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Il vero e il falso

by su 09/01/2012

dall'articolo di Kee e Farid

A volte la vertigine prende chi analizza il mondo dell’immagine digitale… ad esempio di come sia diventato facilissimo alterare digitalemente il contentuto di foto nostre o altrui. A noi capita spesso durante la fase di ripresa di sentirci dire, da persone presenti, “tanto poi gli dai un colpo di Photoshop” dove Photoshop diventa, per il procedimento retorico dell’Antonomasia, il sinonimo di qualsiasi programma oppure operazione di fotoritocco.

A proposito di alterazione dei contenuti: Photoshop è sicuramente il più diffuso programma per la lavorazione delle immagini, purtroppo viene spesso usato non in maniera creativa (cioè per dare all’immagine la consistenza desiderata dall’autore) ma per alterare il riferimento alla realtà che che la fotografia porta geneticamente con se dalle sue origini, in quanto “impronta” del reale ottenuta mediante un procedimento chimico fisico …Due scienziati dell’università di Dartmouth in Nuova Scozia, (Eric Kee and Hany Farid, A perceptual metric for photo retouching, Department of Computer Science, Dartmouth College, Hanover, NH – USA, pubblicato in Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America – http://www.pnas.org) hanno messo a punto un sistema di valutazione quantitativa per classificare il tasso di ritocco di un’immagine (potete scaricare qui l’articolo)…. Il punto è questo: ciò che viene rappresentato in fotografia viene preso (a torto) per reale, ancora oggi. Eppure, dopo quasi due secoli di immagini fotografiche (ricordiamo le prime esperienze di Niepce nel 1822) dovrebbe essere chiaro che comunque l’atto stesso dell’inquadrare costituisce di per sè una scelta e quindi una interpretazione della realtà circostante. Nel caso particolare di cui si occupano gli autori, l’aspetto fisico, il lato preoccupante è la creazione di modelli di bellezza che sono percepiti, ad esempio dagli adolescenti, come mete irragiungibili e la cui irragiungibilità rapppresenta fonte di frustazione, ansia, depressione … Gli Autori suggeriscono di rendere obbligatorio riportare, accanto ad ogni immagine pubblicata, l’indice di manipolazione della stessa. “Le foto ritoccate sono ovunque ed hanno creato una rappresentazione della bellezza fisica idealizzata e non realistica.” Ovviamente questa non è una crociata (moralista) contro il fotoritocco, che ormai fa parte integrane del workflow fotografico… è semplicemente il segno che ci si è resi conto, ad un certo punto, di quanto sia pericoloso prendere per vero ciò che è solo frutto delle possibilità del mezzo attuale, sopratutto da parte di chi non abbia la necessaria attrezzatura critica. Christian Caujolle osserva “Bisognerebbe applicare questo software a tutte le immagini, anche a quelle che arrivano dai mezzi d’informazione. Perché il problema non è tanto il ritocco, quanto l’intenzione di modificare maliziosamente la realtà”. Internazionale, numero 929, 23 dicembre 2011 (a cui dobbiamo lo spunto per questo post). Ci sono anche casi però in cui questa posizione “antiritocco” raggiunge livelli di (secondo me) di paranoia (e nascondono una buona dose di ipocrisia), come nel caso del fotografo P.Schneider licenziato per avere alterato il colore del cielo nella foto di un pompiere ripreso in controluce. Pedro Meyer ne ha parlato in questo bell’articolo: In Defense of Photographer Patrick Schneider, sul suo blog Zone Zero:

alcune foto di Schneider prima e dopo la lavorazione (esempi tratti dall'articolo di Pedro Meyer)

la foto che è costata il licenziamento al fotografo Patrick Schneider (un grazie a Dan Margulis)

… e ancora: (questo devo dire più comprensibile) un freelance libanese licenziato dalla Reuters per aver esagerato fotograficamente gli effettti di un bombardamento israeliano … ma gli esempi potrebbero continuare …

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  1. Più vero del vero « fotografia e parole

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