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Di cosa parliamo, quando parliamo di soldi ?

by su 19/12/2011

foto di Jonathan Alpeyrie, dal réportage sull'indipendenza del Sud Sudan

Soldi riferiti alla fotografia, naturalmente…  forse non è un argomento strattamente natalizio, ma colgo l’occasione dopo aver letto un bel post appena pubblicato su “la lettre de la photographie“, dove il fotografo francese Jonathan Alpeyrie ha avuto il coraggio di dire quello che viene spesso sussurrato nei discorsi tra colleghi: il ricavo economico che si ottiene ormai dalla fotografia è inversamente proporzionale all’aumentare vertiginoso dei discorsi e delle iniziative ad essa collegata. Parliamo qui di un genere di fotografia diverso da quello commerciale su commissione, e cioè il reportage: Jonathan Alpeyrie parla di 4 suoi progetti dal punto di vista strettamente economico, del rapporto cioè tra spese e ricavi, cioè si fa i sono conti in tasca come chiunque non abbia un reddito fisso deve fare quotidianamente: riassumo qui il resoconto di Alpeyrie (guardate le  foto sul suo sito e forse vi chiederete come può essere possibile che chi porta avanti tali progetti abbia poi problemi a vivere del suo lavoro !)

Guerra al narcotraffico al confine tra Messico e Arizona (3 settimane): spesi $ 2.500,00 – incassati $ 1.000,00 = perdita 1.500,00

Réportage dal fronte, guerra civile in Libia (2 settimane): spesi $ 2.000 – incassati 3.300,00 = un successo, guadagno di 1.300,00

Indipendenza del Sud Sudan (2 settimane): spesi $ 4.000,00 – incassati 2.800,00 = perdita di 1.200,00

Per fortuna poi, conclude Alpeyrie, ha avuto la fortuna di lavorare sullo scandale Strauss-Kahn che, sopratutto sui media francesi, ha avuto una vasta eco e gli ha permesso di guadagnare circa $ 5.000,00, con i quali finanziare altri progetti …Per restare in argomento, ci spostiamo dalla Francia all’Inghilterra, dove il fotografo Tony Sleep, stanco di continue richieste di fotografie gratuite (in cambio della citazione del nome) , ha pubblicato un testo standard sul suo sito (qui trovate la traduzione italiana), che invia tramite link a chi gli avanza tali proposte. E pensare che a me la situazione della fotografia nel Regno Unito era sembrata a prendere da esempio! Il vero punto della questione è che la fotografia sembra diventata una commodity (è un termine inglese che indica un bene per cui c’è domanda ma che è offerto senza differenze qualitative sul mercato ed è fungibile, cioè il prodotto è lo stesso indipendentemente da chi lo produce, come per esempio il petrolio – da Wikipedia), per cui nessuno si chiede più cosa comporti la produzione di una (buona) foto, poichè siamo continuamente bombardati da immagini e ne produciamo noi stessi tantissime in maniera facile ed economica. Si aggiunga anche che a tale aumento della facilità di produzione ed alla diffusione di massa della fotografia non pare sia corrisposto un pari aumento della cultura visiva (e fotografica nello specifico), per cui è difficile da parte del fruitore una valutazione critica delle immagini stesse.

PS prendo il titolo del post da una raccolta di racconti di Raymond Carver (What we talk about when we talk about love – A. Knopf, New York 1981) dove consiglio di leggere il racconto breve: ” Viewfinder” (il racconto è stato pubblicato la prima volta nel 1978 su una rivista). Il fotografo “di strada” che si confronta con il protagonista vende le sue Polaroid a 3 per un dollaro, cifra che mi sembra decisamente bassa anche per l’epoca – se qualcuno ha dei dati sul costo (nel 1978) di una caricatore per, mettiamo, la SX-70 Land camera, uscita nel 76-77,  è invitato a comunicarcelo !

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Un Commento
  1. Ciao Roberto!Concordo con quanto su scritto..ormai le fotografie gratuite sono all’ordine del giorno. Ma..mi chiedo,non sarà successo tutto ciò anche perché noi fotografi glielo abbiamo permesso, ovvero abbiamo permesso che si andasse al ribasso, che non si facesse capire ai clienti che una persona non diventa fotografo dall’oggi al domani ma si diventa fotografi con un modo di vedere la realtà solo dopo tanto studio e osservazione? E anche quando si è fotografi, si continua a studiare? E poi come scriveva qualche giorno fa una fotografa americana, se qualche fotografo non si facesse pagare per una sessione fotografica 16 ore per una sessione fotografica+editing+stampa gratis rappresentano una passione davvero molto costosa..non sarebbe meglio cercarsi qualche altro passatempo? Purtroppo bisogna avere il coraggio di dire no e di valutare i pro e i contro..

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