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Il sogno del fotografo

by su 21/11/2011

Può il principio di indeterminazione di Heisenberg essere il pretesto per una riflessione su come il fotografo interviene, consapevolmente o meno,  sulla realtà?

foto di Zalmai, tratta dal suo progetto:" I see a dream, Afganistan's Youth"

Il principio di indeterminazione, alla base della moderna fisica quantistica, dice più o meno che “non possiamo determinare con precisione la posizione e la velocità di una particella elementare perchè la nostra osservazione modificherebbe il fenomeno che vogliamo studiare.” “Quindi la mia registrazione della realtà è incompleta e approssimata perchè nel momento stesso in cui intervengo come osservatore la modifico”. Mi interessa quindi capire i limiti di una documentazione fotografica che non potrà mai essere fedele alla realtà perchè frutto della mia interpretazione e dell’ intervento che opero su di essa; mi chiedo quindi  in che modo il fotografo può minimizzare questo suo limite. Su questo punto, possiamo essere tutti d’ accordo: una telecamera di video sorveglianza o una macchina per fototessere non operano delle scelte, registrano meccanicamente quanto avviene e quindi sono escluse dalle nostre considerazioni. Il fotografo invece,  opera delle scelte: la sua documentazione non può mai essere definita “obiettiva”. Questo è valido per tutti i generi, dallo “street photographer”, al documentarista, dal ritrattista a chi fa paesaggio. Anche le riproduzioni di opere d’ arte possono essere espressione di una propria sensibilità, vedi per tutti gli ultimi lavori di Mimmo Iodice.

Torniamo ora alla “fotografia di strada” e ai documentaristi. Lo stile e la personalità di un fotografo, al di fuori di tutti gli aspetti tecnici, sono rappresentati dal modo in cui riesce a relazionarsi al contesto dove opera, in particolare con gli “altri”. Ciascuno costruisce questo rapporto in modo diverso. Qualsiasi citazione a questo punto è per me imbarazzante. Fra i tanti, penso ai modi un po’ aggressivi di William Klein, di Leslie Krims o Arthur Tress o al comportamento più più discreto di Koudelka, Depardon.

Prendendo in prestito il titolo della grande mostra organizzata al MoMa nel 1978, “Mirrors and Windows“, il fotografo può scegliere se essere semplice spettatore, stare alla finestra e documentare la realtà, oppure filtrarla attraverso lo specchio della propria personalità. La differenza è sostanziale, ma di fatto qualunque qualunque tipo di fotografia scegliamo di fare, non sarà mai una registrazione fedele. Un mio amico in vacanza in uno degli isolotti di Capoverde, durante una passeggiata nel centro di Santa Maria iniziò a fotografare un accattone; fu “ripreso” e sgridato  da una arzilla vecchietta che in un misto di italiano e portoghese, (aveva lavorato “a servizio” a Roma) gli rimproverò di fotografare, fra le tante bellezze dell’ isola di Sal, proprio l’ unico (in quel momento) miserabile. Il mio amico ci restò male ma riflettendo successivamente su quell’ episodio, mi disse che forse la signora non aveva tutti i torti. ” È come quando entri in un centro storico e fotografi l’unica cartaccia buttata per strada, o come quando in una periferia degradata fotografi magari l’unico balcone fiorito di gerani, in entrambi i casi fotografi l’eccezione e quindi il tuo racconto è parziale. Una volta nel parco Nazionale  del Pollino vidi un agricoltore che stava intagliando dei pezzi di legno vicino alla sua casa. I colori, lo sfondo del muro, il legno, tutto era perfetto per un ritratto, gli chiesi il permesso, ma lui si schermì dicendomi che era appena tornato dai campi ed era tutto in disordine; poteva però andare a cambiarsi e avrei potuto ritrarlo. In quello stesso momento però avevo già stravolto la realtà; tutto era già cambiato, non c’era e non poteva più esserci quello che mi interessava. La presenza del fotografo non sempre è accettata e può decidere se realizzare un ritratto con uno scambio di battute; ci sono resoconti di fotografi che hanno scelto in molte situazioni di non fotografare per non surriscaldare gli animi, perchè consapevoli che la loro macchina fotografica avrebbe esasperato lo scontro di piazza e  fatto degenerare gli eventi. In altri casi il fotografo diventa parte della realtà e riesce a lavorare dall’ ” interno”, rendendo possibile una documentazione e una memoria che altrimenti andrebbero perdute per sempre. Dice James Natchway:


«Le realtà che affronto mi consentono di fotografare persone in atteggiamenti che non potrei mai cogliere al di fuori di quella situazione.
«Le persone si sentono vittime e capiscono che il mio lavoro rende partecipe qualcun altro dell’ingiustizia che loro stanno vivendo, e mi accettano come uno di loro. Ho sempre cercato di affrontare i vari punti di vista. In Cecenia, in Afghanistan, in Palestina, in Kosovo, in Sudan, in Brasile, in Iraq, come anche in America, ho sempre fotografato entrambe le parti in causa, per una migliore e doverosa comprensione della situazione in cui esplodevano questi contrasti».(fonte: intervista di Giuliano Ferrari, Fotographia online )

foto di Don Mc Cullin

Altre volte il legame che lega il soggetto al fotografo diventa così forte che supera quella certa distanza che secondo me deve sempre esistere per non coinvolgere emotivamente il fotografo. Donal (Don) Mc Cullin raccontò che durante l’ epidemia di Colera in Bangladesh, fotografò un uomo che aveva appena perso la moglie: reagì alle sue grida disperate e strazianti, offrendogli un po’ di denaro per poter sopravvivere con i suoi 5 figli. Per molti anni continuò a vergognarsi per quel gesto. Vedi  a questo proposito la bella intervista rilasciata a Frank Horvat. Don Mc Cullin ha smesso ormai di fotografare guerre perchè non crede “(al contrario ad esempio di James Nachtwey) che un fotografo possa contribuire a rendere consapevole e attenta la società attraverso i suoi reportage di guerra; secondo il suo punto di vista infatti il fotografo sfrutta il dolore degli altri, manipolandolo, ed è egli stesso è a sua volta manipolato dai giornali committenti.”

E’ emblematico il caso del fotografo afgano Zalmai, che ha scelto di documentare la vita a Kabul con un telefonino: “ A Kabul è molto di moda fotografare qualsiasi cosa con un cellulare. Volevo annullare la mia identità professionale, rendermi invisibile, passare dall’ altra parte, confondermi con la gente. Nella mia testa questo reportage si è imposto già con un titolo: “ vedo un sogno” (Servizio di Chiara Mariani, photo Editor di Sette, sul  numero 20 del 19 Maggio 2011). Si può scaricare il PDF di questo progetto, titolo originale: “I see a Dream: Afganistan’s Youth” dal sito “Reportage by Getty Images”
 , agenzia fotogiornalistica di cui abbiamo già parlato: (“Raccontare il mondo”)

Vorrei proporre ora due esempi, molto diversi fra loro, due autori che hanno realizzato due progetti, con un approccio completamente diverso fra loro. Dario Mitidieri vinse nel1994 la prima edizione del European Publishers Award for Photography con il volume “I bambini di Bombay”. Un reportage bellissimo che invito tutti a conoscere. Mi colpì moltissimo non solo l’ umanità con cui veniva raccontata la vita dei ragazzi di strada ma anche il modo in cui il reportage era stato realizzato. La prossimità di Dario Mitidieri ai bambini e al loro mondo era tale che veniva da chiedersi come era possibile che la sua presenza passasse apparentemente inosservata. Invito a leggere la sua prefazione, ricordando che il suo fu un lavoro durato un anno. Il lavoro di Massimo Vitale invece, è singolare. Nel 1993 ha iniziato la sua famosa serie sulle spiagge montando il suo Banco ottico su un trepiede modificato a circa 3mt di altezza; sicuramente una attrezzatura che non passa inosservata, tuttavia aspettando un poco, passato lo stupore iniziale dei bagnanti, diventa invisibile, la gente si disinteressa a lui e quindi riesce a cogliere le dinamiche di una folla in costume da bagno stesa a prendere il sole. Non c’ è infatti uno solo dei suoi inconsapevoli attori che guarda in macchina.

Vorrei concludere con una citazione tratta dal blog di Fabio Ponzio, autore di bellissimi reportages, realizzati per la maggior parte in europa orientale. Il suo stile potremmo definirlo Bressoniano, poiché riesce a documentare cogliendo al volo momenti di realtà in maniera così istintiva da rendere l’ interazione fra la presenza del fotografo e la realtà quasi impercettibile (e qui mi ricollego all’ inizio di questo post):Per arrivare a realizzare una buona fotografia bisogna raggiungere un grado di concentrazione che non si ottiene in un giorno o in una settimana. Bisogna togliere dalla propria vita quotidiana tutti quegli stimoli negativi che portano ad una percezione superficiale e limitata della realtà e che ci impediscono di dare valore al tempo ed allo spazio; nel momento in cui si scatta una fotografia, nell’arco di un istante, dobbiamo decidere istintivamente come organizzare questi due elementi. Per arrivare a questo bisogna avere la profonda concezione dell’importanza del tempo. Se non si ha rispetto del tempo durante i giorni, i mesi, gli anni della propria vita, non si può comprendere come gestire quell’istante finale durante il quale si realizza la fotografia. Quell’attimo è la miracolosa conclusione di un percorso nel tempo, che porta attraverso gli anni e che deve arrivare, lucidamente, a definire lo spazio.



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3 commenti
  1. Complimenti per l’articolo ;

    è molto interessante comparare tutti questi aspetti, osservandoli.

    Da una visione d’insieme poi riuscire a sintetizzare è un ottimo fine, specialmente nell’ambito fotografico, cui immagine decontestualizzerà sempre (se non si vuole proporre un progetto ad hoc) la realtà.

    Un saluto cordiale,

    rodolfo

  2. scusa ma non capisco la necessità di capire i limiti di una documentazione fotografica che non potrà mai essere fedele alla realtà

    la fotocamera sta al fotografo come la penna sta ad un giornalista della carta stampata
    entrambi esprimono opinioni
    un resoconto fedele o meglio il piu possibile vicino alla realtà si puo ottenere osservando insieme foto scattate da fotografi “schierati” entrambi presenti

    una foto non potrà mai essere imparziale perchè anche con la migliore volontà quando scegli l’angolo di ripresa decidi di riprendere questo e non quello, la postura e l’espressione di questo e non quello… per non parlare delle sovrapposizioni inevitabili in una scena affollata: chi metti davanti e chi metti dietro?

    concludo
    anche la macchina delle fototessere non è fedele perchè il soggetto fa delle scelte prima di scattare…o meglio la macchina registra quanto deciso da chi sta sullo sgabello
    😉

    daniele nesi

  3. Ti ringrazio per l’ opportunità di chiarire la mia idea.

    Concordo pienamente, l’ imparzialità è una chimera che non ho mai cercato e che comunque non mi interessa. Mario Dondero ha raccontato una sua esperienza (vedi post: Una foto vale più di mille parole) dove racconta che durante i giorni della caduta del muro di Berlino, si accorse di un via vai di passanti che ricevevano dei marchi e delle rose da deporre sulle macerie di quello che restava del muro.
    Tutto questo a beneficio di una troupe televisiva che filmava la scena.
    Secondo me quindi la riflessione non è tanto sull’ obbiettivita di una fotografia, che non può esistere, ma su quanto si è disposti a fare o ad aspettare per realizzarla.

    Un caro saluto

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