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Benvenuti sul nostro blog, dove si ragiona intorno alla fotografia ... trovate informazioni su di noi nella pagina \"biografie\"
Antonio e Roberto Tartaglione

Note da Barcellona

Claude Nori – da “Stromboli” 1991

Presso Valid Photo Gallery, ampia retrospettiva riguardo il lavoro dell’autore francese Claude Nori (1949). La mostra, visibile fino a settembre, propone Stromboli, Néréides, e Les désirs sont déjà des souvenirs.
I lavori in bianco e nero e a colori, rappresentano spesso scene di flert estivi un po’ stile Jerry Calà anni ’80 ; figure femminili in atteggiamenti d’attesa e di sconsolatezza. Altre, alle prese con giochi di spiaggia.
Ci sono poi differenti immagini di teen ager che duettano in modo giocoso davanti alla camera chissà forse nascondendo qualche piccolo imbarazzo ; calzoncini stile Madonna (la cantante) e costumi interi, rimandano a mode e tendenze riprese ciclicamente. Eppure Madonna è un ever green.
Un’altra visione di Nori riguardo il panorama femminile risulta essere in quache scatto specialmente della serie Stromboli in cui vige il rapporto corpo-natura ; fare un tuffo da qualche costa rocciosa evoca apprezzabili idealismi da ricondurre anche alla rivoluzione sessuale degli settanta.
Nelle foto di Nori comunque il filo conduttore rimane il bel paese ; la Sicilia in primis per la sua natura selvaggia e l’Emilia Romagna per gli usi e costumi. Fichi d’india e piadine regnano in una cultura che si basa anche sulla ricchezza e particolarità dei prodotti della tavola.
Con Bernard Plossu, Nori fonda Contrejour, base diffusiva fotografica attraverso la creazione dell’omonima rivista, casa editrice e galleria radicata a Montparnasse diffondendo così la nouvelle photographie (Guy Le Querrec, Bernard Plossu, Arnaud Claass, Denis Roche, Pierre et Gilles, Jeanloup Sieff, Gilless Peress e altri) cui contenuti visivi rappresentano spesso l’apertura al mondo riconducibile al motto francese di Liberté, Égalité e Fraternité.

Masao Yamamoto – Nakazora #955

Nella stessa galleria fotografica, in precedenza, è stata presentata al pubblico la prima retrospettiva di Masao Yamamoto (1957) autore giapponese di profondo spessore espressivo-poetico attraverso la scrittura con la luce.
A box of ku, Nakazora e Kawa = flow sono stati i tre lavori proposti che racchiudono complessivamente le tematiche dell’autore. La vena intimista contraddistingue un orientamento visuale verso la delicatezza e il vuoto di un paessaggio per piccoli tratti statico.
La fotografia intesa come passatempo e attenzione selettiva, rivolge la percezione a dettagli spesso non presenti nella vita di tutti i giorni ; ecco così che l’ingenuità e la rinuncia possono diventare valori utili volti a un bilanciamento culturale spesso troppo caratterizzato dall’interesse e dalla convenienza strumentale.
L’analogia di Yamamoto nel correlare l’essere umano all’essere naturale indica un certo valore tradizionale orientale in cui microcosmo e macrocosmo tenderebbero alla somiglianza ; oggigiorno invece, segnano, come la stesso autore sottolinea, una forte incongruenza (sisma/tsunami dell’11 marzo 2011).

Consuelo Bautista – El Raval – 2004

Continuando la carrellata visuale nella capitale catalana, presso l’ Archivo fotografico di Barcellona   è visibile il lavoro di Consuelo Bautista (Bogotà, 1957) sul quartiere del Raval (2004-2010).
Per incarico dello stesso Archivio, la fotografa colombiana si dedica a micronarrazioni della cultura urbana con specificità concrete che fanno riferimento ormai a un tema portante per qualsiasi curioso del barrio chino. L’eterogeneità vigente caratterizzata dalla presenza di un gran numero mondiale di comunità, prospetta così un ambiente denso di variegati culturali tanto che ultimamente il MACBA organizza visite guidate a piedi per il quartiere.
L’esposizione visibile fino al 26 gennaio 2013 è ampliata da diversi scatti storici di alcuni autori spagnoli come Joan Colom e Xavier Miserachs.

Emilio Lekuona – Silent Vacuum XVIII

Per concludere, presso la Galleria Alejandro Sales ,  si è da poco conclusa la mostra Silent Vacuum di Emilio Lekuona.
Le 24 stampe in monocromia su carta cotone rappresentano la sua inesauribile ricerca del silenzio. In questo caso Lekuona ha solamente 24 ore a disposizione concesse dai frati benedettini per plasmare visualmente la sua opera. Ecco allora gli ambienti interni diventare scenari di un vissuto che lascia tracce di un’assenza silenziosa. L’idea dell’autore di smussare gli angoli delle stampe, rende la visione più onirica.

Estetica e disperazione

foto di Ziyah Gafic.
la didascalia della foto dice: “Quest’uomo della regione di Lattak, che non mi ha voluto dire il suo nome, è scappato dal suo villaggio con sua moglie e i suoi bambini quando ha saputo di essere circondato dai carri armati. Ha avuto paura di subire la stedssa sorte degli abitanti di Homs.” (testo di Z.Gafic)

Nello scorso numero di Internationale Caujolle critica le foto di Ziyah Gafic  pubblicate sull’ultimo numero di M (magazine di LeMonde). Le foto sono quelle di un servizio sui rifugiato siriani in Turchia. Persone che sono sfuggite a violenze e massacri.  Caujolle trova le foto troppo patinate, gli ricordano un servizio di Moda… Si tratta di una questione importante: un fotografo può trattare in maniera “fashion” un argomento drammatico come quello dei rifugiati ? A me sembra che Gafic abbia sfruttato in maniera intelligente gli elementi di ambientazione di un campo profughi: la parete di un prefabbricato, un telo di plastica usato come tenda … Magari luce naturale scelta bene (a volte basta decidere la posizione rispetto ad una finestra o ad una porta ed avere in questo modo un controllo sulla luce ambiente) e poi tanta empatia con i soggetti di cui Gafic ha anche raccolto qualche frammento di testimonianza. Insomma perchè una buona luce ed uno sfondo scelto bene dovrebbero essere destinati solo agli appartenenti al monndo del fashion ? A me è piaciuto l’approccio di Gafic, ha trattato i rifugiati come soggetti da ritrarre, non appiattendoli sull’elemento della disperazione che sicuramente gli appartiene ma non esaurisce la loro personalità….

foto di Z.Gafic

foto di Z.Gafic

Souvenir

Martin Parr – Souvenir

Fino al 21 ottobre presso il Centro Cultura Contemporanea di Barcelona (CCCB), è possibile visitare la mostra del fotografo inglese Martin Parr.  (qui puoi scaricare un interessante libretto in inglese relativo al progetto espositivo). L’area di 700 mq dedicata alla stampe, viene introdotta dal lungometraggio di Goddard Les Carabiniers cui contenuti rendono bene l’idea dell’uomo “a caccia di farfalle”. Tale aspetto, in sintonia con l’approccio fotografico, rappresenta il mondo delle immagini, sfera mentalmente ricca di sfumature oniriche e suggestioni, propedeutica alla creazione di un flusso geometrico di forme e prospettive, toni e armonie, ritmo e pausa. L’allestimento allora può essere una corrente in più per navigare nello spazio espositivo ; dopo l’introduzione audio-visuale alla mostra infatti, la serie di Parr manifesta il suo rapporto con l’autoritratto ironicamente buffo, partecipando allora al gioco interattivo che i luoghi turistici spesso propongono. Il suo viso sagomato lo si può re-inquadrare in una bocca di uno squalo di un qualche parco attrattivo e la sua figura a mezzo busto quindi può rientrare in uno scenario veneziano gondoliano. Passando poi alla serie delle cartoline, non c’è molto stacco referenziale ; anche qui si nota il grafico e grottesco intervento funny ai vari monumenti europei delle città. Si scorge allora la casa del parlamento inglese in una cornice fricchettoneggiante che smussa la solennità dell’edificio.  Arrivando poi alla terza e ultima tratta della navigazione in loco si giunge finalmente al tanto famoso lavoro sul turismo di massa che in ogni circostanza non smette di regalare validi atteggiamenti gogliardici e bizzarri. Se poi si immortala così tanto spettacolo dal punto di vista di Martin Parr, allora il risultato finale può essere una forte identità fotografica nel campo del consumo turistico così affine allo humor inglese in cui il kitsch è il frutto di un self-control stile Mr Bean. Per terminare poi, si fiuta attraverso l’istallazione del salotto di Juanjo Fuentes, la meticolosità e cura che il mondo del collezionismo implica.La maggiore riflessione quindi rispetto agli spunti offerti da questa mostra riguarda giustamente la prospettiva artistica ; in quale maniera la banalità di oggetti e immagini diventa artistica? E poi : che caratteristiche posseggono il bello e il brutto? In riferimento alla mostra, si può visionare questo video in inglese.

Vietato !

Foto di Paolo Verzone, Anonimo 2009

Fino al 15 giugno 2012 la mostra fotografica – Vietato! I limiti che cambiano la fotografia – presso le Officine Fotografiche di Roma. La mostra è a cura di Giovanna Calvenzi, Gabriele Caproni e Renata Ferri ed è in collaborazione con il circolo Fotocine Garfagnana. Le fotografie sono di : Alessandro Albert, Marco Anelli, Isabella Balena, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Massimo Berruti, Michele Borzoni/TerraProject, Piergiorgio Branzi, Luca Campigotto, Alessandra Capodacqua, Lorenzo Castore, Enzo Cei, Francesco Cito, Ignacio Maria Coccia, Cesare Colombo, Edoardo Delille, Chico De Luigi, Stefano De Luigi, Federica Di Giovanni, Giulio Di Sturco, Simone Donati/TerraProject, Carlo Furgeri Gilbert, Gabriele Galimberti, Simona Ghizzoni, Alberto Giuliani, Elena Givone, Alessandro Imbriaco, Francesca Leonardi, Uliano Lucas, Sirio Magnabosco, Alex Majoli, Emiliano Mancuso, Martino Marangoni, Giovanni Marrozzini, Pietro Masturzo, Davide Monteleone, Antonella Monzoni, Cristina Omenetto, Pietro Paolini/TerraProject, Mario Peliti, Simone Perolari, Marta Primavera, Francesco Radino, Rocco Rorandelli/TerraProject, Giulio Sarchiola, Annette Schreyer, Shobha, Massimo Siragusa, Toni Thorimber, Giovanni Umicini, Riccardo Venturi, Paolo Verzone, Francesco Zizola/NOOR. Dalla visione dell’esposizione sopracitata, è impressionante quanto l’immagine perda di qualsiasi contenuto fotografico se le si attribuisce un senso attraverso un atto esplicito di incomunicabilità ; la volontà di annullare lo sguardo delle persone ritrattate nelle immagini attraverso una pecetta nera, risulta essere una forte scelta nell’intricata interpretazione della nuova legge sulla privacy (n.675/96) che da quanto ho capito leggendo ad esempio sul sito di Giuseppe Repetto  non ha poi cambiato di molto le cose (ma può darsi che abbia capito male). La Tau Visual (Associazione Nazionale dei Fotografi Professionisti) ha una bella pagina dedicata all’argomento, che consiglio di leggere. Contestualizzando l’informazione e relazionandola poi alla Carta di Treviso, svaniscono in gran parte i grandi sensazionalismi rimanendo un po’ interdetti dal generalizzato valore comunicativo spesso troppo associato alla tensione mediatica e allo stupore del pubblico.Tale situazione poi si fa ancora più pittoresca se la si compara al così grande uso dei social network cui obiettivo principale da parte di chi lo ha creato risulta essere quello di ricavare informazioni sugli utenti per poi usarle principalmente a favore di indagini di mercato o nel caso estremo della quotazione in borsa (Facebook, 18 maggio 2012).Il fatto che poi si centralizzi nel controllo la fondamentalità per l’equilibrio sociale non sembra sia molto percorribile realisticamente ; forse ha più valore se applicato all’ordine gerarchico dei ruoli e degli status in cui le differenti prospettive di senso non hanno molta congruenza se non per una posizione nominalistica. Molte dinamiche stonano dentro ad un puzzle sempre da ridefinire.Per esempio, la creazione della cooperativa fotografica Magnum (1947) come fulcro idealista del reportage sociale per rendere visibili i fatti della vita umana e il suo consenso all’accesso in casa di un autore come Antoine D’Agata (2008) cui contenuti non sono poi così in linea, rende il campo fotografico un riflesso oggettivo del caos comunicativo del fotografico ; ma anche in questo caso, allineandosi alla giusta prospettiva se ne capirà il motivo : forse quello economico e sensazionalistico ? O forse quello di soggettivizzare all’estremo il concetto di reportage ? In ogni caso, un’altra possibile riflessione riguardo i contenuti della mostra fotografica sopracitata, potrebbe avere come valore anche quello di creare un filtro quasi-fondamentale per chi ormai intrappolato nella rete virtuale digitale si avvicina al mondo della fotografia in maniera troppo superficiale specialmente a un tema quello del reportage, da sempre oggetto di grandi dibattiti e di valori umani poco in linea con la subdola dicotomia popolo/stato che ha sempre creato innumerevoli tensioni, sempre così centrate giust’appunto nella differenza di classi, status e cliché dando origine in parte e   purtroppo ad abusi e a riferimenti poco utili per la collettività visto che poi torna tutto come prima o non è cambiato nulla…

Fotografia e graphic novel

foto di Alain Keler, dal libro “Alain e i Rom”

Emmanuel Guibert, fumetto tratto dal libro Alain e i Rom. E’ inglobato un autoritratto di Alain Keler

Vorrei parlare di due letture parallele che mi è capitato di fare in queste settimane. Si tratta di graphic novels che utilizzano la fotografia, oltre che il segno grafico e la scrittura. E’ una forma di espressione che mi intriga molto, perchè si presta secondo me a raccontare realtà complesse unendo insieme vari registri espressivi. Nella prima lettura  (Guibert – Keler -Lemercier  Alain e i Rom, Coconino Press 2011) le fotografie di Alain Keler sono inglobate nel fumetto di Emmanuel Guibert in maniera secondo me perfetta, perchè ognuna è il controcampo dell’altra; l’illustrazione racconta quello che la fotografia in quel momento non poteva riprendere, ne allarga l’orizzonte. La fotografia invece, in mezzo ad una pagina completamente grafica, spezza di colpo l’astrazione del segno e riporta il lettore allo sguardo del fotografo testimone. Keler è affascinato dalle minoranze, ha seguito le tracce dei perseguitati in tutta l’Europa dell’Est. In questo libro presenta alcuni suoi incontri con le comunità Rom, di cui uno anche in Italia (a Lamezia Terme). Il suo stile è quello del réportage classico b/n della grande tradizione francese, da questo punto di vista non è certo un innovatore, ma la grandissima umanità che traspare dalle sue interazioni con i soggetti che fotografa lo rende un vero maestro del racconto.

foto di Caterina Sansone dal libro Palacinche

Un disegno di Alessandro Tota dal volume Palacinche

Tutt’altra atmosfera nel libro di Caterina Sansone ed Alessandro Tota – Palacinche – Fandango Edizioni 2012. Il volume racconta il viaggio compiuto da Caterina e da Alessandro, suo compagno anche nella vita, per seguire a ritroso il viaggio compiuto negli anni del dopoguerra dalla madre di Caterina, esule istriana, da Fiume (ora Rijeka in Croazia) ad Antella (FI). Essendo innamorato dell’est Europa da parecchi anni, appena ho letto l’argomento del libro mi sono precipitato a comprarlo.  Il libro è stato interessantissimo, e tra l’altro mi fa molto piacere che un artista barese (Alessandro Tota) stia lavorando bene a Parigi…Il tratto di Tota già lo conoscevo, passa dal bianco nero secco al colore pennellato in maniera completamente naturale. Le fotografia di Caterina Sansone sono sia in bianco e nero (le prime pagine di apertura) che a colori, in formato quadrato, per tutto il resto del libro. Devo dire che l’apertura in bianco e nero mi ha emozionato più delle foto a colori, che invece sono molto distaccate e frontali. Comunque un bel lavoro di entrambi. L’unico appunto: mi sembra che le due personalità artistiche non si fondano in maniera compiuta. Il fumetto di Alessandro Tota è ironico e ricco di understatement, le foto di Caterina Sansone sono molto intime e riflessive, ricordano l’insegnamento di L.Ghirri,  e secondo me non c’è una vera e propria interazione tra le due personalità.

Nostalgia

dal sito del Wall Street journal – foto di Leandra Medine (il Rachel Comey show) modificata dalla stessa con Istagram (effetto X-Pro II)

un iPhone “vestito” da Leica

Vorrei ragionare su alcune notizie che si sono rincorse nelle scorse settimane, relative al fenomeno Istagram. Alcune, anche se sembrano di carattere strettamente finanziario, riguardano il mondo della fotografia. In rapida successione: in aprile la società americana che ha creato la popolarissima “app” (gratuita) per l’iPhone è stata acquistata da Facebook per un miliardo di dollari… il 18 maggio Facebook è ufficialmente stata quotata in borsa e dovrebbe capitalizzare una cifra superiore ai 100 miliardi di dollari. Ma pochi articoli spiegano veramente perchè Istagram sia stata tanto valutato, e sopratutto perchè da un social network… l’operazione compiuta da Facebook è stata descritta in decine di articoli (questo ad esempiol Wall Street Journal spiega tutti i retroscena). Ma cosa c’è di veramente potente in questa idea ?  io la chiamerei una mimetizzazione della tecnica, che sparisce per dare a chi la usa la sensazione di essere creativo senza doversi sobbarcare  tutto il processo di apprendimento che comprenderebbe l’utilizzo di softwares o attrezzature specifiche. Istagram applica istantaneamente delle trasformazioni alle immagini (anche banali) che può capitare a tutti di scattare (magari con un telefonino); trasformazioni che richiederebbero tempi di lavorazione variabili usando programmi come Photoshop o Lightroom (per quet’ultimo programma è comunque è possibile trovare, gratis o a pagamento, tantissimi “presets”, cioè un insieme di parametri predefini che danno all’immagine un look particolare), e sopratutto richiederebbero all’utilizzatore stesso di avere un suo progetto a monte. Istagram fa questo in maniera istantanea ed in più rende possibile la condivisione sui social networks, che è l’aspetto che interessa a Facebook. Perchè condividere le foto significa anche fare entrare altri nel nostro mondo, a volte privato, e permettere una sempre maggiore precisione nella nostra “profilazione”, cioè nel nostro diventare target per comunicazioni pubblicitarie sempre più mirate. Quindi ci sono due aspetti di Istagram che hanno costituito la chiave del suo successo: uno è quello della facilità di condivisione (30 milioni di utenti e 5 milioni di foto caricate al giorno in aprile) e l’altro è quello della trasformazione delle foto stesse, in base a 17 “filtri” (fino adesso) a disposizione dell’utente, cha danno alle foto l’aspetto per esempio di una Polaroid oppure di una foto a colori anni ’60. Così come si cambia il look delle foto, si cambia anche quello dello dell’Iphone, strumento principe del nostro modo di acquisire/possedere in tempi sempre più rapidi il mondo che ci circonda. La mimetizzazione della tecnica può consistere anche – più banalmente – nel cambiarne il rivestimento (“skin”). In commercio se ne trovano di tutti i tipi. Mi sembra che ci sia una parola che può riassumere il senso delle varie operazioni: la nostalgia verso il mondo della fotografia analogica (la “vera” fotografia come dice qualcuno) … mi viene in mente una frase di un poeta che amo molto, A. Rimbaud: Il faut être absolument moderne (bisogna essere moderni in modo assoluto)…. lui si è sembre battuto (pagando anche di persona) contro ogni nostalgia ! Insomma: anche se sembra una operazione molto “attuale”, in realtà l’utilizzo di Istagram, così come di una “Skin” tipo Leica per il nostro Iphone, mi sembra contenere tanta nostalgia e tanta voglia di scegliere la via più facile! per finire una nota tutta italiana;

“Socialmatic”: la concept camera Istagram dello studio ADR

Uno studio di Design Italiano ADR ha presentato una concept camera che in pratica mette in forma fisica il logo di Istagram, dotando il logo stesso di obbiettivo, disco rigido, stampante e connessione wi-fi… ovviamente le immagini sono istantaneamente filtrate con il sofware Istagram. Lo studio ADR sta raccogliendo, sul sito Indiegogo, il finanziamento per iniziare una produzione industriale.

Un paesaggio immaginato

fotografie di Desmond Burdon (sequenza che riassume il lavoro di fotomontaggio necessario per realizzare questa ed altre immagini del paesaggio siciliano utilizzate dall'Agenzia Pubblicitaria Saatchi & Saatchi per la campagna pubblicitaria commissionata dall'Assessorato al Turismo della Regione Sicilia nel 2003) dal sito http://www.dburdon.com/

A proposito di paesaggio e fotografia. A proposito di politica, sopratutto. Una storia di quasi 10 anni fa ma di cui si è tornati a parlare. A volte il ritocco fotografico può essere una scorciatoia per adattare il paesaggio alle nostre aspettative. Il nostro paesaggio è purtroppo molto diverso dal nostro immaginario, ce ne accorgiamo specialmente quando lo fotografiamo. Infatti la fotografia ci permette di tornare sul luogo “a freddo”, senza l’emozione o il piacere magari della camminata, della compagnia piacevole o del pezzo di focaccia caldo… Rimangono le brutture, la sporcizia, gli abusi edilizi, rimane la testimonianza concreta dello scempio. Noi da qualche anno stiamo lavorando sul paesaggio di Puglia e Basilicata, e devo dire che dobbiamo davvero fare i salti mortali e ricorrere a tutti gli strumenti del linguaggio fotografico per riportare in Archivio immagini accettabili. Il fotomontaggio tuttavia permette di creare paesaggi completamente o parzialmentne nuovi. Mi sembra che in questo modo si possano creare fotografie bellissime, ed il professionista londinese Desmond Burdon è un maestro in questo settore. Il punto politico è però colto in maniera magistrale da Gian Antonio Stella. Per invogliare le persone a visitare la Sicilia bisognerebbe forse combattere gli abusi edilizi (ma ci vogliono anni9, non eliminarli con il Photoshop !

ecco un piccolo estratto dell’articolo di Gian Antonio Stella  (dal Corriere della Sera del 2003, ora ripubblicato in: Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella “Vandali” , Milano, Rizzoli 2011) “Duemilasettecentotrentasette anni dopo, il lido di Naxos è tornato così come lo vide Teocle, che un Nettuno furibondo (il nostromo della nave greca gli aveva offerto del fegato cotto male) aveva fatto naufragare a Capo Schilisi. Un miracolo. Via l’ ammasso di alberghi, condomini, palazzoni, supermercati e garage che ammorbano il golfo. Pluff: tutto sparito. E al suo posto, alle spalle del teatro greco di Taormina, è ricomparsa la Sicilia dei Calcidesi di Eubea. Bedda. Beddissima. Tornata vergine con sapienti ritocchi al computer per sottolineare al meglio la filosofia della campagna pubblicitaria regionale: «La Sicilia non ha bisogno di attirarvi coi soliti trucchetti». «Sorry, ho sbagliato», ha spiegato l’ autore del «maquillage», il fotografo londinese Desmond Burton dopo la denuncia su un giornale locale dell’ imbroglio, scoperto da un emigrato siciliano che aveva strabuzzato gli occhi vedendo la pubblicità sulla Suddeutsche Zeitung. Lo stesso sorry, tuttavia, non è venuto da chi quelle paginate propagandistiche le aveva commissionate. Non una parola dopo lo scoop iniziale sulla stampa isolana, non una dopo le polemiche su qualche tivù privata, non una dopo la pubblicazione di una notizia sull’ Espresso. E la réclame ha continuato a uscire. ( ….) Esempio folgorante di una tecnica di promozione turistica che, finalmente, potrebbe risolvere un sacco dei nostri problemi. E’ brutta Venezia con Marghera sullo sfondo? Clic: via le ciminiere. Non sta tanto bene il viadotto che porta ad Agrigento coi piloni piantati dentro una necropoli? Clic: via il viadotto. E’ imbarazzante l’ assedio di condomini al parco del Vesuvio? Clic: via i condomini. Era più bella la Costa Smeralda senza quelle migliaia di casette a schiera? Clic: via le casette a schiera. In attesa di perfezionarci in un esaltante restyling virtuale di tutto il nostro patrimonio culturale: la restituzione copia-incolla della mano destra all’ Esculapio di Macerata, del braccio sinistro all’ Anubi del Museo Archeologico di Napoli, di un occhio a un Bronzo di Riace, del braccio destro e del sinistro del Giovinetto di Mozia… Fino al capolavoro: il trapianto copia-incolla di due braccia e una gamba al Satiro Danzante ripescato nel Canale di Sicilia. Diciamoci la verità: sarà mica bello, un moncherino così? La società dell’ immagine ha diritto a qualcosa di più bellino…” Gian Antonio Stella (dall’Archivio del Corriere della Sera, dove si può legggere l’articolo intero)

Per finire un piccolissimo esempio di come altrove si risolve il problema dei cavi elettrici, per esempio: non ritoccandoli con il photoshop ma interrandoli. Dove avviene ? non in una località particolarmente turistica ma nella grande Region Parisienne, (la vasta regione intorno a Parigi dove vivono milioni di persone), dove il piccolo comune di Saint-Maur-des-Fossés sta interrando da qualche anno tutti i cavi elettrici, col preciso scopo di migliorare il paesaggio urbano …

sul sito ufficiale del Comune di Saint-Maur-des-Fossés hanno pubblicato queste due foto, a sinistra un tipico esempio di paesaggio deturpato, a destra le trincee destinate ad ospitare i cavi elettrici)

Un solo giga

ritratto del musicista Sam Roberts - foto di Derek Shapton

Riprendendo tutte quelle inutili e ridondanti immagini non sto facendo altro che passare il testimone al futuro me stesso, quello che starà seduto disperatamente per ore davanti al computer” (Derek Shapton).

qualche riga da questo bel post del fotografo canadese Derek Shapton (grazie a Rob Haggard di A PhotoEditor per averlo segnalato). Derek è un fotografo professionista che lavora su commissione per riviste (redazionali, ritratti) :  “(…) quando facevo la selezione dai provini a contatto, gli scatti buoni saltavano letteralmente fuori dal foglio… era come vedere il tuo nome scritto male in una pagina di testo !! sceglievo i fotogrammi con la lente di ingrandimento, ignoravo il resto, e andavo avanti con la mia vita… Potevo selezionare tutta una sessione di ritratto, da 5 a 10 provini a contatto in 10 minuti !  Cinque provini a contatto … sarebbero 60 fotogrammi. Aspetta un attimo! cosa ?  se scattassi 60 fotogrammi adesso mi sentirei un pigrone. Ora uso almeno 8 gigabyte, 280-300 fotogrammi, anche per i lavori più semplici (…) ma il mio modo di fotografare è migliorato con tutte queste immagini in più ? Direi di no. La mia fede nelle mie convinzioni fotografiche si è annacquata. Prima lavoravo in maniera molto più consapevole, sapendo che avevo solo 12 inquadrature a disposizione prima di dover cambiare il dorso. Vedevo qualcosa ma poi mi dicevo: non voglio sprecare questo scatto – un pensiero che ora non attraversa mai la mia mente ! Sicuramente ora riesco a fotografare dei momenti che altrimenti, con un approccio più prudente, non avrei mai colto; ma per la maggior parte del tempo non faccio altro che generare spazzatura mascherata da fotografia. Riprendendo tutte quelle ridondanti, inutili immagini non sto facendo altro che passare il testimone al futuro me stesso, quello che starà seduto disperatamente per ore davanti al computer. (…)L’immagine qui sopra è un ritratto recente del musicista Sam Roberts, scattata ai margini di un réportage per una rivista. Il mio incarico infatti non prevedeva ritratti, ma mi si era presentata una opprtunità imprevista; avevo scattato tutta la giornata senza scaricare le schede, e me ne era rimasta solo una da un gigabyte.  Sono andato sulla location avendo in mente tre diverse situazioni, ho scattato poco ma lentamente e metodicamente ; alla fine avevo 26 fotogrammi (l’equivalente di circa due rulli 120) e, sopratutto, c’era la foto che volevo. (…) Così questa è la sfida: sul prossimo lavoro, perchè non portare solo una scheda da un giga ? “.

Nota storica: quando si lavorava con le fotocamere medio formato la sessione di ripresa “classica” era scandita dal ritmo dei 12 scatti – che sono il numero di fotogrammi 6×6 contenuti in un rullo 120. C’erano anche – per alcuni tipi di pellicole- i rulli 220, con 24 fotogrammi a disposizione; ma non sono mai stati molto usati. Ogni 12 fotogrammi bisognava quindi ricaricare il dorso oppure cambiarlo nel caso si disponesse di più di un dorso. La scheda da un giga di cui parla l’Autore corrisponderebbe invece concettualmente al classico rullino da 36 fotogrammi (il nuero esatto delle foto dipende dalle dimensioni dei files Raw). Mi piace questo articolo perchè mostra come l’esperienza dell’utilizzo del mezzo analogico possa portare, senza nostalgia, ad una “ecologia” della fotografia digitale… infatti chiunque lavoro a vario tipo con l’immagine digitale ha il grosso problema della conservazione e archivazione dei dati, perchè alla fine il lavoro più impegnativo è quello della selezione… e poi non si butta mai niente ! anche perchè “con la postproduzione si fanno miracoli”… insomma, vogliamo usare la scheda da un Giga (magari per i lavori personali, dove abbiamo più controllo sulla situazione) ?

Shorpy Higginbotham

Shorpy Higginbotham: 1910
foto di Lewis W. Hine
http://www.shorpy.com/

Shorpy.com - Historical Photo Archive è un “vintage” foto blog  che mostra migliaia di immagini in alta risoluzione della storia americana dal 1850 al 1950 circa .Il sito è dedicato a questo ragazzino, Shorpy Higginbotham, (1896-1928)  che faceva l’ingrassatore di parti meccaniche in una miniera in Alabama. Morì a 31 anni in un incidente sul lavoro,  fu fotografato per la prima volta da Lewis W. Hine durante la sua campagna di documentazione sul lavoro minorile svolta per la National Child Labor Comittee (NCLC). La scelta di questo  nome da parte dei curatori del sito , la dice lunga non solo sulla passione e  amore per la propria storia, vista anche attraverso la vita degli ultimi, ma anche sull’importanza documentaria che ebbe la fotografia negli Stati Uniti, utilizzata non  solo per propaganda. La maggior parte dei materiali proviene dalla Libreria del Congresso Americano, ma ci sono anche contributi privati come scene da matrimoni, la guerra in Viet Nam, istantanee familiari come questa:

Maogwai Cat: Photo of my sister and I next to our father's 1972 AMC Javelin. We were living on Calaroga Ave in Hayward, California. Photo was taken on a 126 camera (da http://www.shorpy.com)

C’ è una sezione in cui i partecipanti colorano immagini d’epoca , si tratta quindi di immagini pubbliche accessibili a tutti, come la celebre Powerhouse Mechanic and Steam Pump (1920) di Lewis W. Hine. Non sono daccordo con operazioni di questo tipo ma forse “giocare” con le testimonianze della propria storia può essere  un modo per non dimenticarsene.

Powerhouse Mechanic and Steam Pump (1920) (Colorized)
foto di Lewis W. Hine dalla serie "Work Portraits"
colorata e proposta da: sheldontechnology
http://www.shorpy.com/

Mi sono imbattuto su questo sito cercando materiale su Kodachrome in lastra. Ho quindi trovato un’ intera sezione di immagini riprese per per le forze armate americane, la maggior parte delle quali appunto su Kodachrome 4×5.

Wonder Women: 1942 / foto di Howard Hollem for the Office of War Information.
Submitted by Dave on Mon, 01/23/2012
Kodachrome 4x5
http://www.shorpy.com/

Questo sito rappresenta una miniera inesauribile di materiale ben indicizzato per facilitare la ricerca on-line, con specifiche sezioni su: Ansel Adams (immagini poco note, sempre della Library of Congress),  Dorothea Lange, Il già citato Lewis W. Hine, Walker Evans, Jack Delano ( anche lui incaricato dalla FSA)  e altri, forse meno noti a  noi europei fino ad arrivare agli anni 50 con alcune immagini di Alfred Eisenstaedt /Archivi Time Life. Altri particolari sulle specifiche tecniche e sul lavoro di restauro digitale operato dai curatori del sito possono essere consultate qui.

Hollywood, 1953. "Actress Marilyn Monroe at home." 35mm color transparency by Alfred EisenstaedtAlfred Eisenstaedt (1898-1995)
Images from the Time-Life archive.
http://www.shorpy.com

La mia Africa

Foto: Francesco Giusti e Filippo Romano

Ci sono vari modi di viaggiare ed esplorare il mondo, quindi di raccontarlo. Il migliore è sicuramente quello di affidarsi a qualcuno del posto che possa introdurci, far conoscere  realtà  fuori dal sentiero battuto; tutto questo è ancora più valido quando si tratta di documentare e conoscere realtà sotto vari aspetti “difficili” come può essere una baraccopoli alla periferia di Nairobi, in Kenia. L’accessibilità dei viaggi low-cost ha creato nei viaggiatori l’ illusione di una potenziale conoscenza globale del mondo; in realtà ci sono intere zone off limits , sopratutto  per chi dispone di una macchina fotografica al collo. Questo non solo per problemi di sicurezza, ma per una reciproca incomprensione culturale. Mettendosi nei panni di un abitante di un quartiere degradato, che sia  vicino ad una  nostra città, alla periferia di Parigi, o in sud America, penso che nessuno possa essere  contento che qualcun altro  documenti la propria miseria, salvo avere la consapevolezza che il far conoscere questa situazione fuori dal quartiere possa  essere di aiuto per lo sviluppo del quartiere stesso. Allo stesso tempo chi cerca di documentare questa realtà, anche se animato dalla volontà di fare qualcosa per chi vive nel quartiere, lavorerà probabilmente con diffidenza e pregiudizi non conoscendo a fondo la realtà del posto. Ecco quindi due posizioni contrapposte che difficilmente potranno comunicare fra loro e aiutarsi a realizzare le rispettive aspettative. Per questo motivo mi è piaciuto molto questo workshop fotografico  di Francesco Giusti e Filippo Romano, che in collaborazione con Live in slums.org stanno organizzando all’ interno della baraccopoli di Matahre, a Nairobi, Kenya dal 27 Agosto al 7 Settembre 2012 (chiusura iscrizioni 30 Maggio).

L’ aspetto saliente di questa iniziativa, è proprio che: “Il workshop è stato pensato, su richiesta degli stessi abitanti dello slum, per finanziare il progetto di un portale web (YOUTZ_net) che dia visibilità ai giovani musicisti, danzatori e artisti, ma anche associazioni culturalmente e socialmente attive dello slum…le quote di iscrizione, così come le migliori immagini prodotte durante il workshop saranno destinate a tale progetto. I partecipanti lavoreranno singolarmente, fianco a fianco a giovani abitanti, guide e traduttori, ma soprattutto soggetti attivi dello slum, con cui condividere quotidianamente la costruzione del racconto fotografico.” Potete trovare  informazioni e costi (veramente molto contenuti) su questa breve  scheda. Francesco Giusti e Filippo Romano non sono nuovi a progetti di questo tipo, abbiamo già raccontato la loro esperienza  “Abitare nella città dei morti” (Inside City of the Dead) realizzata nella periferia del Cairo.

Quello che resta

Jessica Backhaus - Blue Spoon

“Questo è ciò che sono le fotografie, dopotutto, memorie che fermano il tempo e lo immobilizzano per un momento, offerto alla nostra comtemplazione. Se le foto di Backahus sono in parte ricordi di pettini perduti o mele rosicchiate, sicuramente alludono, al tempo stesso, ad altre cose che si sono perse strada facendo …” (Jean Dykstra, introduzione a “What still remains“, sul sito di  Jessika Backhaus)

Presso lo spazio MiCamera, si può visitare fino al 7 aprile Jessica Backhaus in mostra. L’autrice centro-europea collabora della casa editrice tedesca Kehrer molto dedita a sostenere la pubblicazione di progetti fotografici contemporanei. “Immagini Quotidiane” è il titolo del lavoro proposto dallo spazio milanese. In questa circostanza, la cura della mostra proposta da Giulia Zorzi e Flavio Franzoni, è un riassunto di opere appartenenti a diversi corpi di lavoro. Nello scenario di MiCamera, il visitatore è ben orientato verso un percorso esplorativo caratterizzato da visioni tendenti alla decadenza in cui le figure che generalmente rappresentano oggetti e paesaggi intimi, rimandano a una lettura più incantata e meno legata alla realtà delle cose. Il passare del tempo può apparire quindi anche attraverso l’uso del colore ; l’uso del bianco e nero, a livello concettuale, è forse il più coerente in relazione all’aspetto filosofico della fotografia quale registrazione di un attimo della realtà reso perenne. Il lavoro della Backhaus può essere inteso come espressione fotografica e veicolo per la mostra poetica dell’autrice.Con tali prerogative, anche l’immagine acquisisce uno spessore emotivo molto avvolgente ; non si tratta infatti di un’azione fotografica distaccata o poco coinvolta. La cura nella ricerca delle forme, manifesta ugualmente un’elevata attenzione compositiva così da rendere molto bene l’idea di ciò che può rappresentare il fotografico : mettere ordine a ciò che si vede. Da questo atteggiamento si entrerebbe poi nella sfera del guardare… Gli accenti cromatici del lavoro della Backhaus si centrano su tonalità fredde che curiosamente e in contraddizione al pensiero riduzionista, fa riferimento a un’elevata temperatura di colore. Tale fenomeno, utile per la differenziazione dei vari processi fisici e quindi anche fotografici, può essere più chiaramente compreso quando per esempio si accende il fuoco di un fornello da cucina ; il colore del gas, nelle vicinanze delle bocchette della corona, è di colore celeste-blu, mentre le punte delle fiamme sono di colore tendente al giallo-rosso. Nel primo caso (colore celeste-blu), la temperatura è maggiore. Questo aspetto della fotografia può essere utile per esempio quando in post-produzione si deve bilanciare il colore di un’immagine con dominanti, risultato di un’incongruenza tra la temperatura del colore dell’oggetto ritratto e dalle impostazioni della macchina fotografica. Nel processo di registrazione tramite apparato analogico, tale incongruenza o congruenza è centrato solamente sul tipo di negativo o pellicola utilizzati. Nel secondo caso, il processo di scelta per un determinato scatto avviene completamente a priori, mentre che nel caso del digitale tale condizione è molto relativa se si pensa anche che un’immagine a colore può essere passata facilmente al bianco e nero.

Jessica Backhaus - Lost Summer

Il trionfo delle immagini

La bacheca Virtuale di Pinterest

Le immagini prenderanno il sopravvento sulle parole nei social networks ? se lo chiede Megan Garber sul “The Atlantic” (tradotto sull’ultimo numero di Internazionale: N° 940 16/22 marzo 2012). Proprio come aveva previsto Mitch Stephens  (il suo libro: “la caduta della parola ed il trionfo dell’immagine” – citato da Megan Garber nell’articolo – è del 1998) si sta verificando un proliferare del contenuto visivo rispetto a quello testuale. In particolare molti siti di condivisione delle immagini sono diventati estremamene  popolari: uno degli ultimi arrivati (già molto popolare) è PINTEREST, una grande bacheca virtuale dove si “spillano” e si commentano le foto. Il punto centrale dell’interessante articolo è questo: come la scrittura (cioè l’accesso universale alla scrittura reso possibile dalle tecnologie di stampa moderne) ha reso possibile l’elaborazione di un pensiero lineare, strutturato in maniera logica, potrebbe accadere che il dilagare delle immagini renda possibile in futuro il cambiamento del nostro modo di pensare ? come dice la Garber: “ci spingerà, con il tempo, a diventare più emotivi, impulsivi e inclini all’empatia ?”

In realtà il proliferare di immagini – sopratutto fotografie – è mediato da una tecnologia sempre più perfezionata che spesso è una scorciatoira rispetto ad un percorso personale e creativo. Mi spiego: se con un I Phone ed un programma come Hipstamatic o altri simili riprendo le mie scarpe sicuramente otterrò una foto splendida ed interessante, pronta per essere inserita in una bacheca virtuale… ma in realtà il percorso creativo è stato compiuto  dai progettisti della Apple e dai programmatori della Hipstamatic, lasciando all’utente (moderna “anima bella” così come la criticava Hegel riferendosi a Schiller) solo il piacere della creazione, senza la fatica e l’impegno di sporcarsi le mani con la “tecnica” o la “progettualità”. Non è una critica a questo modo di operare,e solo la constatazione che, secondo me, si delega sempre più il controllo del risultato finale all’esterno del proprio flusso operativo. Alla fine io non so più se l’effetto è voluto da me perchè è all’interno della mia visione, oppure, al contrario, è la tecnica che sta facendo le scelte al posto mio.  Scorrendo le bacheche di Pinterest (tra l’altro riempite di foto comunque create da professionisti e prese dal mondo della pubblicità) si ha l’impressione, tutto sommato, di una grande omologazione delle immagini, e di una ricerca a tutti costi dell’esasperazione formale (nei toni del colore, nella “stranezza” del punto di vista, nella bellezza mozzafiato di un volto o di un paesaggio). E’ un pò una realtà al quadrato, analoga a quella dei video giochi o delle animazioni. E poi, cliccando sui link, spesso ci si ritrova, alla fine, su siti commerciali… all’orizzonte spuntano (indovinate ?) le merci, beni assolutamente materiali e che vanno pagati … A proposito di Hipstamatic, sapete cosa c’è scritto sulla Home Page ? “la fotografia digitale non è mai sembrata così analogica !

dalla Home Page di Hipstamatic

Nella rete

Roberto Tomesani: ma è lecito usare i contenuti trovati in rete ?

Segnalo questo bel video di Roberto Tomesani, Presidente della Tau Visual (Associazione Italiana Fotografi Professionisti) a proposito dei contenuti (in questo caso immagini) trovati in rete. E’ un argomento che interessa un po’ tutti … sulla pagina You Tube del’Associazione ci sono altri video sulle varie leggende metropolitane che popolano il mondo della fotografia e dell’immagine in generale …

All’infuori di me

foto di Andrea Pacanowski - All'infuori di me

L’autore, Andrea Pacanowski, propone presso il Museo di Roma a Trastevere, 35 opere di gran formato su un tipo di carta, quello fine art Hahnemühle, molto adeguato alla sua tecnica di sovrapposizione materica e concettuale tra fotografia e pittura. La mostra curata da Diego Mormorio propone un forte impatto coloristico ; le grandi stampe, occupando interamente i settori delle differenti pareti e fungono anche da decoro in una struttura museale abbastanza classica e tradizionale. Dal progetto fotografico svolto negli ultimi anni, risulta essere forte l’accento soggettivo in una tendenza espressiva molto particolare ; le varie possibilità di uso degli strumenti artistici rendono eclettico il linguaggio dell’autore così da facilitare un dialogo tra le differenti azioni funzionali. Ecco quindi che vengono meno le impalcature scolastiche importanti sì per la strutturazione di base, ma non fondamentali per la sintesi comunicativa e personalista. Lo scambio di ruoli in ambito artistico e non solo, potrebbe essere molto utile per comprendere il differente punto di vista di una realtà multidimensionale così da trovare formule alternative in un ordine di cose molto lineare ; in questo frangente anche l’atteggiamento sarebbe più orientato alla partecipazione e non alla competitività. Tornando al lavoro di Pacanowski, il tema visivo-religioso in questo senso viene valorizzato da una forte predominante coloristica in cui le persone ritratte fanno parte di un enorme scenario che sembra suggerire l’infinitezza e l’indeterminatezza del tema ; viene così meno la solennità celebrativa del rito proponendo il tema del religioso da una prospettiva fenomenologica di massa ; è curioso e interessante l’inserimento in questo aspetto delle figure che si identificano con una religione anche a livello d’abito. Sacerdoti e Rabbini, nel concetto di Pananowski, sono allo stesso livello di chi si veste quotidianamente in maniera differente. In questo senso è bene sottolineare la fusione a livello grafico che avviene tra le tre differenti religioni monoteiste ritratte dall’autore : Cattolicesimo, Islamismo ed Ebraismo non presentano diversificazioni formali così da risploverare a livello concettuale ciò che il termine religione significa (religere/relegere, religare, legare). Tutto il resto purtroppo è il risultato della politicizzazione di idee e delle conseguenti scissioni ; dalla violenza in nome di dio, all’approfittarsi da parte di chi manipola persone povere e che non hanno possibilità di sapere così da diventare vittime e carnefici nella faccenda del terrorismo come in altre. Una mostra, quella di Pacanowski, molto ricca di possibili spunti di riflessioni ; rimarrà al Museo di Roma in Trastevere fino al 22 aprile.

foto di Andrea Pacanowski

La città globale

una delle cartine disponibili sul sito della Cornell University. Cliccare sull'immagine per accedere al sito ed alle cartine a maggiore risoluzione

“Sai, sono stato a New York ed ho fatto un sacco di foto” ! (a questo inizio a cercare una scusa per scansare il rituale relativo alle foto di viaggio – prima le micidiali proiezioni di diapositive, ora lo scorrere delle foto sullo schermo iperbrillante dell’I-Pad). La frase classica dell’amico o del parente che però magari non ha mai fotografato Lecce o a Matera (tanto per citare due città vicine a Bari), fa riferimento a modelli cultuali che ormai sono largamente improntati ad una omologazione dell’immaginario, che si riflette anche sulla scelta degli obbiettivi da fotografare e condividere sui social networks. La fotografia diventa una pratica sociale, dove conta spesso più l’agire che non il risultato ottenuto, e la condivisione ne è parte essenziale. Tutti conosciamo Flickr, il sito di condivisione delle foto più diffuso al mondo. La Cornell University ha prodotto nel 2009, per il World Wide Web Conference Committee (IW3C2), uno studio approfondito (Mapping the World’s Photos) sulla distribuzione spaziale ed il tagging delle foto presenti su Flickr, utilizzando l’immenso database del sito per analizzare ed organizzare le informazioni. Lo studio è stato ripreso di recente dal Visual Density Lab del Politecnico di Milano, in particolare dal gruppo di lavoro di Mauri, Lupi e Dallafina (fonte: La Lettura – Corriere della Sera del 05/12/2011. articolo a di Giorgia Lupi). Dal mio punto di vista sembra che questo studio confermi l’impressione di vivere sempre più in una città globale, per cui il cityscape di New York o Londra ci sembra persino più familiare di quello di una città italiana che non sia Roma o Venezia. Appunto Roma è al nono posto di questa scala mondiale creata dalla ricerca della Cornell University, ed è la prima città Italiana seguita da Venezia e Firenze. Quali sono i siti urbani più fotografati in Italia ? Il Colosseo a Roma, il Pontevecchio a Firenze e San Marco a Venezia. La comunità globale dei fotografi, così come viene registrata dal network di Flickr, è sopratutto Statunitense ed Europea. Vaste aree del mondo sono buie non hanno fotografi e/o non sono fotografate. Qui sotto vedete una mappa globale del pianeta terra dove sono visibili le zone che hanno più foto e più tags su Flickr. Ovviamente lo studio della Cornell Univeristy ha finalità scientifiche, cerca cioè di trovare dei metodi di quantificazione delle relazioni tra luoghi, fotografie, tags e utenti dei social networks. Però sicuramente chi si occupa di fotografia può trovare spunti interessanti. Un’ultima osservazione: il paesaggio è praticamente assente, tra i luoghi più fotografati ci sono sopratutto aree metropolitane ( a parte posti altamente spettacolari come il Grand Canyon o le cascate del Niagara). Sicuramente la fotografia dei territori extra urbani è meno ricca di soddisfazioni immediate (bisogna aspettare i giorni e le ore giuste) e forse  più “difficile” dal punto di vista tecnico. Però, che dire ? forse c’è ancora molto da fare se si prendono strade secondarie. (“Divergevano due strade in un bosco, ed io… io presi la meno battuta, e di qui tutta la differenza è venuta.”  – Robert Frost La strada non presa traduzione di Giovanni Giudici).

un'altra cartina tratta dallo studio della Cornell University

Nel digitale

Jeff Wall - la tomba allagata (cliccare sull'immagine per scoprirne i dettagli collegandosi al sito della Tate Gallery)

Questo bell’articolo di Monique Kaput prende in esame tre testi di pensatori contemporanei: “Into the Digital” di Fred Ritchin, “The Meaning of Photography” di Jorge Ribalta, “Analog to Digital” di Corey Dzenko.  “Nel suo libro “verso il digitale” Fred Ritchin inizia dicendo che la fotografia ha sempre rispecchiato la società e le persone che l’hanno utilizzata, e che perciò ha subito continui cambiamenti. Adesso, secondo lui, la fotografia come l’abbiamo conosciuta sta, contemporaneamente, “aumentando e scomparendo”, a causa di un “doppiogiochista” nascosto al suo interno: il digitale. L’uso dei computer (specialemnte nei mezzi di comunicazione digitali) cambia tutto, specilalmente quando il computer sembra, a volte, più intelligente dell’uomo. I contenuti digitali sono creati da macchine che simulano e rapprentano la realtà con parti e componenti che sono persino nominati secondo la realtà stessa che viene simulata. Anche se il digitale simula l’analogico, introdurra molte più trasformazioni di qualsiasi altro procedimento analogico del passato. Questo perchè qualsiasi elemento digitale può essere alterato. Una foto digitale può mostrare cose che possono non essere accadute.” (Monique Kaput).

Per illustrare il suo articolo la Kaput sceglie le fotografie di Jeff Wall, in cui le possibilità del mezzo digitale sono sfruttate per introdurre sottili discrepanze tra ciò che noi ci aspettiamo di trovare sulla scena e ciò che invece viene introdotto grazie alla maipolazione digitale. Nella sua “tomba allagata” che illustra il mio post è possibile notare che nella tomba allagata, invece di una banale pozza d’acqua, l’Autore ha montato una scena (ricostruita in studio) che simula il fondo oceanico. La foto è il risultato di un fotomontaggio di 75 differenti immagini ed è il frutto di due anni di lavoro. Questo modo di lavorare sull’immagine crea qualcosa di completamente nuovo, ed è un esempio di come si possa usare il nuovo mezzo per creare nuove immagini, piuttosto di continuare ad utilizzare il nuovo mezzo per creare immagini “concettualemtne” tradizionali. C’è da notare che molte immagini che noi vediamo sono comunque, a vario titolo, il frutto di una manipolazione, che può partire proprio dalla “messa in scena” del soggetto o del prodotto (per esempio il make-up sul volto della modella) per terminare con il fotoritocco digitale. Nei casi più estremi molti prodotti (per esempio infissi, parti mecccaniche ecc.) sono sostituiti da rendering in 3D. La referenza alla realtà, che era il marchio di fabbrica della fotografia analogica, può essere allontanata da varie gradazioni di intervento, ed in questo campo, a volte completamente nuovo, il fotografo tradizionale spesso si perde. (…continua…)

qui c'è tantissimo lavoro di postproduzione: la foto è di Alex Koloskov (www.koloskov.com)

La foto più bella

Goffredo Parise - Notturno - (olio su tela 1946-48)

Dal racconto “Roma” di Goffredo Parise, (Sillabari – Adelphi 2004)

“Uscì dalla stazione per prendere un tassì, e a mano a mano che il crepuscolo si trasformava lentissimamente in sera, si trovò sul Piazzale. La luce del cielo si fondeva con quella del grande faro centrale ed era qua e là spezzata di riverberi di neon rosa e azzurro. (…) La luce del crepuscolo scendeva lentamente ma ad ogni istante si notava una variazione di colore, sempre più verso l’ ombra, in cui, più lontano, le sagome goffe di alcuni soldati italiani e di altri etiopi dai capelli crespi a criniera, in gruppi separati, già avevano assorbito per primi l’ ombra della notte: la luce che li illuminava era un rimasuglio violaceo ma i loro corpi di lunghi guerrieri senza lancia parevano camminare con l’ andatura di cammelli tra i ciuffi delle savane dei loro paesi. Ancora non era buio e si sarebbe detto che quella luce violacea non avrebbe abbandonato la città per tutta la notte.”

Qual è la foto più bella che hai mai realizzato?” “Quella che non ho ancora fatto!”

Questo scambio di battute riferite ad un’ intervista a qualche fotografo, può sembrare superficiale; quella che può sembrare una risposta un po’ leziosa ha tuttavia un fondamento di verità. Come nel paradosso di Achille e la tartaruga, il fotografo insegue la foto perfetta che però, spesso non riesce ad raggiungere perchè questa gli si presenta sempre dopo il suo ultimo scatto. Una fotografia è anche frutto del caso, delle circostanze, forse della fortuna; non sempre la pazienza, la tecnica o il mestiere sono condizioni sufficienti; la “foto più bella mai realizzata” è quindi l’ insieme di tanti fattori, alcuni imponderabili, che quindi in una certa misura sfuggono al nostro controllo. Che forse si presenteranno quando non saremo pronti. Chi di noi non ha mai avuto la sensazione, nel riporre la macchina fotografica, di farlo troppo presto? Magari un passante sta per attraversare la nostra inquadratura, le nuvole stanno per aprirsi e ci sarà un lampo di luce caravaggesca, o semplicemente potremmo incrociare uno sguardo, ma tutto questo potrebbe succedere subito dopo aver chiuso la zip della nostra borsa. Memori di quanto diceva Cartier Bresson, che “il numero degli scatti è decisivo”, si vedono spesso fotografi che continuano ad imperversare rapaci sulla scena, quasi in preda ad una sorta di avidità, nel timore e nell’ auspicio, appunto, che lo scatto successivo possa essere migliore del precedente. Anche io non mi sottraggo a questa sorta di frenesia, mi capita quando magari di fronte ad una bella luce, un tramonto ad esempio, continuo a fotografare perchè la luce è in costante evoluzione e non voglio perderne alcuna sfumatura, fino alla fine. A proposito di tramonti, mi è venuto in mente un racconto di Goffredo Parise, “Roma” (in Sillabari), che ho messo in apertura di questo post. Come detto prima, non sempre si può trasmettere con una fotografia la propria esperienza nella sua interezza, perchè la foto è frutto di una serie di fattori, alcuni dei quali fuori dal nostro diretto controllo. Per questo il racconto di uno scrittore può in alcuni casi essere più accurato di una fotografia dove ad esempio, per citare solo un aspetto del problema, le difficoltà tecniche possono vanificare l’ efficacia della narrazione. Secondo me la fotografia è nata e si è sviluppata proprio a beneficio dello spettatore, che non potendo raffrontarla con la scena originale, probabilmente la sopravvaluta. Chi invece l’ ha realizzata, con la zavorra della propria memoria, probabilmente vi trova dei difetti perchè il ricordo può essere più forte della registrazione digitale. La foto più più bella che abbia mai realizzato? Non l’ ho ancora realizzata ma ho dei ricordi bellissimi che purtroppo non posso condividere con nessuno.

Luoghi senza nome

Peter Hugo - Permanent Error

L’area nella periferia della baraccopoli chiamata Agbogbloshie, è chiamata dagli abitanti “Sodoma e Gomorra”, un evidente consapevolezza della profonda inumanità del posto. Quando chiesi agli abitanti come chiamassero il pozzo dove veniva effettuato l’incenerimento (dei rifiuti tecnologici n.d.r.), rispondevano ripetutamente: per questo posto non abbiamo nome” (Peter Hugo)

Il lavoro permanent error di Pieter Hugo viene proposto al MAXXI di Roma fino al 29 aprile 2012. Le immagini stampate digitalmente risalgono all’arco di tempo compreso tra il 2009 e il 2010 e hanno come scenario la baraccopoli di Agbogboshie nella zona periferica di Accra nel paese del Ghana. Il tema centrale rappresenta putroppo la carenza di sensibilità della produzione occidentale hi-tech nei rigardi dello smaltimento dei prodotti obsoleti. Il concetto linguistico e pragmatico che si viene a creare non può che avere un’etimologia anglo-sassone ; l’e-waste (rifiuto tecnologico) infatti non può essere contemplato da una tradizione e realtà africana che non prevede la meccanicizzazione dello stile di vita né tanto meno della produzione economica. Ritrovandosi quindi con tonnellate di oggetti come computer, monitor e schede madri, le persone che animano questa discarica non possono che provare a estrarre l’utile da una materia che ormai non lo è più ; in questo caso quindi si ricorre a bruciarla così da poter ricavare rame, ottone, alluminio e zinco che hanno un valore d’acquisto specialmente per chi poi ne ha bisogno per l’assemblaggio dell’oggetto tecnologico. Il risultato dell’errore permanente prevede quindi la furbizia della mente occidentale che, essendo generalmente sradicata dalla terra e dal cielo, inquina le due sfere fondamentali per la vita di ogni essere umano, animale e vegetale ; la rappresentazione della condizione umana in questo aspetto viene fortemente depurata dagli stereotipi etnografici per mostrare invece una triste realtà dei fatti che coinvolge il modo di vita occidentale in prima persona. Almeno prima, i panni sporchi si lavavano in casa… Dal lavoro di Hugo, traspira un’omogeneità tonale che propone alta continuità tra le differenti immagini riuscendo così a raccontare attraverso un paesaggio umano ritrattato, un’antitetica semplicità narrata  rispetto al modo esplicito del reportage per raccontare una storia. I vari soggetti ripresi dell’autore sud-africano sono inquadrati principalmente attraverso il busto americano ; la centralità statuaria e laconica della figura umana viene a bilanciare lo sfuocato del fondo cui vista affievolita dai fumi dei differenti incendi, rende l’idea di un’atmosfera più sensitiva e meno razionale. Lo scenario simile ai differenti scatti esprime coerentemente una situazione di quasi nulla imprevedibilità così da rendere più semplici i vari passaggi logici del fruitore in relazione alla comprensione di una dinamica molto sconosciuta. Un forte complimento va all’autore Pieter Hugo per la costante ricerca sociale ; per la sua integrità e identità in relazione al suo lavoro autoriale ; per la forma molto propria e autentica d’espressione svincolandosi così dalle varie dottrine visivo-linguistiche.

Peter Hugo - Permanent Error

David LaChapelle, il surrealista

una delle foto di D.LaChapelle in mostra a Praga

Di passaggio da Praga ho visitato nelle sale espositive del Rudolfinum, l’auditorium di musica sinfonica della capitale ceca, una retrospettiva dell’opera di David LaChapelle intitolata “Thus Spoke LaChapelle”, molto noto al grande pubblico per le sue immagini legate al mondo e ai personaggi della moda e della cultura pop. Dopo una iniziale titubanza (avevo visitato un paio di anni fa la grande Mostra a Palazzo Reale a Milano) anche a causa del freddo gelido (anche -15°C, una temperatura che il mio amico praghese ha eufemisticamente descritto come “non favorevole” a lunghe passeggiate) mi sono infilato insieme agli amici nelle belle sale fine ottocento del Rudolfinum ricevendo subito una sensazione di diversità. Infatti la mostra è una retrospettiva dell’intera opera del fotografo, organizzata in modo cronologico, molto dettagliata e completa. La mostra inizia con i primi scatti “pubblici” del fotografo, così diversi dalle foto che siamo abituati a conoscere, stampe in B/N esposte in piccole gallerie di New York nel 1984 (LaChapelle nasce nel 1963). L’attenzione per il nudo e per la sacralità del gesto è già visibile in queste opere. Queste foto mescolano motivi dalle iconografie cristiana e classica a rituali pagani impersonificati da persone comuni, con una qualità pittorica dell’immagine. Successivamente arrivano i primi cicli di fotografia commerciale e pubblicitaria che però individuano un personale stile surrealista nella costruzione dell’immagine, contribuendo a creare la fama dell’autore. Dopo vent’anni di campagne di moda e di servizi per le riviste del glamour, arrivato ad un grande successo e notorietà, LaChapelle può permettersi di tornare a fotografare non per il mercato pubblicitario ma per inseguire le proprie visioni. Arrivano così i celebri cicli Miracoli e Disastri, La Pietà con Courtney Love, il Diluvio, Musei e Mostre e, tra i più recenti, la Terra sorride con i fiori, e la Decadenza ride con i fiori. Ma l’insieme di foto che più mi ha divertito ed interessato è stata la serie Ricordi in America (Recollections in America). Nel 2006 acquista su ebay foto ricordo di famiglia, polaroid ed altri scatti, che documentano eventi familiari. Su queste immagini interviene modificando molti dettagli, non visibili ad un primo sguardo. Ad esempio le lattine di birra mostrano una strana etichetta: Bush Kills, oppure armi e bombe sparse su comò od inginocchiatoi, oppure piccoli cani allattati con una birra mentre i neonati giacciono abbondonati per terra;  oppure biberon riempiti di whisky; oppure vecchiette con T-Shirt su cui c’è scritto Drop Bush not Bombs; alle pareti solo foto di funghi atomici o di fieri soldati americani armati incorniciati come quadri antichi. Questo lieve ma ingombrante spaesamento testimonia la posizione di LaChapelle sull’amministrazione Bush ma è anche uno svelamento della società popolare americana i cui riflessi muscolari covano sotto l’apparenza della regolarità e della monotonia. Uno stile alla Duane Michals, ma una visione più politicamente indirizzata. Insomma ci avreste creduto? LaChapelle di Hotel LaChapelle, è uno degli autori più surrealisti del momento, un vero allievo di Magritte. Vi segnalo il suo sito (molto ricco e completo) in cui però manca la mia serie preferita, che potete vedere qui.

David LaChapelle: Recollections in America VI: Kahlua & Milk (C-Print; 2006)

La purezza del Bianco e Nero

Ansel Adams nel 1981 davanti a due stampe della "luna che sorge, Hernandez, New Mexico" (1941) - una corretta e interpretata (fine) a dx e l'altra stampata senza interventi (straight) a sx (fotografia di Jim Alinder)

Due mostre di grandissimi fotografi ormai entrati nella storia mi hanno riportato all’antica, mai sopita ammirazione per la purezza del Bianco e Nero. Parlo di Ansel Adams e di Robert Mapplethorpe, il primo esposto per la prima volta in Italia con una larghissima retrospettiva a Modena, appena conclusa il secondo a Milano, ancora visitabile per un po’. Dei due fotografi si sa tutto e chi non conosce almeno a grandi linee la loro produzione?

Ansel Adams. La Natura è il mio regno, celebra il grande maestro della fotografia americana a poco più di un secolo dalla sua nascita. Nella prima grande mostra interamente riservata ad Adams nel nostro Paese sono esposte oltre 70 fotografie – solo stampe vintage originali, realizzate dallo stesso Adams -, provenienti da musei internazionali, collezionisti privati e prestigiose gallerie americane. Adams girava per i grandi parchi statunitensi con la sua auto che era un piccolo laboratorio mobile. La camera di grande formato veniva utilizzata per consentire la più ampia e dettagliata ripresa ma a volte diveniva anche il mezzo di scatti “istantanei”: ad esempio la storia della famosa immagine Moonrise, Hernandez, New Mexico è quella di un’immagine colta al volo, in un particolare momento del tramonto, subito prima del calar della notte. Il resto Adams lo faceva in camera oscura, dove aveva l’assoluto controllo del risultato finale. Adams è stato anche uno sperimentatore: Moonrise Hernandez è stata stampata in vari modi con il cielo dal nero più assoluto a gradazioni più grigie e sarebbe interessante poterne vedere fianco a fianco le varie edizioni, così come è interessante vedere i vari “stati” di una incisione, che ci dicono il percorso concettuale che porta all’immagine stampata finale. Questa foto ha per me un valore emozionale particolare: da ragazzo, infatti, avevo un calendario, molto ben stampato, con le foto di Adams e “Moonrise, Hernandez, New Mexico”, oltre ad essere la mia preferita, mi ispirava sensazioni e, come ogni classico, non mi stancava mai perché ritrovavo ad ogni sguardo qualche dettaglio o qualche argomento di interesse. Non potrei dire che mi abbia ispirato, non sono certo all’altezza, ma la visione sulla natura di Adams, insieme anche a quella sublime di Weston, mi ha sempre riempito di stupefatta meraviglia di fronte alla capacità del Bianco e Nero di fornire una rappresentazione della Natura così perfettamente dettagliata e spirituale insieme. Varie vedute di Yosemite venivano visitate da Adams in tutte le stagioni, riuscendo a fornire elementi di novità o tagli di osservazione sempre nuovi. Alcune delle montagne di Yosemite, in particolare l’Half Dome hanno avuto per lui la valenza di una Naomi Campbell per Helmut Newton. Ma torniamo a parlare dell’Adams stampatore: la sua personale supervisione ed operatività rendono ancora più preziose ed importanti le immagini coeve. Ma la bellezza che ad esse è impressa (letteralmente!) è data sia dalla perfezione delle ottiche che ne fanno delle sculture a due dimensioni, che dal controllo dei grigi, sviluppato attraverso il sistema zonale che lui stesso aveva messo a punto e che consiste appunto nella capacità di controllo tonale assoluto del risultato stampato.

Robert Mapplethorpe, self-portrait, 1988

Per la mostra di Robert Mapplethorpe desidero partire dall’immagine che più mi ha colpito: l’autoritratto del 1988 con il bastone col teschio come pomello. Dal nero assoluto del grande formato solo due immagine vengono fuori, come da una coltre infernale: il piccolo teschio del bastone, in basso a sinistra ed il suo viso, ormai minato dalla malattia in modo irreversibile, un triangolo smunto in cui anche la luminosità dello sguardo non riesce a nascondere la mediazione con l’aldilà. Un’immagine emozionante, che chiude la sezione degli autoritratti, da quelli giovanili a quelli “diabolici”, in cui ancora una volta è la purezza del Nero a coprire oltre l’80% dell’intera fotografia e a dettare la visuale ed il sentimento di commossa partecipazione dell’osservatore. La mostra, proveniente dalla Robert Mapplethorpe Foundation di New York, ripercorre in sezioni le grandi tematiche del fotografo: i sensuali fiori e pistilli, i nudi maschili dalle pose statuarie veramente reminiscenti del classico (si veda in proposito il bellissimo catalogo di una precedente mostra dello stesso curata da Celant in cui il rapporto tra la composizione delle foto di Mapplethorpe rivela tutta la sua ascendenza dalle stampe rinascimentali e, ancora più a ritroso, dalla statuaria greca e romana), la serie di Lisa Lyon, i ritratti, soprattutto di bambini, la serie di foto di Patti Smith, amica e compagna al suo arrivo a New York. Anche questa esposizione mi ha ricordato un precedente evento: la mostra di Venezia degli anni 80, pietra dello scandalo perché mostrava per la prima volta nudi maschili non solo nella loro integrità ma con un intento iconoclastico in un momento storico in cui la visione omosessuale irrompeva prepotentemente sulla scena. Anche questa mostra suscitò in me molti fermenti ed interessi compositivi, anche se, a differenza del paesaggio, più accessibile per un dilettante, la foto di figura richiede modelli ed un controllo della luce preciso, ottenibile solo in uno studio. Sono entrati come dei grandi classici dell’arte nell’Olimpo delle quotazioni del mercato. Adams soprattutto negli Stati Uniti, dove l’aspetto localistico delle vedute aggiunge un premio alla qualità scolpita delle sue stampe. Mapplethorpe sicuramente ovunque. Infine non va dimenticato l’aspetto veramente didascalico dei due contenitori che ospitano le mostre. A Modena l’ex-ospedale Sant’Agostino, restaurato da una Banca che, nonostante una distribuzione a sale e salette a volte poco entusiasmante, significa la grande attenzione delle istituzioni locali al mezzo fotografico nella sua valenza culturale ed in quella di potenziale volano economico. Lo spazio è affidato alla Fondazione Fotografia che cura un fitto calendario di incontri ed esposizioni. Le mostre qui organizzate sono inoltre gratuite, aspetto non indifferente, ora che anche il carosello delle esposizioni è divenuto un inarrestabile business che costringe l’appassionato a rincorse per il mondo. La Galleria Forma a Milano è uno spazio molto bello e moderno, disegnato appositamente per ospitare Mostre e retrospettive. Gli ampi saloni possono essere modulati e ricostruiti per scansionare periodi o tematiche. A fianco del consueto, ma molto fornito, bookshop, la Galleria ha uno spazio collezionistico dove è possibile acquistare foto d’autore.

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