Skip to content

Benvenuti sul nostro blog, dove si ragiona intorno alla fotografia ... trovate informazioni su di noi nella pagina \"biografie\"
Antonio e Roberto Tartaglione

Attraverso una lente

Jan van der Heyden – il nuovo municipio di Amsterdam, con deformazione “grandangolare” (Galleria degli Uffizi – Firenze) – acquistato nel 1668 da Cosimo de’ Medici… doveva essere guardato da un certo punto di vista per avere una correzione prospettica

la stessa con una correzione prospettica applicata con un vecchio Photoshop

Jan van der Heyden – il nuovo municipio di Amsterdam – (dopo il 1652)- Museo del Louvre – in questa versione l’artista non ha utilizzato la deformazione grandangolare

a proposito dell’importanza di vedere direttamente le opere: queste sono alcune riproduzioni del quadro di van Heyden (versione del Louvre) che girano in rete. Le differenze nella riproduzione del colore sono enormi … Le stesse differenze potrebbero essere osservate accostando quattro cataloghi o monografie stampate in offset…

La bella mostra (Vermeer – il secolo d’oro dell’arte olandese) in corso alle scuderie del Quirinale a Roma (fino al 20 gennaio) mi ha portato ad alcune riflessioni sull’uso dell’ottica nella trasposizioni bidimensionale della realtà, che è poi alla base del processo fotografico. Le opere, quasi tutte senza vetro, erano ben illuminate e potevano essere viste abbastanza da vicino per poterne apprezzare tutti i particolari.  Sono rimasto infatti stupito dalle piccole dimensioni della maggior parte dei dipinti … All’inizio del percorso espositivo un quadro mi ha subito incuriosito, lo vedete qui sopra in alto. Immediatamente la deformazione della cupola in alto a sinistra mi è sembrata familiare: si tratta della classica deformazione prospettica dovuta all’utilizzo di un’ottica grandangolare. L’artista, Jan van der Heyden, era anche uno scienziato ed un inventore, e sicuramente utilizzava la camera oscura e probabilmente anche delle lenti o degli specchi. In un bel catalogo del 2006, Peter C. Sutton (Jan van der Hayden – mostra organizzata dal Bruce Museum – Greenich – Connecticut – USA nel 2006) dedica un intero capitolo (prospettiva, aiuti visivi e camera oscura) all’utilizzo appunto di strumenti ottici da parte di van der Heyden per interpretare la realtà, sopratutto per poterla “comprimere” in spazi ridotti. Interessante anche notare che l’artista non era un eccezionale pittore, non riusciva a rappresentare correttamente le figure umane per le quali spesso di faceva aiutare. Inoltre utilizzava, per riprodurre velocemente i minuti particolari, una specie di “timbri” che gli permetevano di riprodurre velocemente ad esempoio i mattoncini o i particolari della vegetazione (oggi diremmo: un pennello su misura di Photoshop). Insomma era più interessato all’aspetto “geometrico” della visione che non alla riproduzione minuziosa del reale. Aveva la consapevolezza insomma di quanto la visione sia sempre un processo mediato da filtri culturali e dalla tecnologia disponibile al momento. Ovviamente  noi abbiamo adesso una sensibilità particolare per alcuni aspetti di questa “lettura” del reale.  Attraverso i vari quadri (di autori contemporanei di Vermeer) presenti in mostra ho potuto quindi apprezzare “la modernità” (lo so, un termine abusato ma mi riferisco a quanto detto prima) dell’approccio compositivo di molti dei pittori, mediante uso di inquadrature anche “tagliate” oppure la resa dell’illuminazione quasi sempre giustificata da fonti luminose “reali”(in genere finestre) presenti nel dipinto.
Ovviamente la mostra aveva come focus la figura di Vermeer, seppur presente con sole otto opere (a proposito, leggete questo post di Massimo Pulini). Sull’uso della camera oscura da parte dell’artista sono state scritte molte pagine (ad esempio Vermeer’s Camera di Philip Steadman, ad esempio a pg 158) ma ovviamente sarebbe molto limitante descrivere le sue opere come “fotografiche” come spesso si sente dire… Vermeer decide cosa mettere a fuoco e cosa no, e nonostante la perfetta resa prospettica della camera oscura il controllo dell’atmosfera del dipinto è totale, anche mediante l’uso in alcune zone di tinte quasi piatte … la visione dei suoi quadri è spesso “spiazzante”, e la piccola dimensione costringe ad un rapporto ravvicinato per apprezzarne la cura dei dettagli.. è quasi un chinarsi verso una “scatola delle meraviglie”.

Johannes Vermeer – Giovane donna in piedi al virginale (1673)

Stati di grazia

Giacomelli2

Mario Giacomelli – verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Frank Horvat: Ti voglio chiedere una cosa: c’è questa vita che scorre, e questi istanti che valgono tutti la pena di essore vissuti, e queste diecimila o ventimila foto che tu hai fatto, che sono tutte interessanti. Ma poi ce ne sono venti, o trenta, o quaranta, dove c’è qualcosa di più, la grazia. Tra tutte le foto che tu hai fatto all’ospizio c’è questa, che è stata pubblicata dappertutto…

Mario Giacomelli : Sai perchè per me è bella ? Tu vedi la vecchia, l’ospizio. Ma se tu la guardi ancora meglio, non c’è più nè vecchia nè ospizio, è come un mare bianco, come una barca su un’onda. Ma questo è venuto dopo che ho pianto dentro di me una quantità di volte, di fronte ad altre immagini. Non so se questa è più importante, per me sono tutti attimi, come il respiro, quella prima non è più importante di quello dopo, ce ne son tanti, finchè tutto si blocca e tutto finisce. Quante volte abbiamo respirato questa sera ? Nessun respiro era più bello dell’altro e tutti insieme sono la vita. – Frank Horvat, Entre vues, Nathan Image, Paris 1990. pg 104 (ora disponibile in italiano sul sito di Horvat).

Rileggendo il libro ieri ho trovato questo passaggio che mi ha colpito molto. Da sempre ammiro le foto di Giacomelli e quello che racconta del suo rapporto con il suo apparecchio (“non conosco gli apparecchi degli altri (…), so solo che devo impostare la distanza e quell’altra cosa… come si chiama quell’altra cosa ?” oppure “se potessi, farei a meno della macchina fotografica”) me lo ha fatto amare ancora di più… Forse la grazia, lo stato di grazia, è quello che tutti noi cerchiamo quando fotografiamo. Il momento in cui tecnica, occhio, soggetto, magicamente si incastrano… Ascoltate quello che dice Charles Fréger, giovane fotografo (classe 75) ed astro della fotografia contemporanea, fondatore di POC (Piece of Cake), a proposito di questa che è tra le sue foto più note..

Charles Fréger, Water-Polo 3, dalla serie serie “Water-Polo”, 2000

“Questa foto di Etienne, uno dei 12 giocatori si water-polo della serie “Water-polo” è un buon esempio di questo istante in cui ogni cosa va al suo posto. C’è il corpo bianco, lo sfondo complesso, la cuffia, che richiama la pittura fiamminga, la goccia d’acqua.” (intervista di Anne Celine Jaeger in “La Photo contemporaine par ceaux qui la font” Thames and Hudson, Paris, 2007. Per chi avesse la possibilità c’è un workshop a Marsiglia a novembre con l’artista.

Ruggine e ossa

Marion Cotillard protagonista del film

Una fotografia asciutta e moderna, quella di “Un sapore di ruggine e di ossa”, di Jaques Audiard. Il direttore di fotografia Stéphane Fontaine parla del suo lavoro in una bella intervista a AFC Cinema. Il film è stato girato con una macchina fotografica digitale, la RED Epic,  impostata sulla sensibilità di 800 ISO. Significa poter lavorare a livelli di illuminazione molto vicini a quelli cui è sensibile l’occhio umano, con un ridotto parco lampade. Come dice Fontaine, gli esterni sono stati girati solo in luce ambiente con pannelli di schiarimento di tutte le forme. Questo ha permesso agli attori ed al regista una grande libertà di movimento. Potete vedere qui un estratto in alta risoluzione con un bel dialogo tra i due protagonisti.

un bel dialogo dove si può apprezzare il grandissimo lavoro sugli attori del regista Audiard..

Quindi la ripresa digitale non per motivi di budget (sono statie testate la Canon 5D e 7D, l’Arriflex Alexa e due pellicole Kodak), ma per seguire meglio il mood della storia. Il formato RAW ora disponibile anche per le riprese cinematografiche rende possibile il controllo del colore come quando il direttore di fotografia seguiva la filtratura del negativo colore. Qui le tinte sono tutte leggermente desaturate;  mi ha colpito vedere come sono stati resi fotograficamente gli esterni principali, girati in uno dei luoghi più turistici della Francia, Antibes sulla Costa Azzurra… il trattamento fotografico rende questi luoghi assolutamente non “cartolineschi”. Un altro momento che mi ha particolarmente colpito è stata la fuga di Ali da Antibes a Strasbourg, resa in maniera splendida montando la macchina da presa su un automezzo e riprendendo in condizioni di scarsa luminostià (aurora o pioggia)… raramente ho “sentito” le riprese della strada in maniera così viscerale (da vecchio autostoppista, lo confesso)… Anche l’utilizzo del controluce e delle luci in macchina è sapientemente utilizzato per sporcare l’immagine (in maniera completamente diversa da come era stato utilizzato ad esempio in “the tree of life” di Terence Malik) e rendere la ripresa casuale. L’attenzione all’evolversi della storia diventa così totale, non ci sono concessioni “estetiche”.

In pantofole

Jon Rafman  The Nine Eyes of Google Street View – (Saatchi Gallery – Londra)

Si può girare il mondo in pantofole ? certo, lo sappiamo tutti, c’è Google ! Sta anche nascendo una nuova tipologia di reportage fotografico, che chiamerei di secondo grado, che sfrutta appunto questa potenzialità. Consiste nel (ri)fotografare le vedute di Google Street View, che gratuitamente mette a disposizioni immagini navigabili a 360° simili a quelle QTVR, ricavate unendo migliaia di riprese fornite dalle Street View Cars sparpagliate in giro per il mondo. Qui sopra potete vedere un esempio del lavoro John Rafman che è stato proprio dedicato ai “nove occhi”, cioè alle nove macchine fotografiche poste sulla torretta che riprendono contemporanemante. Queste immagini, taggate da un software che le collega sia alle coordinate GPS sia al percorso del mezzo, confluiscono nel gigantesco database di Google. Rafman stampa le sue immagini in grandissimo formato (quasi tre metri di base) su carta fine art.
Un interessante articolo di Geoff Dyer (“come Google Street View sta dando l’ispirazione alla nuova fotografia” – The Observer del 14/07/2012) (ora tradotto su Internazionale N° 965) mi ha dato lo spunto per questo post. La riflessione di Dyer inizia con il premio ricevuto dal Michael Wolf lo scorso anno al Word Press Photo e la controversia che ne è seguita. Il punto è: può definirsi reportage fotografico la selezione fatta a tavolino delle anonime seguenze fotografiche ? Come spesso accade il dibattito arriva con grande ritardo rispetto alla diffusione della pratica della rifotografia delle vedute di Goggle Street View che diventa una sorta di gigantesca e gratuita macchina fotografica puntata sul mondo. Indico qui altri due Autori che hanno adottato questa procedura, giungendo comunque a risultati completamente diversi tra di loro: Michael Wolf  (Parigi) lavora da anni in questa direzione; qui esplora ad esempio i momenti in cui le persone scoprono di essere riprese ed hanno piccoli gesti di ribellione:

Michael Wolf – dalla serie FY (Fuck You)

Questo è invece un esempio dell’opera di Doug Rickard, dove si sentono gli echi della grande tradizione americana (Evans, Frank):

Doug Rickard – A New American Picture 2011

Estetica e disperazione

foto di Ziyah Gafic.
la didascalia della foto dice: “Quest’uomo della regione di Lattak, che non mi ha voluto dire il suo nome, è scappato dal suo villaggio con sua moglie e i suoi bambini quando ha saputo di essere circondato dai carri armati. Ha avuto paura di subire la stedssa sorte degli abitanti di Homs.” (testo di Z.Gafic)

Nello scorso numero di Internationale Caujolle critica le foto di Ziyah Gafic  pubblicate sull’ultimo numero di M (magazine di LeMonde). Le foto sono quelle di un servizio sui rifugiato siriani in Turchia. Persone che sono sfuggite a violenze e massacri.  Caujolle trova le foto troppo patinate, gli ricordano un servizio di Moda… Si tratta di una questione importante: un fotografo può trattare in maniera “fashion” un argomento drammatico come quello dei rifugiati ? A me sembra che Gafic abbia sfruttato in maniera intelligente gli elementi di ambientazione di un campo profughi: la parete di un prefabbricato, un telo di plastica usato come tenda … Magari luce naturale scelta bene (a volte basta decidere la posizione rispetto ad una finestra o ad una porta ed avere in questo modo un controllo sulla luce ambiente) e poi tanta empatia con i soggetti di cui Gafic ha anche raccolto qualche frammento di testimonianza. Insomma perchè una buona luce ed uno sfondo scelto bene dovrebbero essere destinati solo agli appartenenti al monndo del fashion ? A me è piaciuto l’approccio di Gafic, ha trattato i rifugiati come soggetti da ritrarre, non appiattendoli sull’elemento della disperazione che sicuramente gli appartiene ma non esaurisce la loro personalità….

foto di Z.Gafic

foto di Z.Gafic

Fotografia e graphic novel

foto di Alain Keler, dal libro “Alain e i Rom”

Emmanuel Guibert, fumetto tratto dal libro Alain e i Rom. E’ inglobato un autoritratto di Alain Keler

Vorrei parlare di due letture parallele che mi è capitato di fare in queste settimane. Si tratta di graphic novels che utilizzano la fotografia, oltre che il segno grafico e la scrittura. E’ una forma di espressione che mi intriga molto, perchè si presta secondo me a raccontare realtà complesse unendo insieme vari registri espressivi. Nella prima lettura  (Guibert – Keler -Lemercier  Alain e i Rom, Coconino Press 2011) le fotografie di Alain Keler sono inglobate nel fumetto di Emmanuel Guibert in maniera secondo me perfetta, perchè ognuna è il controcampo dell’altra; l’illustrazione racconta quello che la fotografia in quel momento non poteva riprendere, ne allarga l’orizzonte. La fotografia invece, in mezzo ad una pagina completamente grafica, spezza di colpo l’astrazione del segno e riporta il lettore allo sguardo del fotografo testimone. Keler è affascinato dalle minoranze, ha seguito le tracce dei perseguitati in tutta l’Europa dell’Est. In questo libro presenta alcuni suoi incontri con le comunità Rom, di cui uno anche in Italia (a Lamezia Terme). Il suo stile è quello del réportage classico b/n della grande tradizione francese, da questo punto di vista non è certo un innovatore, ma la grandissima umanità che traspare dalle sue interazioni con i soggetti che fotografa lo rende un vero maestro del racconto.

foto di Caterina Sansone dal libro Palacinche

Un disegno di Alessandro Tota dal volume Palacinche

Tutt’altra atmosfera nel libro di Caterina Sansone ed Alessandro Tota – Palacinche – Fandango Edizioni 2012. Il volume racconta il viaggio compiuto da Caterina e da Alessandro, suo compagno anche nella vita, per seguire a ritroso il viaggio compiuto negli anni del dopoguerra dalla madre di Caterina, esule istriana, da Fiume (ora Rijeka in Croazia) ad Antella (FI). Essendo innamorato dell’est Europa da parecchi anni, appena ho letto l’argomento del libro mi sono precipitato a comprarlo.  Il libro è stato interessantissimo, e tra l’altro mi fa molto piacere che un artista barese (Alessandro Tota) stia lavorando bene a Parigi…Il tratto di Tota già lo conoscevo, passa dal bianco nero secco al colore pennellato in maniera completamente naturale. Le fotografia di Caterina Sansone sono sia in bianco e nero (le prime pagine di apertura) che a colori, in formato quadrato, per tutto il resto del libro. Devo dire che l’apertura in bianco e nero mi ha emozionato più delle foto a colori, che invece sono molto distaccate e frontali. Comunque un bel lavoro di entrambi. L’unico appunto: mi sembra che le due personalità artistiche non si fondano in maniera compiuta. Il fumetto di Alessandro Tota è ironico e ricco di understatement, le foto di Caterina Sansone sono molto intime e riflessive, ricordano l’insegnamento di L.Ghirri,  e secondo me non c’è una vera e propria interazione tra le due personalità.

Nostalgia

dal sito del Wall Street journal – foto di Leandra Medine (il Rachel Comey show) modificata dalla stessa con Istagram (effetto X-Pro II)

un iPhone “vestito” da Leica

Vorrei ragionare su alcune notizie che si sono rincorse nelle scorse settimane, relative al fenomeno Istagram. Alcune, anche se sembrano di carattere strettamente finanziario, riguardano il mondo della fotografia. In rapida successione: in aprile la società americana che ha creato la popolarissima “app” (gratuita) per l’iPhone è stata acquistata da Facebook per un miliardo di dollari… il 18 maggio Facebook è ufficialmente stata quotata in borsa e dovrebbe capitalizzare una cifra superiore ai 100 miliardi di dollari. Ma pochi articoli spiegano veramente perchè Istagram sia stata tanto valutato, e sopratutto perchè da un social network… l’operazione compiuta da Facebook è stata descritta in decine di articoli (questo ad esempiol Wall Street Journal spiega tutti i retroscena). Ma cosa c’è di veramente potente in questa idea ?  io la chiamerei una mimetizzazione della tecnica, che sparisce per dare a chi la usa la sensazione di essere creativo senza doversi sobbarcare  tutto il processo di apprendimento che comprenderebbe l’utilizzo di softwares o attrezzature specifiche. Istagram applica istantaneamente delle trasformazioni alle immagini (anche banali) che può capitare a tutti di scattare (magari con un telefonino); trasformazioni che richiederebbero tempi di lavorazione variabili usando programmi come Photoshop o Lightroom (per quet’ultimo programma è comunque è possibile trovare, gratis o a pagamento, tantissimi “presets”, cioè un insieme di parametri predefini che danno all’immagine un look particolare), e sopratutto richiederebbero all’utilizzatore stesso di avere un suo progetto a monte. Istagram fa questo in maniera istantanea ed in più rende possibile la condivisione sui social networks, che è l’aspetto che interessa a Facebook. Perchè condividere le foto significa anche fare entrare altri nel nostro mondo, a volte privato, e permettere una sempre maggiore precisione nella nostra “profilazione”, cioè nel nostro diventare target per comunicazioni pubblicitarie sempre più mirate. Quindi ci sono due aspetti di Istagram che hanno costituito la chiave del suo successo: uno è quello della facilità di condivisione (30 milioni di utenti e 5 milioni di foto caricate al giorno in aprile) e l’altro è quello della trasformazione delle foto stesse, in base a 17 “filtri” (fino adesso) a disposizione dell’utente, cha danno alle foto l’aspetto per esempio di una Polaroid oppure di una foto a colori anni ’60. Così come si cambia il look delle foto, si cambia anche quello dello dell’Iphone, strumento principe del nostro modo di acquisire/possedere in tempi sempre più rapidi il mondo che ci circonda. La mimetizzazione della tecnica può consistere anche – più banalmente – nel cambiarne il rivestimento (“skin”). In commercio se ne trovano di tutti i tipi. Mi sembra che ci sia una parola che può riassumere il senso delle varie operazioni: la nostalgia verso il mondo della fotografia analogica (la “vera” fotografia come dice qualcuno) … mi viene in mente una frase di un poeta che amo molto, A. Rimbaud: Il faut être absolument moderne (bisogna essere moderni in modo assoluto)…. lui si è sembre battuto (pagando anche di persona) contro ogni nostalgia ! Insomma: anche se sembra una operazione molto “attuale”, in realtà l’utilizzo di Istagram, così come di una “Skin” tipo Leica per il nostro Iphone, mi sembra contenere tanta nostalgia e tanta voglia di scegliere la via più facile! per finire una nota tutta italiana;

“Socialmatic”: la concept camera Istagram dello studio ADR

Uno studio di Design Italiano ADR ha presentato una concept camera che in pratica mette in forma fisica il logo di Istagram, dotando il logo stesso di obbiettivo, disco rigido, stampante e connessione wi-fi… ovviamente le immagini sono istantaneamente filtrate con il sofware Istagram. Lo studio ADR sta raccogliendo, sul sito Indiegogo, il finanziamento per iniziare una produzione industriale.

Un paesaggio immaginato

fotografie di Desmond Burdon (sequenza che riassume il lavoro di fotomontaggio necessario per realizzare questa ed altre immagini del paesaggio siciliano utilizzate dall'Agenzia Pubblicitaria Saatchi & Saatchi per la campagna pubblicitaria commissionata dall'Assessorato al Turismo della Regione Sicilia nel 2003) dal sito http://www.dburdon.com/

A proposito di paesaggio e fotografia. A proposito di politica, sopratutto. Una storia di quasi 10 anni fa ma di cui si è tornati a parlare. A volte il ritocco fotografico può essere una scorciatoia per adattare il paesaggio alle nostre aspettative. Il nostro paesaggio è purtroppo molto diverso dal nostro immaginario, ce ne accorgiamo specialmente quando lo fotografiamo. Infatti la fotografia ci permette di tornare sul luogo “a freddo”, senza l’emozione o il piacere magari della camminata, della compagnia piacevole o del pezzo di focaccia caldo… Rimangono le brutture, la sporcizia, gli abusi edilizi, rimane la testimonianza concreta dello scempio. Noi da qualche anno stiamo lavorando sul paesaggio di Puglia e Basilicata, e devo dire che dobbiamo davvero fare i salti mortali e ricorrere a tutti gli strumenti del linguaggio fotografico per riportare in Archivio immagini accettabili. Il fotomontaggio tuttavia permette di creare paesaggi completamente o parzialmentne nuovi. Mi sembra che in questo modo si possano creare fotografie bellissime, ed il professionista londinese Desmond Burdon è un maestro in questo settore. Il punto politico è però colto in maniera magistrale da Gian Antonio Stella. Per invogliare le persone a visitare la Sicilia bisognerebbe forse combattere gli abusi edilizi (ma ci vogliono anni9, non eliminarli con il Photoshop !

ecco un piccolo estratto dell’articolo di Gian Antonio Stella  (dal Corriere della Sera del 2003, ora ripubblicato in: Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella “Vandali” , Milano, Rizzoli 2011) “Duemilasettecentotrentasette anni dopo, il lido di Naxos è tornato così come lo vide Teocle, che un Nettuno furibondo (il nostromo della nave greca gli aveva offerto del fegato cotto male) aveva fatto naufragare a Capo Schilisi. Un miracolo. Via l’ ammasso di alberghi, condomini, palazzoni, supermercati e garage che ammorbano il golfo. Pluff: tutto sparito. E al suo posto, alle spalle del teatro greco di Taormina, è ricomparsa la Sicilia dei Calcidesi di Eubea. Bedda. Beddissima. Tornata vergine con sapienti ritocchi al computer per sottolineare al meglio la filosofia della campagna pubblicitaria regionale: «La Sicilia non ha bisogno di attirarvi coi soliti trucchetti». «Sorry, ho sbagliato», ha spiegato l’ autore del «maquillage», il fotografo londinese Desmond Burton dopo la denuncia su un giornale locale dell’ imbroglio, scoperto da un emigrato siciliano che aveva strabuzzato gli occhi vedendo la pubblicità sulla Suddeutsche Zeitung. Lo stesso sorry, tuttavia, non è venuto da chi quelle paginate propagandistiche le aveva commissionate. Non una parola dopo lo scoop iniziale sulla stampa isolana, non una dopo le polemiche su qualche tivù privata, non una dopo la pubblicazione di una notizia sull’ Espresso. E la réclame ha continuato a uscire. ( ….) Esempio folgorante di una tecnica di promozione turistica che, finalmente, potrebbe risolvere un sacco dei nostri problemi. E’ brutta Venezia con Marghera sullo sfondo? Clic: via le ciminiere. Non sta tanto bene il viadotto che porta ad Agrigento coi piloni piantati dentro una necropoli? Clic: via il viadotto. E’ imbarazzante l’ assedio di condomini al parco del Vesuvio? Clic: via i condomini. Era più bella la Costa Smeralda senza quelle migliaia di casette a schiera? Clic: via le casette a schiera. In attesa di perfezionarci in un esaltante restyling virtuale di tutto il nostro patrimonio culturale: la restituzione copia-incolla della mano destra all’ Esculapio di Macerata, del braccio sinistro all’ Anubi del Museo Archeologico di Napoli, di un occhio a un Bronzo di Riace, del braccio destro e del sinistro del Giovinetto di Mozia… Fino al capolavoro: il trapianto copia-incolla di due braccia e una gamba al Satiro Danzante ripescato nel Canale di Sicilia. Diciamoci la verità: sarà mica bello, un moncherino così? La società dell’ immagine ha diritto a qualcosa di più bellino…” Gian Antonio Stella (dall’Archivio del Corriere della Sera, dove si può legggere l’articolo intero)

Per finire un piccolissimo esempio di come altrove si risolve il problema dei cavi elettrici, per esempio: non ritoccandoli con il photoshop ma interrandoli. Dove avviene ? non in una località particolarmente turistica ma nella grande Region Parisienne, (la vasta regione intorno a Parigi dove vivono milioni di persone), dove il piccolo comune di Saint-Maur-des-Fossés sta interrando da qualche anno tutti i cavi elettrici, col preciso scopo di migliorare il paesaggio urbano …

sul sito ufficiale del Comune di Saint-Maur-des-Fossés hanno pubblicato queste due foto, a sinistra un tipico esempio di paesaggio deturpato, a destra le trincee destinate ad ospitare i cavi elettrici)

Un solo giga

ritratto del musicista Sam Roberts - foto di Derek Shapton

Riprendendo tutte quelle inutili e ridondanti immagini non sto facendo altro che passare il testimone al futuro me stesso, quello che starà seduto disperatamente per ore davanti al computer” (Derek Shapton).

qualche riga da questo bel post del fotografo canadese Derek Shapton (grazie a Rob Haggard di A PhotoEditor per averlo segnalato). Derek è un fotografo professionista che lavora su commissione per riviste (redazionali, ritratti) :  “(…) quando facevo la selezione dai provini a contatto, gli scatti buoni saltavano letteralmente fuori dal foglio… era come vedere il tuo nome scritto male in una pagina di testo !! sceglievo i fotogrammi con la lente di ingrandimento, ignoravo il resto, e andavo avanti con la mia vita… Potevo selezionare tutta una sessione di ritratto, da 5 a 10 provini a contatto in 10 minuti !  Cinque provini a contatto … sarebbero 60 fotogrammi. Aspetta un attimo! cosa ?  se scattassi 60 fotogrammi adesso mi sentirei un pigrone. Ora uso almeno 8 gigabyte, 280-300 fotogrammi, anche per i lavori più semplici (…) ma il mio modo di fotografare è migliorato con tutte queste immagini in più ? Direi di no. La mia fede nelle mie convinzioni fotografiche si è annacquata. Prima lavoravo in maniera molto più consapevole, sapendo che avevo solo 12 inquadrature a disposizione prima di dover cambiare il dorso. Vedevo qualcosa ma poi mi dicevo: non voglio sprecare questo scatto – un pensiero che ora non attraversa mai la mia mente ! Sicuramente ora riesco a fotografare dei momenti che altrimenti, con un approccio più prudente, non avrei mai colto; ma per la maggior parte del tempo non faccio altro che generare spazzatura mascherata da fotografia. Riprendendo tutte quelle ridondanti, inutili immagini non sto facendo altro che passare il testimone al futuro me stesso, quello che starà seduto disperatamente per ore davanti al computer. (…)L’immagine qui sopra è un ritratto recente del musicista Sam Roberts, scattata ai margini di un réportage per una rivista. Il mio incarico infatti non prevedeva ritratti, ma mi si era presentata una opprtunità imprevista; avevo scattato tutta la giornata senza scaricare le schede, e me ne era rimasta solo una da un gigabyte.  Sono andato sulla location avendo in mente tre diverse situazioni, ho scattato poco ma lentamente e metodicamente ; alla fine avevo 26 fotogrammi (l’equivalente di circa due rulli 120) e, sopratutto, c’era la foto che volevo. (…) Così questa è la sfida: sul prossimo lavoro, perchè non portare solo una scheda da un giga ? “.

Nota storica: quando si lavorava con le fotocamere medio formato la sessione di ripresa “classica” era scandita dal ritmo dei 12 scatti – che sono il numero di fotogrammi 6×6 contenuti in un rullo 120. C’erano anche – per alcuni tipi di pellicole- i rulli 220, con 24 fotogrammi a disposizione; ma non sono mai stati molto usati. Ogni 12 fotogrammi bisognava quindi ricaricare il dorso oppure cambiarlo nel caso si disponesse di più di un dorso. La scheda da un giga di cui parla l’Autore corrisponderebbe invece concettualmente al classico rullino da 36 fotogrammi (il nuero esatto delle foto dipende dalle dimensioni dei files Raw). Mi piace questo articolo perchè mostra come l’esperienza dell’utilizzo del mezzo analogico possa portare, senza nostalgia, ad una “ecologia” della fotografia digitale… infatti chiunque lavoro a vario tipo con l’immagine digitale ha il grosso problema della conservazione e archivazione dei dati, perchè alla fine il lavoro più impegnativo è quello della selezione… e poi non si butta mai niente ! anche perchè “con la postproduzione si fanno miracoli”… insomma, vogliamo usare la scheda da un Giga (magari per i lavori personali, dove abbiamo più controllo sulla situazione) ?

Shorpy Higginbotham

Shorpy Higginbotham: 1910
foto di Lewis W. Hine
http://www.shorpy.com/

Shorpy.com – Historical Photo Archive è un “vintage” foto blog  che mostra migliaia di immagini in alta risoluzione della storia americana dal 1850 al 1950 circa .Il sito è dedicato a questo ragazzino, Shorpy Higginbotham, (1896-1928)  che faceva l’ingrassatore di parti meccaniche in una miniera in Alabama. Morì a 31 anni in un incidente sul lavoro,  fu fotografato per la prima volta da Lewis W. Hine durante la sua campagna di documentazione sul lavoro minorile svolta per la National Child Labor Comittee (NCLC). La scelta di questo  nome da parte dei curatori del sito , la dice lunga non solo sulla passione e  amore per la propria storia, vista anche attraverso la vita degli ultimi, ma anche sull’importanza documentaria che ebbe la fotografia negli Stati Uniti, utilizzata non  solo per propaganda. La maggior parte dei materiali proviene dalla Libreria del Congresso Americano, ma ci sono anche contributi privati come scene da matrimoni, la guerra in Viet Nam, istantanee familiari come questa:

Maogwai Cat: Photo of my sister and I next to our father's 1972 AMC Javelin. We were living on Calaroga Ave in Hayward, California. Photo was taken on a 126 camera (da http://www.shorpy.com)

C’ è una sezione in cui i partecipanti colorano immagini d’epoca , si tratta quindi di immagini pubbliche accessibili a tutti, come la celebre Powerhouse Mechanic and Steam Pump (1920) di Lewis W. Hine. Non sono daccordo con operazioni di questo tipo ma forse “giocare” con le testimonianze della propria storia può essere  un modo per non dimenticarsene.

Powerhouse Mechanic and Steam Pump (1920) (Colorized)
foto di Lewis W. Hine dalla serie "Work Portraits"
colorata e proposta da: sheldontechnology
http://www.shorpy.com/

Mi sono imbattuto su questo sito cercando materiale su Kodachrome in lastra. Ho quindi trovato un’ intera sezione di immagini riprese per per le forze armate americane, la maggior parte delle quali appunto su Kodachrome 4×5.

Wonder Women: 1942 / foto di Howard Hollem for the Office of War Information.
Submitted by Dave on Mon, 01/23/2012
Kodachrome 4x5
http://www.shorpy.com/

Questo sito rappresenta una miniera inesauribile di materiale ben indicizzato per facilitare la ricerca on-line, con specifiche sezioni su: Ansel Adams (immagini poco note, sempre della Library of Congress),  Dorothea Lange, Il già citato Lewis W. Hine, Walker Evans, Jack Delano ( anche lui incaricato dalla FSA)  e altri, forse meno noti a  noi europei fino ad arrivare agli anni 50 con alcune immagini di Alfred Eisenstaedt /Archivi Time Life. Altri particolari sulle specifiche tecniche e sul lavoro di restauro digitale operato dai curatori del sito possono essere consultate qui.

Hollywood, 1953. "Actress Marilyn Monroe at home." 35mm color transparency by Alfred EisenstaedtAlfred Eisenstaedt (1898-1995)
Images from the Time-Life archive.
http://www.shorpy.com

La mia Africa

Foto: Francesco Giusti e Filippo Romano

Ci sono vari modi di viaggiare ed esplorare il mondo, quindi di raccontarlo. Il migliore è sicuramente quello di affidarsi a qualcuno del posto che possa introdurci, far conoscere  realtà  fuori dal sentiero battuto; tutto questo è ancora più valido quando si tratta di documentare e conoscere realtà sotto vari aspetti “difficili” come può essere una baraccopoli alla periferia di Nairobi, in Kenia. L’accessibilità dei viaggi low-cost ha creato nei viaggiatori l’ illusione di una potenziale conoscenza globale del mondo; in realtà ci sono intere zone off limits , sopratutto  per chi dispone di una macchina fotografica al collo. Questo non solo per problemi di sicurezza, ma per una reciproca incomprensione culturale. Mettendosi nei panni di un abitante di un quartiere degradato, che sia  vicino ad una  nostra città, alla periferia di Parigi, o in sud America, penso che nessuno possa essere  contento che qualcun altro  documenti la propria miseria, salvo avere la consapevolezza che il far conoscere questa situazione fuori dal quartiere possa  essere di aiuto per lo sviluppo del quartiere stesso. Allo stesso tempo chi cerca di documentare questa realtà, anche se animato dalla volontà di fare qualcosa per chi vive nel quartiere, lavorerà probabilmente con diffidenza e pregiudizi non conoscendo a fondo la realtà del posto. Ecco quindi due posizioni contrapposte che difficilmente potranno comunicare fra loro e aiutarsi a realizzare le rispettive aspettative. Per questo motivo mi è piaciuto molto questo workshop fotografico  di Francesco Giusti e Filippo Romano, che in collaborazione con Live in slums.org stanno organizzando all’ interno della baraccopoli di Matahre, a Nairobi, Kenya dal 27 Agosto al 7 Settembre 2012 (chiusura iscrizioni 30 Maggio).

L’ aspetto saliente di questa iniziativa, è proprio che: “Il workshop è stato pensato, su richiesta degli stessi abitanti dello slum, per finanziare il progetto di un portale web (YOUTZ_net) che dia visibilità ai giovani musicisti, danzatori e artisti, ma anche associazioni culturalmente e socialmente attive dello slum…le quote di iscrizione, così come le migliori immagini prodotte durante il workshop saranno destinate a tale progetto. I partecipanti lavoreranno singolarmente, fianco a fianco a giovani abitanti, guide e traduttori, ma soprattutto soggetti attivi dello slum, con cui condividere quotidianamente la costruzione del racconto fotografico.” Potete trovare  informazioni e costi (veramente molto contenuti) su questa breve  scheda. Francesco Giusti e Filippo Romano non sono nuovi a progetti di questo tipo, abbiamo già raccontato la loro esperienza  “Abitare nella città dei morti” (Inside City of the Dead) realizzata nella periferia del Cairo.

Il trionfo delle immagini

La bacheca Virtuale di Pinterest

Le immagini prenderanno il sopravvento sulle parole nei social networks ? se lo chiede Megan Garber sul “The Atlantic” (tradotto sull’ultimo numero di Internazionale: N° 940 16/22 marzo 2012). Proprio come aveva previsto Mitch Stephens  (il suo libro: “la caduta della parola ed il trionfo dell’immagine” – citato da Megan Garber nell’articolo – è del 1998) si sta verificando un proliferare del contenuto visivo rispetto a quello testuale. In particolare molti siti di condivisione delle immagini sono diventati estremamene  popolari: uno degli ultimi arrivati (già molto popolare) è PINTEREST, una grande bacheca virtuale dove si “spillano” e si commentano le foto. Il punto centrale dell’interessante articolo è questo: come la scrittura (cioè l’accesso universale alla scrittura reso possibile dalle tecnologie di stampa moderne) ha reso possibile l’elaborazione di un pensiero lineare, strutturato in maniera logica, potrebbe accadere che il dilagare delle immagini renda possibile in futuro il cambiamento del nostro modo di pensare ? come dice la Garber: “ci spingerà, con il tempo, a diventare più emotivi, impulsivi e inclini all’empatia ?”

In realtà il proliferare di immagini – sopratutto fotografie – è mediato da una tecnologia sempre più perfezionata che spesso è una scorciatoira rispetto ad un percorso personale e creativo. Mi spiego: se con un I Phone ed un programma come Hipstamatic o altri simili riprendo le mie scarpe sicuramente otterrò una foto splendida ed interessante, pronta per essere inserita in una bacheca virtuale… ma in realtà il percorso creativo è stato compiuto  dai progettisti della Apple e dai programmatori della Hipstamatic, lasciando all’utente (moderna “anima bella” così come la criticava Hegel riferendosi a Schiller) solo il piacere della creazione, senza la fatica e l’impegno di sporcarsi le mani con la “tecnica” o la “progettualità”. Non è una critica a questo modo di operare,e solo la constatazione che, secondo me, si delega sempre più il controllo del risultato finale all’esterno del proprio flusso operativo. Alla fine io non so più se l’effetto è voluto da me perchè è all’interno della mia visione, oppure, al contrario, è la tecnica che sta facendo le scelte al posto mio.  Scorrendo le bacheche di Pinterest (tra l’altro riempite di foto comunque create da professionisti e prese dal mondo della pubblicità) si ha l’impressione, tutto sommato, di una grande omologazione delle immagini, e di una ricerca a tutti costi dell’esasperazione formale (nei toni del colore, nella “stranezza” del punto di vista, nella bellezza mozzafiato di un volto o di un paesaggio). E’ un pò una realtà al quadrato, analoga a quella dei video giochi o delle animazioni. E poi, cliccando sui link, spesso ci si ritrova, alla fine, su siti commerciali… all’orizzonte spuntano (indovinate ?) le merci, beni assolutamente materiali e che vanno pagati … A proposito di Hipstamatic, sapete cosa c’è scritto sulla Home Page ? “la fotografia digitale non è mai sembrata così analogica !

dalla Home Page di Hipstamatic

Nella rete

Roberto Tomesani: ma è lecito usare i contenuti trovati in rete ?

Segnalo questo bel video di Roberto Tomesani, Presidente della Tau Visual (Associazione Italiana Fotografi Professionisti) a proposito dei contenuti (in questo caso immagini) trovati in rete. E’ un argomento che interessa un po’ tutti … sulla pagina You Tube del’Associazione ci sono altri video sulle varie leggende metropolitane che popolano il mondo della fotografia e dell’immagine in generale …

La città globale

una delle cartine disponibili sul sito della Cornell University. Cliccare sull'immagine per accedere al sito ed alle cartine a maggiore risoluzione

“Sai, sono stato a New York ed ho fatto un sacco di foto” ! (a questo inizio a cercare una scusa per scansare il rituale relativo alle foto di viaggio – prima le micidiali proiezioni di diapositive, ora lo scorrere delle foto sullo schermo iperbrillante dell’I-Pad). La frase classica dell’amico o del parente che però magari non ha mai fotografato Lecce o a Matera (tanto per citare due città vicine a Bari), fa riferimento a modelli cultuali che ormai sono largamente improntati ad una omologazione dell’immaginario, che si riflette anche sulla scelta degli obbiettivi da fotografare e condividere sui social networks. La fotografia diventa una pratica sociale, dove conta spesso più l’agire che non il risultato ottenuto, e la condivisione ne è parte essenziale. Tutti conosciamo Flickr, il sito di condivisione delle foto più diffuso al mondo. La Cornell University ha prodotto nel 2009, per il World Wide Web Conference Committee (IW3C2), uno studio approfondito (Mapping the World’s Photos) sulla distribuzione spaziale ed il tagging delle foto presenti su Flickr, utilizzando l’immenso database del sito per analizzare ed organizzare le informazioni. Lo studio è stato ripreso di recente dal Visual Density Lab del Politecnico di Milano, in particolare dal gruppo di lavoro di Mauri, Lupi e Dallafina (fonte: La Lettura – Corriere della Sera del 05/12/2011. articolo a di Giorgia Lupi). Dal mio punto di vista sembra che questo studio confermi l’impressione di vivere sempre più in una città globale, per cui il cityscape di New York o Londra ci sembra persino più familiare di quello di una città italiana che non sia Roma o Venezia. Appunto Roma è al nono posto di questa scala mondiale creata dalla ricerca della Cornell University, ed è la prima città Italiana seguita da Venezia e Firenze. Quali sono i siti urbani più fotografati in Italia ? Il Colosseo a Roma, il Pontevecchio a Firenze e San Marco a Venezia. La comunità globale dei fotografi, così come viene registrata dal network di Flickr, è sopratutto Statunitense ed Europea. Vaste aree del mondo sono buie non hanno fotografi e/o non sono fotografate. Qui sotto vedete una mappa globale del pianeta terra dove sono visibili le zone che hanno più foto e più tags su Flickr. Ovviamente lo studio della Cornell Univeristy ha finalità scientifiche, cerca cioè di trovare dei metodi di quantificazione delle relazioni tra luoghi, fotografie, tags e utenti dei social networks. Però sicuramente chi si occupa di fotografia può trovare spunti interessanti. Un’ultima osservazione: il paesaggio è praticamente assente, tra i luoghi più fotografati ci sono sopratutto aree metropolitane ( a parte posti altamente spettacolari come il Grand Canyon o le cascate del Niagara). Sicuramente la fotografia dei territori extra urbani è meno ricca di soddisfazioni immediate (bisogna aspettare i giorni e le ore giuste) e forse  più “difficile” dal punto di vista tecnico. Però, che dire ? forse c’è ancora molto da fare se si prendono strade secondarie. (“Divergevano due strade in un bosco, ed io… io presi la meno battuta, e di qui tutta la differenza è venuta.”  – Robert Frost La strada non presa traduzione di Giovanni Giudici).

un'altra cartina tratta dallo studio della Cornell University

Nel digitale

Jeff Wall - la tomba allagata (cliccare sull'immagine per scoprirne i dettagli collegandosi al sito della Tate Gallery)

Questo bell’articolo di Monique Kaput prende in esame tre testi di pensatori contemporanei: “Into the Digital” di Fred Ritchin, “The Meaning of Photography” di Jorge Ribalta, “Analog to Digital” di Corey Dzenko.  “Nel suo libro “verso il digitale” Fred Ritchin inizia dicendo che la fotografia ha sempre rispecchiato la società e le persone che l’hanno utilizzata, e che perciò ha subito continui cambiamenti. Adesso, secondo lui, la fotografia come l’abbiamo conosciuta sta, contemporaneamente, “aumentando e scomparendo”, a causa di un “doppiogiochista” nascosto al suo interno: il digitale. L’uso dei computer (specialemnte nei mezzi di comunicazione digitali) cambia tutto, specilalmente quando il computer sembra, a volte, più intelligente dell’uomo. I contenuti digitali sono creati da macchine che simulano e rapprentano la realtà con parti e componenti che sono persino nominati secondo la realtà stessa che viene simulata. Anche se il digitale simula l’analogico, introdurra molte più trasformazioni di qualsiasi altro procedimento analogico del passato. Questo perchè qualsiasi elemento digitale può essere alterato. Una foto digitale può mostrare cose che possono non essere accadute.” (Monique Kaput).

Per illustrare il suo articolo la Kaput sceglie le fotografie di Jeff Wall, in cui le possibilità del mezzo digitale sono sfruttate per introdurre sottili discrepanze tra ciò che noi ci aspettiamo di trovare sulla scena e ciò che invece viene introdotto grazie alla maipolazione digitale. Nella sua “tomba allagata” che illustra il mio post è possibile notare che nella tomba allagata, invece di una banale pozza d’acqua, l’Autore ha montato una scena (ricostruita in studio) che simula il fondo oceanico. La foto è il risultato di un fotomontaggio di 75 differenti immagini ed è il frutto di due anni di lavoro. Questo modo di lavorare sull’immagine crea qualcosa di completamente nuovo, ed è un esempio di come si possa usare il nuovo mezzo per creare nuove immagini, piuttosto di continuare ad utilizzare il nuovo mezzo per creare immagini “concettualemtne” tradizionali. C’è da notare che molte immagini che noi vediamo sono comunque, a vario titolo, il frutto di una manipolazione, che può partire proprio dalla “messa in scena” del soggetto o del prodotto (per esempio il make-up sul volto della modella) per terminare con il fotoritocco digitale. Nei casi più estremi molti prodotti (per esempio infissi, parti mecccaniche ecc.) sono sostituiti da rendering in 3D. La referenza alla realtà, che era il marchio di fabbrica della fotografia analogica, può essere allontanata da varie gradazioni di intervento, ed in questo campo, a volte completamente nuovo, il fotografo tradizionale spesso si perde. (…continua…)

qui c'è tantissimo lavoro di postproduzione: la foto è di Alex Koloskov (www.koloskov.com)

La foto più bella

Goffredo Parise - Notturno - (olio su tela 1946-48)

Dal racconto “Roma” di Goffredo Parise, (Sillabari – Adelphi 2004)

“Uscì dalla stazione per prendere un tassì, e a mano a mano che il crepuscolo si trasformava lentissimamente in sera, si trovò sul Piazzale. La luce del cielo si fondeva con quella del grande faro centrale ed era qua e là spezzata di riverberi di neon rosa e azzurro. (…) La luce del crepuscolo scendeva lentamente ma ad ogni istante si notava una variazione di colore, sempre più verso l’ ombra, in cui, più lontano, le sagome goffe di alcuni soldati italiani e di altri etiopi dai capelli crespi a criniera, in gruppi separati, già avevano assorbito per primi l’ ombra della notte: la luce che li illuminava era un rimasuglio violaceo ma i loro corpi di lunghi guerrieri senza lancia parevano camminare con l’ andatura di cammelli tra i ciuffi delle savane dei loro paesi. Ancora non era buio e si sarebbe detto che quella luce violacea non avrebbe abbandonato la città per tutta la notte.”

Qual è la foto più bella che hai mai realizzato?” “Quella che non ho ancora fatto!”

Questo scambio di battute riferite ad un’ intervista a qualche fotografo, può sembrare superficiale; quella che può sembrare una risposta un po’ leziosa ha tuttavia un fondamento di verità. Come nel paradosso di Achille e la tartaruga, il fotografo insegue la foto perfetta che però, spesso non riesce ad raggiungere perchè questa gli si presenta sempre dopo il suo ultimo scatto. Una fotografia è anche frutto del caso, delle circostanze, forse della fortuna; non sempre la pazienza, la tecnica o il mestiere sono condizioni sufficienti; la “foto più bella mai realizzata” è quindi l’ insieme di tanti fattori, alcuni imponderabili, che quindi in una certa misura sfuggono al nostro controllo. Che forse si presenteranno quando non saremo pronti. Chi di noi non ha mai avuto la sensazione, nel riporre la macchina fotografica, di farlo troppo presto? Magari un passante sta per attraversare la nostra inquadratura, le nuvole stanno per aprirsi e ci sarà un lampo di luce caravaggesca, o semplicemente potremmo incrociare uno sguardo, ma tutto questo potrebbe succedere subito dopo aver chiuso la zip della nostra borsa. Memori di quanto diceva Cartier Bresson, che “il numero degli scatti è decisivo”, si vedono spesso fotografi che continuano ad imperversare rapaci sulla scena, quasi in preda ad una sorta di avidità, nel timore e nell’ auspicio, appunto, che lo scatto successivo possa essere migliore del precedente. Anche io non mi sottraggo a questa sorta di frenesia, mi capita quando magari di fronte ad una bella luce, un tramonto ad esempio, continuo a fotografare perchè la luce è in costante evoluzione e non voglio perderne alcuna sfumatura, fino alla fine. A proposito di tramonti, mi è venuto in mente un racconto di Goffredo Parise, “Roma” (in Sillabari), che ho messo in apertura di questo post. Come detto prima, non sempre si può trasmettere con una fotografia la propria esperienza nella sua interezza, perchè la foto è frutto di una serie di fattori, alcuni dei quali fuori dal nostro diretto controllo. Per questo il racconto di uno scrittore può in alcuni casi essere più accurato di una fotografia dove ad esempio, per citare solo un aspetto del problema, le difficoltà tecniche possono vanificare l’ efficacia della narrazione. Secondo me la fotografia è nata e si è sviluppata proprio a beneficio dello spettatore, che non potendo raffrontarla con la scena originale, probabilmente la sopravvaluta. Chi invece l’ ha realizzata, con la zavorra della propria memoria, probabilmente vi trova dei difetti perchè il ricordo può essere più forte della registrazione digitale. La foto più più bella che abbia mai realizzato? Non l’ ho ancora realizzata ma ho dei ricordi bellissimi che purtroppo non posso condividere con nessuno.

David LaChapelle, il surrealista

una delle foto di D.LaChapelle in mostra a Praga

Di passaggio da Praga ho visitato nelle sale espositive del Rudolfinum, l’auditorium di musica sinfonica della capitale ceca, una retrospettiva dell’opera di David LaChapelle intitolata “Thus Spoke LaChapelle”, molto noto al grande pubblico per le sue immagini legate al mondo e ai personaggi della moda e della cultura pop. Dopo una iniziale titubanza (avevo visitato un paio di anni fa la grande Mostra a Palazzo Reale a Milano) anche a causa del freddo gelido (anche -15°C, una temperatura che il mio amico praghese ha eufemisticamente descritto come “non favorevole” a lunghe passeggiate) mi sono infilato insieme agli amici nelle belle sale fine ottocento del Rudolfinum ricevendo subito una sensazione di diversità. Infatti la mostra è una retrospettiva dell’intera opera del fotografo, organizzata in modo cronologico, molto dettagliata e completa. La mostra inizia con i primi scatti “pubblici” del fotografo, così diversi dalle foto che siamo abituati a conoscere, stampe in B/N esposte in piccole gallerie di New York nel 1984 (LaChapelle nasce nel 1963). L’attenzione per il nudo e per la sacralità del gesto è già visibile in queste opere. Queste foto mescolano motivi dalle iconografie cristiana e classica a rituali pagani impersonificati da persone comuni, con una qualità pittorica dell’immagine. Successivamente arrivano i primi cicli di fotografia commerciale e pubblicitaria che però individuano un personale stile surrealista nella costruzione dell’immagine, contribuendo a creare la fama dell’autore. Dopo vent’anni di campagne di moda e di servizi per le riviste del glamour, arrivato ad un grande successo e notorietà, LaChapelle può permettersi di tornare a fotografare non per il mercato pubblicitario ma per inseguire le proprie visioni. Arrivano così i celebri cicli Miracoli e Disastri, La Pietà con Courtney Love, il Diluvio, Musei e Mostre e, tra i più recenti, la Terra sorride con i fiori, e la Decadenza ride con i fiori. Ma l’insieme di foto che più mi ha divertito ed interessato è stata la serie Ricordi in America (Recollections in America). Nel 2006 acquista su ebay foto ricordo di famiglia, polaroid ed altri scatti, che documentano eventi familiari. Su queste immagini interviene modificando molti dettagli, non visibili ad un primo sguardo. Ad esempio le lattine di birra mostrano una strana etichetta: Bush Kills, oppure armi e bombe sparse su comò od inginocchiatoi, oppure piccoli cani allattati con una birra mentre i neonati giacciono abbondonati per terra;  oppure biberon riempiti di whisky; oppure vecchiette con T-Shirt su cui c’è scritto Drop Bush not Bombs; alle pareti solo foto di funghi atomici o di fieri soldati americani armati incorniciati come quadri antichi. Questo lieve ma ingombrante spaesamento testimonia la posizione di LaChapelle sull’amministrazione Bush ma è anche uno svelamento della società popolare americana i cui riflessi muscolari covano sotto l’apparenza della regolarità e della monotonia. Uno stile alla Duane Michals, ma una visione più politicamente indirizzata. Insomma ci avreste creduto? LaChapelle di Hotel LaChapelle, è uno degli autori più surrealisti del momento, un vero allievo di Magritte. Vi segnalo il suo sito (molto ricco e completo) in cui però manca la mia serie preferita, che potete vedere qui.

David LaChapelle: Recollections in America VI: Kahlua & Milk (C-Print; 2006)

La purezza del Bianco e Nero

Ansel Adams nel 1981 davanti a due stampe della "luna che sorge, Hernandez, New Mexico" (1941) - una corretta e interpretata (fine) a dx e l'altra stampata senza interventi (straight) a sx (fotografia di Jim Alinder)

Due mostre di grandissimi fotografi ormai entrati nella storia mi hanno riportato all’antica, mai sopita ammirazione per la purezza del Bianco e Nero. Parlo di Ansel Adams e di Robert Mapplethorpe, il primo esposto per la prima volta in Italia con una larghissima retrospettiva a Modena, appena conclusa il secondo a Milano, ancora visitabile per un po’. Dei due fotografi si sa tutto e chi non conosce almeno a grandi linee la loro produzione?

Ansel Adams. La Natura è il mio regno, celebra il grande maestro della fotografia americana a poco più di un secolo dalla sua nascita. Nella prima grande mostra interamente riservata ad Adams nel nostro Paese sono esposte oltre 70 fotografie – solo stampe vintage originali, realizzate dallo stesso Adams -, provenienti da musei internazionali, collezionisti privati e prestigiose gallerie americane. Adams girava per i grandi parchi statunitensi con la sua auto che era un piccolo laboratorio mobile. La camera di grande formato veniva utilizzata per consentire la più ampia e dettagliata ripresa ma a volte diveniva anche il mezzo di scatti “istantanei”: ad esempio la storia della famosa immagine Moonrise, Hernandez, New Mexico è quella di un’immagine colta al volo, in un particolare momento del tramonto, subito prima del calar della notte. Il resto Adams lo faceva in camera oscura, dove aveva l’assoluto controllo del risultato finale. Adams è stato anche uno sperimentatore: Moonrise Hernandez è stata stampata in vari modi con il cielo dal nero più assoluto a gradazioni più grigie e sarebbe interessante poterne vedere fianco a fianco le varie edizioni, così come è interessante vedere i vari “stati” di una incisione, che ci dicono il percorso concettuale che porta all’immagine stampata finale. Questa foto ha per me un valore emozionale particolare: da ragazzo, infatti, avevo un calendario, molto ben stampato, con le foto di Adams e “Moonrise, Hernandez, New Mexico”, oltre ad essere la mia preferita, mi ispirava sensazioni e, come ogni classico, non mi stancava mai perché ritrovavo ad ogni sguardo qualche dettaglio o qualche argomento di interesse. Non potrei dire che mi abbia ispirato, non sono certo all’altezza, ma la visione sulla natura di Adams, insieme anche a quella sublime di Weston, mi ha sempre riempito di stupefatta meraviglia di fronte alla capacità del Bianco e Nero di fornire una rappresentazione della Natura così perfettamente dettagliata e spirituale insieme. Varie vedute di Yosemite venivano visitate da Adams in tutte le stagioni, riuscendo a fornire elementi di novità o tagli di osservazione sempre nuovi. Alcune delle montagne di Yosemite, in particolare l’Half Dome hanno avuto per lui la valenza di una Naomi Campbell per Helmut Newton. Ma torniamo a parlare dell’Adams stampatore: la sua personale supervisione ed operatività rendono ancora più preziose ed importanti le immagini coeve. Ma la bellezza che ad esse è impressa (letteralmente!) è data sia dalla perfezione delle ottiche che ne fanno delle sculture a due dimensioni, che dal controllo dei grigi, sviluppato attraverso il sistema zonale che lui stesso aveva messo a punto e che consiste appunto nella capacità di controllo tonale assoluto del risultato stampato.

Robert Mapplethorpe, self-portrait, 1988

Per la mostra di Robert Mapplethorpe desidero partire dall’immagine che più mi ha colpito: l’autoritratto del 1988 con il bastone col teschio come pomello. Dal nero assoluto del grande formato solo due immagine vengono fuori, come da una coltre infernale: il piccolo teschio del bastone, in basso a sinistra ed il suo viso, ormai minato dalla malattia in modo irreversibile, un triangolo smunto in cui anche la luminosità dello sguardo non riesce a nascondere la mediazione con l’aldilà. Un’immagine emozionante, che chiude la sezione degli autoritratti, da quelli giovanili a quelli “diabolici”, in cui ancora una volta è la purezza del Nero a coprire oltre l’80% dell’intera fotografia e a dettare la visuale ed il sentimento di commossa partecipazione dell’osservatore. La mostra, proveniente dalla Robert Mapplethorpe Foundation di New York, ripercorre in sezioni le grandi tematiche del fotografo: i sensuali fiori e pistilli, i nudi maschili dalle pose statuarie veramente reminiscenti del classico (si veda in proposito il bellissimo catalogo di una precedente mostra dello stesso curata da Celant in cui il rapporto tra la composizione delle foto di Mapplethorpe rivela tutta la sua ascendenza dalle stampe rinascimentali e, ancora più a ritroso, dalla statuaria greca e romana), la serie di Lisa Lyon, i ritratti, soprattutto di bambini, la serie di foto di Patti Smith, amica e compagna al suo arrivo a New York. Anche questa esposizione mi ha ricordato un precedente evento: la mostra di Venezia degli anni 80, pietra dello scandalo perché mostrava per la prima volta nudi maschili non solo nella loro integrità ma con un intento iconoclastico in un momento storico in cui la visione omosessuale irrompeva prepotentemente sulla scena. Anche questa mostra suscitò in me molti fermenti ed interessi compositivi, anche se, a differenza del paesaggio, più accessibile per un dilettante, la foto di figura richiede modelli ed un controllo della luce preciso, ottenibile solo in uno studio. Sono entrati come dei grandi classici dell’arte nell’Olimpo delle quotazioni del mercato. Adams soprattutto negli Stati Uniti, dove l’aspetto localistico delle vedute aggiunge un premio alla qualità scolpita delle sue stampe. Mapplethorpe sicuramente ovunque. Infine non va dimenticato l’aspetto veramente didascalico dei due contenitori che ospitano le mostre. A Modena l’ex-ospedale Sant’Agostino, restaurato da una Banca che, nonostante una distribuzione a sale e salette a volte poco entusiasmante, significa la grande attenzione delle istituzioni locali al mezzo fotografico nella sua valenza culturale ed in quella di potenziale volano economico. Lo spazio è affidato alla Fondazione Fotografia che cura un fitto calendario di incontri ed esposizioni. Le mostre qui organizzate sono inoltre gratuite, aspetto non indifferente, ora che anche il carosello delle esposizioni è divenuto un inarrestabile business che costringe l’appassionato a rincorse per il mondo. La Galleria Forma a Milano è uno spazio molto bello e moderno, disegnato appositamente per ospitare Mostre e retrospettive. Gli ampi saloni possono essere modulati e ricostruiti per scansionare periodi o tematiche. A fianco del consueto, ma molto fornito, bookshop, la Galleria ha uno spazio collezionistico dove è possibile acquistare foto d’autore.

Più vero del vero

foto di Bill O’Leary/The Washington Post

Torniamo sull’argomento della manipolazione delle foto, prendendo spunto da questo bel post di Steve Meyers (14 gennaio scorso) sul sito di approfondimento giornalistico Poynter. La foto che vedete è stata pubblicata meno di un mese fa sul Washington Post, in prima pagina. E, seguendo l’onda di crescente preoccupazione del mondo dei media nei riguardi delle manipolazioni fotografiche (vedi anche “il vero e il falso“), l’editor si è sentito in dovere di spcificare nella caption che la foto (secondo me di grande impatto anche se un pò spinta per i miei gusti) è stata creata usano una combinazione di varie immagini. Questa spiegazione ha confuso le idee a molti lettori, che hanno pensato ad una manipolazione dell’immagini nel senso di un fotomontaggio (cioè prendere elementi da varie foto per crearne una nuova e diversa). Il fotografo Bill O’Leary ha invece utilizzato la tecnica detta HDR (High Dinamic Range) che permette di comporre esposizioni multiple (ed anche differenti regolazioni di temperatura colore) della stessa inquadratura, per ottenere qualcosa che in realtà un normale esposizione fotografica (analogica o digitale) non potrebbe riprodurre perchè non rientrerebbe nell’intervallo registrabile.

La didascalia dice: ” (…) Questa immagine è una composizione creata scattando più fotografie e combinandole con un software per trascendere le limitazioni visive della fotografia tradizionale”. Ma cosa vuol dire fotografia tradizionale ? sono anni che tutti i fotografi combinano varie esposizioni per compensare le zone di sovra e sottoespsosozione !! si faceva anche prima, pur con enorme difficoltà, con la pellicola, ricorrendo alle doppie esposizioni sulla stessa lastra (ovviamente parliamo di banco ottico e pellicola a lastra). Concettualmente è la stessa cosa che si faceva in camera oscura, mascherando con le mani sotto l’ingranditore e quindi esponendo la carta in maniera maggiore o minore.  Il “metodo” HDR è semplicemente una automatizzazione del procedimento (inserita nel software Photoshop a partire dalla versione CS2 lanciato nel 2005 !! – ora sta per uscire la versione CS6). Il sistema in pratica genera automaticamente le maschere che occorrono per compensare tra di loro le varie esposizioni, A volte il software non “capisce” cosa mascherare ed occorre intervenire “manualmente” sulle maschere.  Non vedo come questo possa inficiare la “Autenticità” della fotografia… E’ come se ogni volta la fotografia dovesse mostrare un certificato che attesti il suo legame con la realtà … ma la fotografia è sempre stata una interpretazione della realtà, è stata da sempre accusata di manipolazione. Non è solo un fatto tecnico; a partire dal momento in cui si inquadra si sta già interpretando il mondo intorno a noi. Certo, in questo caso l’aereo si è spostato tra le varie esposizioni, e quindi il fotografo ha “scelto” la posizione dell’aereo, ma non vedo in che modo il fatto che l’aereo fosse un pò più a sinistra o un pò più a destra avrebbe potuto cambiare il valore giornalistico dell’immagine. E’ come se ci fosse una schizofrenia tra la “Macchina” digitale che procede e macina e poi i dubbi (in questo caso del mondo dei media) che si interroga sui valori perduti. PS ovviamente il nuovo iPhone ha già la funzione HDR (tre esposizioni) incorporata !

un'altra inquadratura del ponte, senza HDR (foto Bill O'Leary)

La fine è un inizio ?

illustrazione tratta dall'articolo dell'Economist del 14 gennaio 2012

La smaterializzazione della civiltà occidentale ed il declino della Kodak sembrano strettamente collegati. Siamo sempre meno connessi ad oggetti materiali, se per materiale intendiamo oggetti che si possono toccare come i libri, le stampe fotografiche, i dischi, e sempre più dipendenti da immagini e suoni che ci vengono recapitati aparentemente senza sforzo e senza spesa. Ma attenzione perchè il mondo materiale ritorna sempre, infatti anche per produrre i tablets o gli I-Phone servono materie prime (magari metalli rari, magari si trovano solo nel cuore di tenebra dell’Africa Equatoriale), servono fabbriche, servono operai…Per fruire del flusso di informazioni in cui siamo immersi abbiamo bisogno di energia elettrica, server, cavi di fibre ottiche che attraversano i mari … La pellicola fotografica ha accellerato la sua corsa verso la smaterializzazione con le notizie che arrivano da Rochester, storica sede della Kodak. Forse la grande casa americana non ha saputo modificare in tempo la rotta, ed ha portato qualche giorno fa i libri contabili in tribunale. Per chiunque si sia occupato di fotografia negli anni 80 e 90, la Kodak è stata sinonimo di fotografia; anche se altre case produttrici fornivano prodotti usatissimi (la Fuji ad esempio con la Velvia, l’Agfa con lo sviluppo Rodinal, la Ilford con la FP4 ecc). Alcune pellicole Kodak erano praticamente lo standard in determinati lavori (ad esempio il kodachrome per il reportage, la 64T in formato piano per i lavori di arredamento in studio). Come è potuto accadere che una azienda con un tale vantaggio sui concorrenti abbia perso per strada tanti lavoratori (ai tempi d’oro negli anni ’80 la Kodak dava lavoro a quasi 130.000 persone nel mondo. Ricordiamo ad esempio il deposito di Marcianise (CE), dove a volte andavamo quando nelle emergenze non c’era neanche il tempo di aspettare il corriere) e tutto il suo valore in borsa? Si potrebbe pensare, con il senno di poi, che era facile prevedere un crollo del mercato della pellicola fotografica, tuttavia  una macchina aziendale delle dimensioni della Kodak ha  tempi di risposta certamente non brevi. Durante gli anni 90 la vendita di pellicola è cresciuta continuamente e nel 2001 la KODAK ha registrato il suo record assoluto di vendita nel settore. Poi il declino. Certo, la Kodak detiene ancora tanti brevetti e già si profila una estenuante battaglia legale per ricavarne il più possibile e difendere gli usi indebiti … pare anche che la kodak si lancerà nel settore della produzione di pellicole per la produzione di energia elettrica dal sole e forse diventerà tra i primi produttori di pannelli solari flessibili. La Fuji per contro presenta un esempio positivo di adattamento, è riuscita per esepio a sfruttare la sua esperienza nella produzione delle pellicole fotografiche per diventare leader mondiale nella produzione di pellicole per schermi LCD, in particolare di quelli destinati alla vsione in 3D. La casa gialla, come  veniva affettuosamente definita l’ azienda di Rochester,   aveva  avuto tante idee innovative (ad esempio aveva prodotto nel lontano 1975 la prima macchina fotografica digitale – in BN), ma non è riuscita poi  a sfruttarle commercialmente. Il suo management aveva  invece  puntato prima sul settore medico, poi venduto per fare cassa, e recentemente sul mercato delle stampanti ink-jet di qualità, un segmento già affollato in cui Epson e HP sono da tempo leader (in particolare la Epson che ha introdotto lo standard “Digigraphie” per la stampa Fine Art).

La vera domanda è: potrà sopravvivere la pellicola come prodotto di nicchia ? oppure la complessità ed il costo della produzione industriale è tale che non consente la andare al di sotto di una certa soglia ? La Kodak sopravviverà ma non è detto che i fotografi che ancora utilizzano la pellicola potranno continuare ad avvalersi dei prodotti che erano abituati ad utilizzare. Paradossalmente è più facile produrre materiale sensibile non argentico  (ad esempio la gomma bicromata), ripercorrendo a ritroso la strada dell’invenzione stessa della fotografica, che non tentare di produrre “pochi” rullini di una moderna pellicola a colori …

fonti:

Raffaele Simone la civiltà smateriale (La Repubblica – 01 febbraio 2012 . pg 55)

The Huffington Post (edizione francese)

The Economist del 14 gennaio 2012

Financial Times del 19 gennaio 2012

whatatheythink.com

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 777 follower