudiziaria o carceraria ha soltanto bisogno di una riproduzione il più fedele possibile del soggetto, a scopo riconoscimento… A questo punto è il sogggetto che si deve mettere in gioco, senza poter ricorrere ad altro che allo sguardo e/o alla (ridotta) mimica facciale… Si tratta solo di foto in bianco e nero; infattti anche dopo la’introduzione della possibilità tecnica del colore, per anni si è continuato a fotografare in bianco e nero, sicuramente perchè presentava meno variabili e meno “distrazioni” visive… tuttavia penso che ora le foto segnaletiche, almeno in Italia, siano a colori.
Un progetto che richiama un pò questo azzeramento dei parametri (anche se qui si tratta di foto a colori e quindi le variabili in gioco sono molte di più) è quello di Facity che impone delle regole ben precise ai fotografi che vogliono partecipare; L’amico Nicola Troccoli ha pubblicato parecchie foto sul sito di Facity e mi ha immortalato nella foto che vedete sopra… Tra le “regole” di Facity: foto solo a colori, posizione macchina frontale ad altezza occhi, rimozione di monili, occhiali, vestiti ecc. , sfondo bianco o chiaro, luce diffusa, taglio alla fronte per concentrarsi ancora di più sul “volto”…. ci ricorda qualcosa vero ? sembra un mauale di fotografia di ritratto preso alla rovescia, cercando di rendere il più “neutro” possibile l’approccio del fotografo … il progetto è affascinante, perchè mette in risalto il soggetto più che il fotografo… anche se devo dire in questo caso la resa tonale della pelle diventa critica, per cui si tratta di foto tecnicamente non semplissime per quanto riguarda la post-produzione. Per confronto metto sotto la stessa foto in versione bianco e nero, secondo me esce fuori meglio il soggetto …

prima della pioggia... mi dispacerebbe perdere un ricordo di questo genere, legato ad un momento ed un luogo ...
Vi ricordate il fim di Chris Nolan, Memento ? il protagonista aveva perso la memoria breve, e doveva ricorrere a continui stratagemmi per ricordare cose semplissime, per esempio la stanza d’albergo, dove aveva lasciato la macchina ecc.. mi è venuto in mente perchè ho scoperto un progetto che porta lo stesso nome, Memento, portato avanti da Michael Nelson insieme ad un gruppo di docenti e ricercatori americani. Ne parla Federico Rampini su Repubblica (vuoto di memoria) ma è difficile trovare altre notizie. La questione sollevata dal progetto è questa: la gestione temporale del web sfugge al nostro controllo; a volte non riusciamo a cancellare le informazioni che ci riguardano, a volte invece perdiamo completamente dati che ci interessavano o appartenevano. Generalmente il pericolo che viene riconosciuto al web è quello di creare un eccesso di informazione e di rendere difficile la rimozione delle stesse quando non si desidera più che siano visibili (per esempio fotografie personali). A questo proposito ci fu ad esempio nel 2009 tutta una discussione sui dati che vengono caricati su Facebook e che rimangono archiviati anche dopo la chiusura del proprio account (vedere qui). Questo progetto porta invece l’attenzione su un pericolo simmetrico: nel corso degli anni moltissime informazioni sono andate perse, senza un particolare criterio di selezione ma per i motivi più svariati, come la chiusura del sito dovuta ad un fallimento. Un esempio è stato Geocities, che nel 1997 era il quinto sito più visitato della rete ed è stato chiuso nell’ottobre 2009. Era un sito dove gli utenti potevano caricare propri contentuti per condividerli o meno con altri utenti, ed era arrivato ad avere 38 milioni di pagine prima della chiusura. (fonte: wikipedia). Mi sono commosso visitando Reocities dove è descritto il tentativo in corso di recupero dei dati di Geocities, e dove è riportata la cronaca di quei drammatici giorni di ottobre quando migliaia di utenti si accorsero che stavano perdendo i propri contenuti.
L’apparente facilità di creazione e condivisione di contenuti nasconde quindi il pericolo di perdere completamente la dimensione diacronica del web, sembriamo sempre immersi in un eterno presente e invece scopriamo a volte in maniera dolorosa che interi pezzi della nostra storia possono scomparire improvvisamente senza alcuna possibilità di controllo da parte nostra.

Anonimo - Sahara occidentale 2003-2008 ripresa con un telefono cellulare (immagine presentata dal fotografo Patrizio Esposito)
A proposito di fotografia e informazione: le nuove tecnologie liberano il gesto dalla complessità e dal peso dell'”attrezzatura”, (potremo presto viaggiare con un unico apparecchio che sostiuirà fotocamera, cinepresa, navigatore, telefono, registratore ecc,); permettono l’accesso alla rappresentazione anche da parte di chi non possiede nessuna cultura o capacità tecnologica. L’uso del cellulare ha consentito, in particolare, di rendere visibili situazioni assolutamente irrapresentabili da parte della “fotografia professionale” anche intesa, come ora, in senso molto allargato. Possiamo quindi usare queste infinite potenzialità tecnologiche per scattare foto di vacanza oppure per testimoniare dei cambiamenti delle società in trasformazione (vedi quanto è successo in Nord Africa o ancora più di recente in Siria).
Nel caso del popolo Sahrawi la scelta di fotografare con mezzi occasionali, diciamo sopratutto telefoni cellulari, non è un fatto estetico ma una questione di lotta per la sopravvivenza. Una mostra in corso a Beirut (presso il Beirut Art Center), “SAHARA OCCIDENTALE, con poche immagini” curata da un gruppo eterogeneo (Fatima Mahfoud, Yasmine Eid-Sabbagh, Patrizio Esposito, Jean Lamore, Mario Martone, Gianluca Solla) composto da scrittori, filosofi, fotografi, registi e attivisti, mostra la situazione in questo angolo di mondo (il Sahara Occidentale). La mostra si inserisce nella rassegna “Image in the aftermath” che si propone di studiare, accostando vari lavori, le immagini (la loro eccessiva quantità o al contrario la loro assenza) in quanto esse stesse conseguenza (aftermath) degli eventi ( e quindi non solo testimonianza o ricerca estetica ma prodotti). Come scrivono i curatori della mostra: “le immagini servono come strumenti di resistenza quando diventano prove di una esistenza che può altrimenti essere minacciata o negata”. Lontano dai riflettori dei media internazionali gli abitanti di questo sfortunato territorio continuano ad inviare al mondo segni della loro esistenza e della loro sofferenza. In particolare hanno creato un Archivio fotografico dove hanno dapprima conservato le foto del “nemico” (i soldati marocchini caduti) e poi le loro … Il fotografo Patrizio Esposito (tra i curatori della mostra) si è già in passato occupato della questione, segnaliamo in particolare un bel ciclo andato in onda lo scorso anno su Radio 3 (Saharawi, necessità dei volti , da cui abbiamo tratto il titolo del nostro post). Si può anche leggere l’articolo di Gianluca Solla e Riccardo Panattoni su “Alias” del 18 giugno 2011. (ricco di altre notizie sull’argomento). I due autori , che insegnano Filosfia all’Università di Verona, hanno scritto un libro (il corpo delle immagini. Per una filosofia del visibile e del sensibile – Edizioni Marietti – 2008) in cui si sono occupati, tra l’altro, del rapporto tra il popolo Saharawi e la fotografia.
I cellulari di nuova generazione, gli smartphones, hanno aperto un campo infinito di possibilità perchè, oltre ad aver migliorato l’hardware (risoluzione, qualità delle ottiche) hanno hanno consentito la nascita di tutto un mondo di apps (applications), alcune gratuite altre a pagamento, che consentono di trattare e modificare le immagini oltre che naturalmente di condividerle sui principali networks sociali…Sicuramente l’app più diffusa è hipstamatic … come recita il loro claim: la fotografia digitale non è mai sembrata così analogica … segnaliamo anche la concorrente Istagram, gratuita, che consente di ottenere risultati molto simili.
Il punto è: questa abbondanza di mezzi serve solo a migliorare immagini banali che hanno magari bisogno di essere effettate (cioè sovraccaricate di senso: viraggi, vignettature, sfuocature ecc.) per poter ragggiungere la loro efficacia, oppure realmente abbiamo a disposizione strumenti che possono essere coscientemente utilizzati da noi fotografi che in quel momento stiamo magari usando, invece del tradizionale apparecchio, uno smartphone ?
Forse pochi sanno che Getty Images (colosso nella distribuzione di immagini di Archivio: proprietaria dal 2005 tra l’altro di Istockphoto) si occupa anche di reportages realizzati in tutto il mondo da bravi e, per la maggior parte, poco conosciuti fotografi attraverso il suo sito: Reportage by Getty Images.
In realtà è difficile conoscere nuovi autori, sia perchè in Italia si pubblicano pochi reportages, sia perchè quasi sempre sui quotidiani non è citato neanche l’autore. Un modo per conoscere nuove produzioni è quello di frequentare, quando possibile, festival di fotografia dedicati al reportage, oppure visitare i siti di vendita di queste immagini. Ritorniamo quindi a Getty Reportages: sono tantissime le storie raccontate dai fotografi rappresentati; giusto per citarne alcune, si passa dai predoni di Petrolio in Nigeria (Veronique de Viguerie) al terremoto di Haiti (Marco Di Lauro), dal narcotraffico in Messico (Jerome Sessini) fino ad uno sguardo disincantato delle sfilate di moda (Benjamin Lowy). Certo, si tratta per la maggior parte di storie drammatiche ma ci sono altri archivi che coprono eventi più “leggeri”. L’apposita pagina ci spiega che i fotografi sono organizzati su 4 livelli: ci sono i “Represented photographers” che hanno, un rapporto di esclusiva con la Getty “Featured Photographers”, che sono rappresentati e distribuiti ma non hanno un rapporto di esclusiva. Ci sono poi i “Features”, i servizi, che rappresentano per così dire, delle collaborazione estemporanee con gli autori. La Getty in sostanza accetta di distribuire dei servizi particolarmente interessanti. Infine gli “emerging talents” Ecco cosa dice a questo proposito il sito: “Benvenuto nella sezione Talenti Emergenti di Reportage by Getty Images. Qui puoi vedere il lavoro di un gruppo di fotografi che riteniamo mostrino talento e grandi potenzialità. Questi fotografi sono stati selezionati dal nostro staff di Reportage. Speriamo che questa vetrina li aiuti a fare crescere il loro profilo nel mondo dell’ editoria. Benchè non li rappresentiamo attraverso Reportage, alcuni di loro sono disponibili per lavori su commissione (assignement)…” A questo punto credo che ci sia veramente poco da aggiungere, siamo di fronte ad una piattaforma, la “Reportage by Getty Images” che può offrire la possibilità di emergere a chi ne ha titolo…
Parallelamente l’altro colosso che si occupa di immagini di archivio, la Corbis, ha stretto un accordo con la piattaforma inglese “Demotix“. In breve il meccanismo è questo: Demotix è una grande piattaforma dove chiunque può mettere in mostra e tentare di vendere propri reportage, dai quattro angoli del mondo; Corbis, come Getty, può pescare in questo grande mare per scegliere gli Autori che ritiene più interessanti e promuoverlie e venderli sul proprio sito.
Quello che accomuna queste situazioni è la totale mancanza di separazione tra mondo professionale e mondo amatoriale: le piattaforme sono aperte a tutti, la competizione è leale (non sono possibili raccomandazioni o scambi di favori) … ci sono solo requisiti minimi d risoluzione e qualità delle immagini ma a parte questo quello che conta veramente è essere lì dove succede qualcosa, una buona postproduzione oltre che ovviamente la creatività e lo “sguardo” personale del Fotografo.
Per concludere segnaliamo qualche interessante festival fotografico dedicato al rèportage, in ordine inverso di distanza ….:
“Reportage Photo Festival” , si è tenuto in Australia l’ anno scorso , un po’ lontano per andarci, tuttavia vale la pena spendere qualche minuto per visitarne il sito.
Lumix festival for young photo journalism Hannover, si è tenuto nel 2009 e 2010, la prossima edizione sarà dal 12 al 17 Giugno 2012. Purtroppo non c’ è più la collaborazione della Peliti Assiociati, una casa editrice storica del fotogiornalismo in Italia; tuttavia con tanto anticipo è possibile programmare e realizzare un lavoro da mostrare l’ anno prossimo.
Il più importante è comunque senza dubbio “Visa pour l’ image” che si tiene ogn anno a Perpignan; è già disponibile il fitto calendario di mostre, incontri, proiezioni e, a margine, visure di portfoli che si terrà questa estate (27 Agosto – 16 Settembre) /vedi programma completo). Getty in questo caso è sponsor insieme ad altri della manifestazione.
Molto vicino a noi il festival in corso a Corigliano Calabro (CS), con un bel programma curato come sempre da Cosmo Laera e Gaetano Gianzi (Quest’anno ci sono molti reportages che riguardano il fenomeno delle migrazioni) …


























